MOSCA VERSO LA SECONDA PRESIDENZA DELL’ARCTIC COUNCIL

Il Cremlino si prepara a presiedere il Consiglio Artico nel biennio 2021-2023. Cosa aspettarsi?

Fra meno di tre mesi, la Federazione Russa succederà all’Islanda alla presidenza dell’Arctic Council, il principale foro intergovernativo per la cooperazione polare. Si tratta di un passaggio istituzionale delicato che potrebbe ridefinire alcune regole tradizionali di governance regionale, dal momento che le continue dimostrazioni di hard power da parte di Mosca sono in netto contrasto con il modus operandi – storicamente “soft” – adottato dal Consiglio. La domanda fondamentale è se il dilemma della sicurezza artica sia destinato ad intensificarsi sotto la guida russa: ad oggi le intenzioni di Putin sono tutt’altro che chiare, ma certo è che la Russia non si farà sfuggire una simile occasione per difendere e rafforzare gli interessi nazionali. 

La presidenza moderata: 2004-2006

Alla vigilia della seconda presidenza russa del Consiglio Artico, il quadro politico, economico e militare appare piuttosto diverso – e decisamente più complesso – rispetto a quello che accompagnò la prima, nel biennio 2004-2006. A quel tempo, Vladimir Putin era a metà del suo primo mandato e il governo di Mosca era impegnato a rilanciare il ruolo strategico del paese, anche attraverso un riequilibrio delle relazioni con il blocco euro-atlantico. Si rese dunque necessaria l’adozione di un comportamento moderato e cauto all’interno dei fori internazionali di discussione e decisione.

E proprio al “moderatismo” fu improntata la prima chairmanship del Consiglio Artico, durante la quale la Russia promosse principalmente progetti di cooperazione in numerosi settori, fra cui la salute degli abitanti locali, la gestione sostenibile delle risorse naturali, l’uso delle fonti energetiche rinnovabili e lo sviluppo delle popolazioni indigene. Da un punto di vista diplomatico, questo approccio permise al Cremlino di collezionare importanti risultati, ad esempio l’organizzazione di un simposio internazionale sull’utilizzo di gas e petrolio nell’Artico e di una conferenza volta a sviluppare meccanismi di monitoraggio, prevenzione e gestione delle emergenze regionali. 

L’inversione di rotta: l’hard power degli ultimi anni

Una volta conclusa la prima presidenza, la Russia ha avviato il suo programma di militarizzazione della regione artica che, specialmente in tempi recenti, ha conosciuto significative accelerazioni. Se da un lato si può considerare legittimo l’interesse di Putin nel proteggere l’Artico russo (pari al 53% della costa artica mondiale), dall’altro occorre constatare che le sue politiche relative all’estremo nord sono state connotate da una sempre maggiore aggressività: sussiste dunque un’ambiguità di fondo sulla natura offensiva o difensiva delle ambizioni polari del presidente. Sicuramente, le molteplici esercitazioni militari nell’Atlantico settentrionale, la frequente attività aerea russa sui cieli del Nord, la costruzione di navi rompighiaccio pesantemente armate e l’installazione di nuove basi aeree e navali sul territorio preannunciano intenzioni tutt’altro che pacifiche.

Parallelamente alla militarizzazione, la Russia ha portato avanti imponenti progetti di industrializzazione al fine di garantirsi un accesso alle risorse naturali artiche e di rivendicare il controllo sulle nuove rotte oceaniche (in particolare sulla Northern Sea Route), come ha esplicitamente dimostrato piantando la propria bandiera nei fondali marini del Polo Nord. Gli interessi economici in gioco sono notevoli, soprattutto se si considera che la produzione nazionale di gas naturale e di petrolio dipende in gran parte dall’esplorazione e dallo sfruttamento delle risorse artiche: l’estrazione di risorse naturali è la principale industria artica della Russia, che è attualmente terzo produttore mondiale di risorse di idrocarburi. 

