IL CASO MULTANI FRA I DELITTI CULTURALMENTE MOTIVATI

Il caso Multani risulta emblematico della criticità che contraddistingue i cosiddetti reati culturalmente motivati.  

All’alba degli ultimi mesi del 2001, l’allora dodicenne Gurbaj Singh Multani, appartenente alla minoranza religiosa Sikh, porta a scuola il Kirpan, un pugnale di medie dimensioni, indossato dai seguaci della fede Sikh come simbolo del rispetto per sé e per la libertà del proprio spirito. Il Kirpan viene solitamente portato sotto la cinta e rappresenta la volontà, davanti a Dio, di non stare a guardare mentre qualcuno subisce violenza, ma di intervenire attivamente per difendere i più deboli. 

Quando, accidentalmente, il pugnale scivola dalla custodia e cade a terra nel cortile, la vista dell’oggetto da parte degli insegnanti dell’istituzione scolastica della provincia canadese del Québec, suscita estremo clamore. In un primo momento, a seguito di una lunga riunione del personale scolastico, viene deciso di inviare una lettera ai genitori del ragazzo, all’interno della quale si asseriva che il giovane avrebbe potuto portare il coltello a scuola, ma solo in una tasca ben cucita, e quindi sigillata, all’interno dei vestiti. I genitori accettano la proposta e Gurbaj Multani segue, andando a scuola secondo le nuove istruzioni imposte.

Tuttavia, dopo pochi mesi dall’episodio, la scuola canadese, ritratta la propria posizione, e il Consiglio di Istituto comunica ai genitori che, contrariamente a quanto precedentemente disposto, aveva ritenuto ragionevole, e in linea con i codici di condotta scolastici, il divieto assoluto per il ragazzo di portare il pugnale a scuola, anche se cucito nella fodera sotto i vestiti. L’alternativa proposta ai genitori, ovvero quella di poter indossare solamente un ciondolo a forma di Kirpan, giustificata dalla scuola come unica soluzione possibile per non arrecare danno alla tutela della sicurezza per gli altri coetanei del ragazzo, è stata fortemente criticata dal padre, il quale decide di presentare ricorso alla Corte Superiore del Québec. 

Dopo anni di sentenze contrastanti da parte della Corte Superiore del Quebec e della Corte d’Appello in merito alla possibilità o meno che il pugnale venisse sigillato nella fodera interna dei vestiti, nel 2005 i genitori della famiglia Multani decidono di portare il caso alla Corte Suprema Canadese, chiedendole di annullare l’ultimo giudizio emesso dalla Corte di Appello che vietava qualsiasi possibilità di indossare il Kirpan a scuola e che avvallava le volontà di quest’ultima. I genitori si erano sentiti privati della propria libertà religiosa e della libera espressione della stessa, garantita all’art. 2 della Carta Canadese dei Diritti e delle Libertà

Prima di presentare la sentenza definitiva, emessa dalla Corte Suprema, risulta importante considerare il profondo conflitto di interessi in gioco in questo caso giurisprudenziale, emblematico di ciò che contraddistingue i delitti cosiddetti reati culturalmente motivati

Facciamo un passo indietro. A seguito degli immensi flussi migratori che hanno coinvolto recentemente il globo, la società occidentale si è trovata davanti a una pluralità di culture differenti, con valori differenti e, soprattutto, influssi giuridici differenti. Ciò a significare che, nel momento in cui una persona decide di spostarsi dal proprio paese di origine verso un territorio altro, porta con sé tutta una serie di credenze e convinzioni coltivate nel territorio di partenza. E questo ha una rilevanza fondamentale dal punto di vista giuridico. Infatti, spesso, i doveri e i diritti stabiliti dallo Stato e dalla legge di appartenenza sono molto diversi, o addirittura opposti, rispetto a quelli del territorio di arrivo. Si sono venute a creare, quindi, circostanze, in cui dei divieti imposti dalla legge del paese di arrivo, venivano percepiti e considerati, dal soggetto arrivato, dei diritti, secondo la legge del proprio paese. 

Questo ha portato alla fermentazione di una molteplicità di casi giurisprudenziali, in ambito penale, in cui i giudici si sono scontrati con una realtà precedentemente inesistente e si è venuta, così, a creare una nuova scriminante giuridica, ovvero quella della scriminante culturale. In essa viene invocata, quale tutela, l’esercizio di un diritto, ovvero la scriminante putativa. Ci si è dovuti chiedere fino a che punto l’ordinamento dello Stato possa giudicare secondo le leggi di un ordinamento straniero e fino a che punto la scriminante culturale possa essere utilizzata. I reati culturalmente motivati, infatti, riflettono un comportamento di un soggetto appartenente a una “cultura di minoranza”, che non è tollerato dalla “cultura della maggioranza”.  

