IL PRECARIO CONFINE TRA COERCIZIONE E DIPLOMAZIA

Il nuovo governo aveva dichiarato che la priorità in politica estera sarebbe stata il confronto con la Cina, ma a poco più di un mese dal suo insediamento, lo scenario mediorientale sembra aver attirato l’attenzione della nuova amministrazione Biden.

Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio gli Stati Uniti hanno condotto un attacco militare contro alcune milizie filo iraniane. Le milizie prese di mira, secondo le dichiarazioni del Pentagono, sarebbero state quelle che recentemente avevano lanciato 3 razzi contro le forze americane presenti in Iraq a Erbil, attacchi nei quali era deceduto uno statunitense e altri 5 erano rimasti feriti. Secondo quanto dichiarato dal portavoce del Pentagono John Kirby, gli attacchi partiti dalle forze aeree americane che hanno colpito una zona della Siria orientale, sono state autorizzate dal Presidente Biden in risposta agli attacchi ricevuti e alle continue minacce che le forze alleate subiscono in territorio iracheno.

Kirby ha rivendicato la proporzionalità dell’attacco rispetto a quello subito il 15 febbraio ad Erbi. Nella notte del 25, al confine con l’Iraq, sono state lanciate 7 bombe da 500 libbre sopra alcuni edifici usati per il contrabbando dalle truppe sostenute dal governo iraniano, tra cui Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al-Shuhada. Per i funzionari statunitensi la scelta di condurre un attacco in Siria, invece che in Iraq, non è stata approssimativa, ma andava nella precisa direzione di non creare alcun problema al governo iracheno alleato. Le milizie giudicate responsabili dell’attacco a danno delle forze statunitensi sarebbero quelle di Awliya al Dam, già autrici di alcuni attacchi alle forze alleate ad agosto 2020. La brigata non è ancora molto nota in occidente, né se ne conoscono con certezza gli animatori, ma c’è chi sostiene che siano gruppi di copertura di truppe sciite ben più note nell’area.

Le forze statunitensi hanno rivendicato che, parallelamente all’attacco, si stanno conducendo azioni diplomatiche di concerto con i Paesi della coalizione internazionale. Lo stesso Biden poche ore prima dell’attacco aveva intrattenuto cordiali conversazioni con il Primo Ministro dell’Iraq Al-Kadhimi. Il messaggio della nuova Presidenza Biden è chiaro: dopo aver attaccato militarmente le truppe americane si devono attendere risposte coercitive oltre che politiche. Nonostante l’attacco perpetrato a fini di ritorsione, Washington sta continuando a lavorare per evitare di intensificare le ostilità con l’Iran, arrivate ad un punto critico sotto la presidenza Trump dopo l’abbandono degli accordi sul nucleare.

Sul numero di caduti nell’attacco intercorso a fine febbraio sono emerse nelle prime ore informazioni contrastanti. L’unica certezza è che l’intelligence irachena abbia dato supporto all’operazione, come lasciato intendere anche dal Segretario della Difesa Lloyd Austin. Nonostante questo, non si può dire che a Baghdad l’attacco sia stato reputato incondizionatamente positivo, e nell’area molti hanno iniziato a chiedersi quale sarà il confine tra coercizione e diplomazia per il neo Presidente americano, e soprattutto cosa e quanto servirà per superarlo. Gli USA hanno gradualmente ridotto la loro presenza militare in Medio Oriente in questi anni, in particolare in Iraq Trump aveva ridotto le truppe a 2500 unità e ritirandosi da alcuni centri strategici.

Ci si chiede ora se e quanto l’area riuscirà a stabilizzarsi senza la presenza americana. Lo farà meglio e prima o non sarà possibile una vera svolta interna senza il sostegno della coalizione internazionale? E soprattutto, il ritiro dall’area sarà compatibile con la difficile ripresa dell’interlocuzione tra Stati Uniti e Iran? Biden ha dichiarato di voler continuare a lavorare per la cessazione delle ostilità, ma gli basterà la diplomazia per farlo o, come successo ad alcuni dei suoi predecessori, sarà chiamato ad intervenire coercitivamente per raggiungere i suoi propositi in politica estera? 

L’Iran, secondo quanto dichiarato dal Presidente Rouhani, deve ancora ottenere vendetta per l’omicidio del generale Suleimani ed ha recentemente lanciato dei missili sulla base aerea di Ain al Assad, sotto controllo statunitense, oltre ad averne predisposto lo sbarramento. Di fronte all’inasprimento della situazione, il segretario generale della NATO ha annunciato di voler aumentare il numero di truppe della coalizione, presente sul campo nella missione contro le forze islamiste, da 500 a 4.000 unità. Davanti a tutto questo sembra difficile ipotizzare un vero disimpiego nell’area per gli Stati Uniti, che ben presto potrebbero dover rispondere a pesanti rappresaglie miliziane e ad un aumento delle zone critiche da tenere sotto controllo. Biden sceglierà la diplomazia o la coercizione?

Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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