STOP AI FINANZIAMENTI PER L’ESTRAZIONE PETROLIFERA IN ECUADOR

Una piccola vittoria per gli abitanti dell’Amazonia ecuadoriana, che potrebbe cambiare le sorti del paese portandolo a investire in alternative economiche che siano sostenibili e rispettose delle comunità indigene. 

Nel mese di Febbraio 2020 è stato annunciato da tre banche europee l’intenzione di sospendere i finanziamenti per l’estrazione petrolifera nell’Amazzonia ecuadoriana. Si tratta della francese BNP Paribas, l’olandese Credit Suisse e la belga ING che secondo un report pubblicato da Amazon Watch e Stand Earth, avrebbero contribuito a più del 50% dei finanziamenti al commercio del petrolio in Amazonia. Stando a quanto denunciato dalle due ONG ben 19 banche sarebbero da considerare come responsabili per i numerosi danni ambientali inflitti all’Amazzonia a causa del commercio del petrolio, che oltre a contribuire al cambiamento climatico avrebbe anche un impatto diretto sulle condizioni di vita delle popolazioni indigene che vi abitano. Le banche e altre società finanziare coinvolte nel report avrebbero finanziato una produzione complessiva pari a 155 milioni di barili, generando un fatturato complessivo di circa 10 miliari di dollari. Queste operazioni avrebbero, avrebbero contribuito a numerose operazioni ritenute controverse a causa del costo ambientale pari a 66 milioni di tonnellate di CO2 prodotta e l’estrazione di greggio dalle Sacre Sorgenti, un’area che si estende su 30 milioni di ettari tra Ecuador e Perù, che ospita più di 20 tribù diverse, e che rappresenta uno degli ecosistemi con maggiore biodiversità nel pianeta. 

Secondo quanto denunciato dalle tue ONG le compagnie petrolifere avrebbero continuato ad espandere la loro attività anche durante la pandemia COVID-19, mettendo le popolazioni indigene ancora più a rischio di quanto già non fossero a causa della preoccupante situazione di livello globale. Infatti, il governo dell’Ecuador ha più volte preferito anteporre gli interessi delle industrie estrattive alla loro salute, facendo sì che l’attività estrattiva andasse avanti e che i lavoratori entrassero e uscissero dai territori indigeni senza però fornire informazioni sui protocolli sanitari adottati dalle aziende.

In Amazzonia l’industria petrolifera ha creato innumerevoli danni, devastando le comunità indigene, occupandone i territori e violandone i loro diritti. Ha inoltre contribuito ulteriormente alla deforestazione, creando un caos climatico che sta portando l’Amazzonia al collasso. Infatti, ad Aprile 2020 un incidente riportato alle strutture del Trans-Ecuadorian Oil Pipeline System e e l’Heavy Crude Oil Pipeline (Ocp) nei pressi della città di El Coca dell’Ecuador nord-orientale, avrebbe creato dei danni tali da permettere fuoriuscite di greggio nel corso dei fiumi amazzonici, contaminando la principale fonte di acqua potabile per i 45 mila residenti dell’area

La notizia dello stop ai finanziamenti però rappresenta una vittoria per le popolazioni indigene dell’aerea, in quanto questa sarebbe la prima volta che banche commerciali di portata globale interrompono attività di finanziamento alle industrie estrattive in Amazzonia. Inoltre, le tre banche coinvolte non avrebbero avuto un ruolo marginale, bensì ING nel 2019 avrebbe finanziato 29 milioni di barili per un controvalore di circa 2 milioni di dollari, seguita in classifica da Credit Suisse con 26.6 milioni di barili per 1,8 milioni dollari e la francese Naitxis con 26.6 milioni per 1.6 miliardi di dollari. Proprio quest’ultima però non sembrerebbe essere stata coinvolta nel bandwagon effect che era auspicato, in quanto avrebbe persino duplicato i suoi finanziamenti di greggio nella regione durante la seconda metà del 2020. Questa misura inoltre, potrebbe non avere particolari effetti in termini di volume in quanto l’Ecuador produce giornalmente soltanto mezzo milioni di barili, pari a circa lo 0,5% dell’offerta mondiale. Potrebbe però segnare l’inizio di un trend positivo, influenzando il commercio di petrolio di altre regioni del mondo, in quanto il dibattito mondiale si sta ultimamente focalizzando sull’importanza di alternative economiche più sostenibili, portando numerosi finanziatori ad allontanarsi sempre di più dai progetti di finanziamento di progetti estrattivi di combustibili fossili.

Cessare i finanziamenti nell’Amazzonia Ecuadoriana però potrebbe avere un risvolto molto negativo per il Paese, in quanto quest’ultimo utilizza i soldi ricavati dal petrolio venduto alle raffinerie statunitensi per poter ripagare il suo grosso debito con la Cina. Allo stesso tempo però l’Ecuador sembrerebbe distinguersi tra i paesi della regione dell’America Latina per aver intrapreso una linea politica e giuridica focalizzata anche sulla sostenibilità e sulla transizione energetica come punti chiavi della loro crescita economica. Le popolazioni indigene del Paese, che rappresentano il 7% della popolazione nazionale, hanno da sempre contribuito con la loro cosmovisione della vita, vissuta in simbiosi con la natura, alla formazione di quello che viene definito il buen vivir, un concetto molto diverso dalla visione occidentale di benessere, principalmente legato alla dimensione economica, in quanto il concetto dello sviluppo è strettamente legato a una profonda attenzione per la tutela dell’ambiente. Nella costituzione Ecuadoriana infatti, il diritto all’acqua e il diritto del popolo a vivere in un ambiente sano ed ecologicamente equilibrato vengono garantiti in un capitolo apposito, il secondo capitolo per la precisione, intitolato i diritti del buen vivir. Il Paese quindi, sembra caratterizzato da forti contrasti per quanto riguarda l’approccio verso la sostenibilità e la tutela dell’ambiente, ed è proprio per questo che la scelta di BNP Paribas, Credit Suisse e ING, potrebbe forse essere l’inizio di una svolta. 

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