LA SERPE IN SENO DELL’AMERICA LATINA SI CHIAMA BID

Dalla sua fondazione nel 1959 la Banca Interamericana di Sviluppo (BID) ha avuto sempre Presidenti latinoamericani. La presidenza Trump ha sovvertito per la prima volta quest’ordine proponendo uno statunitense alla sua guida: Mauricio Claver-Clarone.

L’idea di un’istituzione che potesse favorire lo sviluppo dell’America Latina era già nata nel 1890, ma è nel 1959 che l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) fonda la Banca Interamericana di Sviluppo. Definita come la più grande Banca Regionale del mondo, il BID era ed è la fonte principale di finanziamento per i progetti di sviluppo in Sudamerica in materia di infrastrutture, energia ed ambiente. 

Se negli USA non è ben vista, il suo successo in America Latina è dovuto alla credibilità e affidabilità, all’expertise in materia di ricerca ed elaborazione di politiche pubbliche a favore dei governi. 

Ad oggi i paesi membri sono 48 – la Cina è l’ultimo ad aver aderito di recente – e si suddividono in Borrowing Members, ossia coloro che possono beneficiare dei finanziamenti del BID – solo 26 i paesi latinoamericani appunto – e Non Borrowing Members, tutti gli altri paesi che non hanno diritto a richiedere né usufruire di finanziamenti e aiuti da parte della Banca. Nonostante lo scetticismo americano, gli USA detengono il 30% del capitale finanziario del BID e poco meno del 50% restante è ripartito tra i 26 paesi sudamericani: il dato numerico evidenzia come il potere di voto da parte degli USA abbia, paradossalmente, un peso significativo nelle scelte di elargizione dei finanziamenti ai paesi che ne fanno richiesta.

Inoltre, per una regola non scritta della governance finanziaria mondiale del XX secolo, si è sempre rispettato un criterio geografico: se il FMI ha un presidente europeo, la Banca Mondiale uno statunitense, il BID non ha mai visto succedersi un presidente che non fosse latinoamericano: fino a questo momento.

Prima della fine del suo mandato, Donald Trump ha voluto dare una “zampata finale” alla sua politica America First, proponendo la candidatura in vista delle elezioni del nuovo presidente del BID del 12-13 settembre 2020, di uno degli uomini che ha permesso la cavalcata del tycoon alla Casa Bianca: Mauricio Claver-Carone.

La figura del nuovo presidente del BID rompe totalmente la tradizione di non eleggere mai un presidente che non fosse latinoamericano, e la mossa di Trump non è stata casuale: l’insistenza di mettere a capo di un istituto così importante un uomo come Claver-Carone è la dimostrazione che l’America Latina, da sempre, è il “giardino di casa” dentro il quale non sono ammesse ingerenze di alcun tipo.

Mauricio Claver-Carone rappresenta un cambiamento importante negli equilibri geopolitici del Sudamerica. Figlio della diaspora cubana che a Miami ha messo le sue radici e grande sostenitore delle politiche trumpiane contro Cuba e Venezuela, la sua figura ha suscitato più timori che simpatie nel mondo sudamericano tanto che il Presidente argentino Fernández, fermo oppositore della candidatura di Carone, ha attuato una “strategia ostruzionista” proponendo Gustavo Béliz – che si è rilevata un insuccesso totale – e tesa non solo a non far raggiungere il quorum del 75% del potere di voto necessario all’elezione di Carone, ma anche di posticipare le elezioni: tutto per sventare una sconfitta diplomatica per l’America Latina che dimostrerebbe ancora di più la sua disgregazione in termini di decisioni e coesione politica.

Il 1 ottobre 2020 Claver-Carone ha assunto ufficialmente la presidenza del BID succedendo al colombiano Luis Alberto Moreno, posizionandosi di fatto come il primo presidente statunitense alla guida di un istituto espressione dello sviluppo latinoamericano. La sua posizione è tra le più influenti della regione, perché gli permette di mantenere contatti costanti con i capi di Stato dell’America Latina e dei Caraibi gestendo un portafoglio di 13 miliardi di dollari necessari ai prestiti e finanziamenti.

Il nuovo presidente si presenta come una figura totalmente disgregante viste soprattutto le sue posizioni nei confronti dei governi di Cuba e Venezuela: Carone, infatti, non ha mai nascosto la sua avversione per questi due paesi e per le politiche che perseguono confermando la linea dura adottata da Trump con l’inasprimento dell’embargo e la politica isolazionista dei due paesi.

In chiave geopolitica l’elezione di Mauricio Claver-Carone si pone come un’ulteriore sfida alla Cina: quest’ultima, grande finanziatrice negli ultimi anni in Sudamerica, si pone come una minaccia concreta per gli affari nella regione latinoamericana da sempre considerata di esclusiva proprietà dagli USA e la nomina al BID di un uomo americano rientra nella logica di contenimentoall’ingerenza cinese nella regione. 

Ma non è solo la Cina, Claver-Carone rappresenta la rottura con la tradizione della governance finanziaria poiché il controllo di due dei più importanti istituti di credito mondiale – Banca Mondiale e BID – non solo in una posizione egemonica, ma fa decadere la regola del criterio geografico. Un presidente americano alla Banca Interamericana di Sviluppo significa ancora più pressione sui paesi dell’America Latina, i quali soprattutto in questo periodo di pandemia, rischiano di perdere ogni autonomia decisionale in campo politico e si ritroverebbero con un margine scarsissimo di potere su ogni decisione geopolitica e geoeconomica.

In questo quadro drammatico e complesso, l’elezione del nuovo presidente Joe Biden, sembra al momento non perseguire una politica diversa dal suo predecessore se non nelle modalità, quanto negli intenti poiché contenere il “nemico” asiatico sembra essere la priorità. 

L’America Latina ha coltivato inconsapevolmente la sua serpe augurandosi che questo importante e cruciale organismo regionale possa non trasformarsi in uno strumento di interventismo diplomatico al servizio degli Usa.

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