PENA DI MORTE: QUANDO SI UCCIDE PER DIMOSTRARE CHE UCCIDERE È SBAGLIATO

La recente risoluzione dell’Assemblea Generale, in materia di moratoria universale sulla pena di morte, ha evidenziato un incremento del trend abolizionista, tuttavia il numero delle esecuzioni capitali resta incredibilmente alto e molta preoccupazione desta la segretezza dei dati cinesi. 

L’uso della pena capitale assume rilievo, nel diritto internazionale, qualora la si consideri violazione di uno dei diritti fondamentali della persona, il diritto alla vita, vincolando gli Stati appartenenti alla comunità internazionale, proprio in virtù del rispetto di tale norma internazionale.

Tuttavia, va da subito precisato che tale tesi non è pacifica, a livello globale.

Se, in effetti, gli Stati così detti “abolizionisti”, a supporto della propria scelta di ripudiare la pena di morte, sostengono che la garanzia dei diritti umani, riconosciuti nel diritto internazionale, passi proprio attraverso la rimozione in ambito nazionale delle esecuzioni capitali, non vale stesso per gli Stati “mantenitori”. Questi ultimi, infatti, ritengono non sia possibile attribuire rilevanza alcuna, in ambito internazionale, al tema della pena capitale; si tratterebbe esclusivamente di una scelta “domestica”, spettante ai singoli paesi, nel settore della giustizia penale. Perciò, un intervento della comunità internazionale si tradurrebbe in una ingerenza negli affari interni degli Stati stessi. 

Non vi è, dunque, un atteggiamento unanime, per quanto i numeri parrebbero, ormai, a favore di una tendenza abolizionista. Ben 106 sono oggi i paesi totalmente abolizionisti, per tutti i tipi di reato, 8 i paesi abolizionisti per reati comuni, mantenendola in vigore esclusivamente per i reati commessi in tempo di guerra od in circostanze eccezionali e 28 gli abolizionisti de facto, nei quali pur formalmente in vigore, la pena di morte non viene praticata da almeno 10 anni. 

Gli Stati mantenitori restano 56, con tassi di esecuzione annui più o meno alti, anche in relazione alle tendenze dei governi al potere.

In base all’ultimo report di Amnesty International, della fine del 2019, il numero delle esecuzioni documentate sarebbe diminuito del 5% rispetto all’anno precedente, toccando il minimo storico degli ultimi 10 anni.

Le riduzioni più significative si sarebbero registrate in paesi come Egitto, Giappone e Singapore, i quali tuttavia si mantengono ancora fortemente a favore. 

Mentre Iran, Arabia Saudita, Sudan del Sud e Yemen hanno decisamente invertito il trend abolizionista, facendo registrare incrementi particolarmente rilevanti.

La pena di morte nel mondo

È doveroso fare una panoramica sull’uso della pena di morte nel mondo, concentrandoci, in particolare, su modalità e numero di condanne ancora comminate ed eseguite.

Complessivamente, le esecuzioni verificatesi nel 2019 sono state 657. L’81% delle quali eseguite in Iran, Arabia Saudita ed Iraq.

In particolar modo, 184 (di cui 6 minorenni, al momento del compimento del reato) le persone condannate a morte nel Regno Saudita, raggiungendo il valore più alto mai registrato, in un solo anno, da Amnesty

Tale incremento è da ricondursi all’utilizzo della pena capitale come strumento politico di repressione contro i dissidenti, appartenenti alla minoranza Shi’a

Recentemente, però, l’intento di migliorare la reputazione internazionale dello Stato, in materia di tutela dei diritti umani, ha spinto il governo saudita ad emettere un decreto di abolizione della pena di morte per i minorenni, entrato in vigore lo scorso aprile. 

Al contrario, permane in Iran la prassi di condanne a morte comminate anche nei confronti dei minorenni, contravvenendo all’espresso divieto imposto dal diritto internazionale. 

Nel 2020, l’Iran è stato l’unico stato al mondo a praticare l’esecuzione capitale su minori, pur essendo vincolato in senso contrario dal Patto sui diritti civili e politici e dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia, ai sensi dei quali chiunque non abbia raggiunto l’età di 18 anni deve essere processato come minorenne, facendo espresso divieto all’esecuzione capitale, in tali circostanze. 

Tuttavia, le autorità giudiziarie iraniane fanno riferimento alle norme contenute nel Codice penale islamico, per il quale la maggiore età è raggiunta dai ragazzi a 15 anni e dalle ragazze a 9 anni e qualora essi abbiamo commesso un reato capitale saranno processati e condannati come adulti, salva la valutazione discrezionale del giudice circa eventuali dubbi sull’effettiva maturità del minore. 

L’Europa può considerarsi, da anni, come un continente “death penalty free”, oltre che promotore di numerose campagne a favore del progetto abolizionista.

Unica eccezione resta la Bielorussia, nella quale si continua a praticare la pena di morte nei confronti di condannati, esclusivamente di sesso maschile. Più che i numeri, nel caso bielorusso, destano molta preoccupazione le modalità particolarmente crudeli di detenzione dei condannati e la segretezza che connota l’intero procedimento. Non viene, infatti, fornita alcuna informazione circa la data di esecuzione, né al detenuto, né a familiari e rappresentanti legali. Non viene concessa la possibilità di incontrare per l’ultima volta i condannati, i quali vengono messi a conoscenza dell’esecuzione appena qualche istante prima.  Bendati, ammanettati e costretti ad inginocchiarsi, vengono fucilati alla nuca ed il loro corpo viene sepolto in un luogo sconosciuto. 