La futura presidenza tra sicurezza militare e questione climatica

Alla luce delle considerazioni fin qui esposte, e tenendo presente al contempo la competizione geopolitica che si sta concentrando in Artico, è chiaro che la presidenza russa andrà ad inserirsi in un quadro critico e incerto. Due sono le questioni chiave che definiranno il mandato di Mosca alla guida dell’Arctic Council: la sicurezza militare e il cambiamento climatico. 

In termini di sicurezza militare, la regione artica potrebbe essere preservata come zona di pace oppure andare incontro ad un’ulteriore militarizzazione. Tuttavia, conformemente alla Dichiarazione di Ottawa, le questioni relative alla sicurezza non rientrano nella giurisdizione del Consiglio (il quale è infatti poco e mal equipaggiato per governare un Artico sempre più affollato), e la Russia potrebbe pertanto approfittare della presidenza per includere il tema della sicurezza militare nelle deliberazioni del foro. In questo modo, non solo le attività militari russe godrebbero di una prima legittimazione istituzionale, non solo la Russia riuscirebbe a sottolineare la propria leadership regionale, ma, grazie alla cooperazione militare promossa all’interno del Consiglio Artico, Putin riuscirebbe anche a limitare le crescenti attività della NATO sul territorio.

Per quanto riguarda il cambiamento climatico, invece, la Russia è destinata innegabilmente a trarne vantaggio, poiché il riscaldamento della regione artica implica maggiori possibilità di esplorazione e sfruttamento delle risorse (vitali, come si è visto, per l’economia nazionale). Oltre a questo, lo scioglimento dei ghiacci pluriennali facilita l’apertura delle rotte polari e apre nuove prospettive di collegamento fra l’Europa e l’Asia: il governo russo ha già annunciato l’intenzione di potenziare la fruizione della Northern Sea Route, suggerendo così (seppur implicitamente) un approccio più orientato allo sfruttamento che alla tutela delle risorse e dell’ambiente. 

È pertanto altamente probabile che la Russia tenterà di plasmare l’agenda dell’Arctic Council in base a specifiche esigenze interne. Lo hanno confermato sia l’ex Primo Ministro Dmitry Medvedev – che ha recentemente chiarito che “la sicurezza nazionale sarà una delle massime priorità della presidenza russa” – sia il Vice Ministro degli Affari Esteri Sergei Ryabkov, il quale ha sostenuto la necessità di includere le questioni militari nell’ordine del giorno del Consiglio.

Ma gli interessi nazionali russi non includono solo la militarizzazione, l’industrializzazione e lo sfruttamento delle risorse. La Russia dovrà inevitabilmente preservare anche i meccanismi di pace e cooperazioneperché ha bisogno di uno sviluppo efficiente e sostenibile dell’Artico, della conservazione degli ecosistemi e dello sviluppo socioeconomico regionale al fine di tutelare (e migliorare) la vita delle popolazioni indigene, le quali comprendono circa 2,5 milioni di cittadini russi (quasi la metà della popolazione artica totale). Allo stesso modo, Putin non potrà fare a meno di promuovere lo sviluppo scientifico, tecnologico e infrastrutturale se vorrà ottenere condizioni più favorevoli all’attività economica in Artico.

Per concludere, dunque, si può affermare che la Russia, nonostante le esplicite e dichiarate ambizioni artiche – che senza dubbio troveranno un ennesimo stimolo nel biennio 2021-2023 – sarà costretta a ridimensionare il suo tradizionale approccio hard e ad adattarsi al clima pacifico che caratterizza la diplomazia polare. In altri termini, pur facendo valere i propri interessi nazionali, Mosca dovrà impegnarsi in uno sforzo congiunto e collaborare con gli altri Stati artici nel rispetto dei principi del diritto internazionale e concentrarsi sullo sviluppo sostenibile sia dal punto di vista socio-economico che dal punto di vista ambientale.

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