Negli Stati Uniti, sono diventati ormai 22 gli stati federali ad avere totalmente abolito la pena di morte, numero che sale a 33 se si conteggiano anche quelli che hanno previsto la moratoria delle esecuzioni o di fatto nel corso di questi ultimi 10 anni non hanno comminato la pena. 

Gli ultimi decenni, nel Paese si è registrata una costante e crescente tendenza abolizionista dell’opinione pubblica. Complice il fatto che siano emersi numerosi casi di veri e propri errori giudiziari, scoprendo l’innocenza di condannati costretti a trascorrere metà della propria vita nel braccio della morte, oppure addirittura una volta eseguita la condanna. Con una evidente irreversibilità dell’errore. 

L’amministrazione Trump ha, però, interrotto questo il trend positivo, mettendo a morte 13 persone dal 14 luglio 2020 al 16 gennaio 2021. 

Un incremento che ha spinto la Leadership Conference on Civil and Human Rights, affiancata da 82 organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti umani, a chiedere a Biden l’immediata commutazione di 49 condanne a morte in pene detentive,nonché di rendere ufficiale una moratoria, ricorrendo ai suoi poteri esecutivi, che non richiedono l’approvazione del Congresso. 

È necessario chiarire che il rapporto non può tener conto di tutta una serie di esecuzioni “fantasma”, ovvero di tutti i dati (non) provenienti dalla Cina. Il governo occulta un numero indefinito di condanne a morte, ciò non consente di poter elaborare una realistica proiezione dei dati cinesi. Il registro giudiziario, pubblicato online e citato come prova di trasparenza del sistema, in realtà contiene solo una minima parte delle migliaia di condanne a morte che si stima siano emesse annualmente. Dal 2014 al 2016, sono state eseguite almeno 931 condanne, solamente 85 sono state effettivamente riportate nel registro. 

Nel dicembre 2016, la Corte Suprema del popolo si è vista costretta a dover riconoscere l’errore giudiziario, nel caso di Nie Shubin, condannato quando aveva appena 20 anni e riconosciuto innocente a distanza di 21 anni dalla sua esecuzione.  

L’evoluzione della normativa internazionale

Il percorso normativo internazionale è stato piuttosto lungo, rispecchiando per lo più i mutamenti delle tendenze delle nazioni stesse. 

Nel 1948, quando all’art 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ci si occupa di “diritto alla vita” i tempi ancora non sono maturi per poter inserire un vero e proprio divieto della pena di morte. Una larga maggioranza degli stati ancora la prevedeva nel proprio ordinamento, seppure anche solo per casi eccezionali o crimini di guerra. Per cui, si decise di non cristallizzare una situazione che, di lì a qualche tempo, viste le pressanti spinte abolizioniste, sarebbe inevitabilmente mutata. Si optò per un silenzio, nella Dichiarazione, che non avrebbe pregiudicato i futuri sviluppi normativi.

A distanza di due anni, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo fece un passo indietro, quantomeno nell’ottica abolizionista. L’art 2 della CEDU, infatti, statuisce che “Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione  di una sentenza capitale, pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il reato sia punito dalla legge con tale pena”. Consentendo, in buona sostanza, la pena di morte e vietandola esclusivamente nelle ipotesi di esecuzioni extragiudiziali.

Bisogna attendere altri 16 anni, per arrivare ad una vera e propria presa di posizione della comunità internazionale. Nel Patto internazionale sui diritti civili e politici, si decise di inserire l’articolo 6, da molti definito una norma “abolizionista in prospettiva”, in virtù del fatto che pur non potendo prevedere un espresso divieto di pena di morte (che peraltro neppure oggi può essere imposto), in esso vennero inseriti numerosi paragrafi dedicati alla pena capitale. Viene previsto, difatti, per la prima volta il divieto dell’esecuzione ai danni dei minorenni e delle donne incinte e si sancisce il diritto del condannato a morte ad avanzare la richiesta della grazia o della commutazione della pena. 

La giurisprudenza della Corte di Strasburgo, successivamente, ha ritenuto che la pena di morte violerebbe non l’articolo 2 della CEDU, quanto piuttosto l’art 3, che proibisce la tortura ed i trattamenti disumani e degradanti. La permanenza, per lungo tempo, nel braccio della morte comporterebbe gravissime conseguenze psico-fisiche nei condannati, equiparabili a vere e proprie torture. 

Non potendosi agire, ancora oggi, nell’ottica di imporre un divieto assoluto della pena di morte, gli Stati abolizionisti, affiancati da una Coalizzazione mondiale contro la pena di morte, composta da numerose ONG, nel corso degli anni hanno cercato gradualmente di “eroderne” gli spazi di applicazione, prevendo limiti tanto soggettivi (divieto di pena di morte per i minorenni), quanto oggettivi (divieto di pena di morte per reati comuni). Numerosi studi hanno, inoltre, evidenziato l’assenza di una effettiva efficacia deterrente della pena capitale,  argomento, da sempre, portato a sostegno della tesi a favore. 

Lo scorso 16 dicembre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato, per l’ottava volta, una risoluzione per la moratoria delle esecuzioni, con 123 voti a favore su 193 membri, 38 contrari e 24 astenuti. Nel 2007, i voti favorevoli erano stati solamente 104. È il sintomo sicuramente di un cambiamento che, per quanto lentamente, attraverso l’elaborazione di standard internazionali sempre più elevati, inizia a produrre i suoi effetti.

Fonti

A. MARCHESI, La via maestra dell’abolizione totale, in P. Costa (a cura di), Il diritto di uccidere. L’enigma della pena di morte, Feltrinelli, Milano, 2010. 

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