A seguito di innumerevoli circostanze che, di fatto, si configuravano come conflitti di interessi fra culture, e sottolineavano l’esigenza di orientare la giurisprudenza verso una rinnovata consapevolezza del multiculturalismo, è risultato necessario apporre un limite all’uso di tale scriminante culturale. I giudici, in più casi, hanno riconosciuto il fatto che il riconoscimento della diversità culturale non possa essere assoluto e incondizionato. Vi sono, infatti, delle facoltà fondamentali e delle immunità fondamentali, e il riconoscimento della differenza fra queste è fondamentale per poter capire il ragionamento alla base del reato culturalmente motivato.

Quando parliamo di facoltà fondamentali, ovvero di “libertà di”, ci riferiamo a tutte quelle libertà, sancite e tutelate dalla legge, rivolte all’espressione del soggetto e dei suoi valori, come ad esempio la libertà religiosa. L’esercizio di tali libertà, però, non può arrivare a ledere i diritti di libertà di altri soggetti. Ed ecco che risulta necessario parlare di quelle che sono le immunità fondamentali, ovvero le “libertà da”, che sono le uniche libertà illimitate, come il diritto alla vita, di coscienza, di integrità fisica e psichica. Il rapporto fra le due è strettissimo. Ovvero, se prendiamo in considerazione la libertà di religione (facoltà fondamentale), si è titolari anche del diritto assoluto della libertà dalla religione (immunità fondamentale). Nel momento in cui una facoltà fondamentale lede un’immunità fondamentale, il comportamento non può essere giustificato, nemmeno alla luce della scriminante culturale. La giurisprudenza si è spesso pronunciata a riguardo, sottolineando quanto, frequentemente, la lesione di immunità fondamentali vengano giustificate alla luce della cultura di appartenenza del soggetto. Esempio emblematico risulta essere quello che attiene alle mutilazioni genitali femminili, che riflettono fortemente la necessità di difendere i più deboli dai retaggi culturali dei soggetti forti del gruppo sociale. 

Vi è, dunque, una stretta implicazione reciproca fra il rispetto delle diverse culture e le immunità fondamentali, che ha portato a diverse difficoltà e problematiche anche dal punto di vista sociale. Infatti, spesso, il soggetto sanzionato, non riesce a capire le ragioni della punizione, poiché considera un proprio comportamento come esercizio di un diritto, che nel paese di arrivo è, invece, considerato un divieto. Inoltre, la punizione solitamente viene imposta, senza un’effettiva spiegazione e illustrazione delle motivazioni per cui quel comportamento non possa essere tollerato dallo Stato in cui il soggetto si trova. Questo provoca certamente un senso di smarrimento, ma soprattutto non può portare a un reale cambiamento sociale. Spesso, infatti, le corti hanno punito, senza effettivamente “riabilitare” socialmente il soggetto, attraverso eventuali progetti di sensibilizzazione o percorsi di insegnamento dell’ordine giuridico dello Stato in cui vuole vivere. 

In questo discorso va inclusa la considerazione, nella possibilità della difesa di avvalersi della scriminante culturale, di quanto tempo il soggetto abbia vissuto all’interno dello Stato di arrivo. Se un soggetto è arrivato da poco, e, quindi, è ancora meno probabile che conosca le regole e le leggi dello Stato, allora più probabile sarà la possibilità di avvalersi della scriminante culturale, sempre che il suo comportamento non abbia leso un’immunità fondamentale. 

La giurisprudenza ha, poi, riconosciuto un’attenzione particolare nei casi di reati che coinvolgono soggetti minori, in quanto più vulnerabili e meritevoli di tutela. Nel caso preso in esame, il soggetto è un minore, e qui il conflitto di interessi coinvolge quella che risulta essere la prima facoltà fondamentale, ovvero la libertà religiosa. È, forse, anche da considerare il fatto che questa libertà coinvolga più i genitori di Gurbaj Singh Multani, piuttosto che lui stesso, considerata la sua età. La questione dell’accusa si incentra sulla sicurezza della scuola e sull’eventualità di mettere a rischio gli altri compagni di classe. 

Il 2 marzo del 2006 la Corte Suprema si esprime, affermando che il divieto di portare il Kirpan a scuola, come imposto dalla precedente sentenza della Corte di Appello del Québec, ledeva il diritto alla libertà di espressione religiosa, aggiungendo che, ad oggi, il Kirpan è un oggetto meramente simbolico e che la religione Sikh stessa ne vieta l’utilizzo. Afferma, inoltre, che vengano rispettate alcune condizioni di sicurezza per gli altri alunni della scuola, facendo appello alla prima decisione scolastica di permettere al soggetto di indossare il Kirpan, chiuso in una fodera di legno, cucita all’interno dei vestiti. 

Vediamo, quindi, come qui si sia cercato di trovare un compromesso fra quelli che sono i diritti di libertà di espressione religiosa e le esigenze di sicurezza scolastica. In molti casi le corti si sono espresse a favore di tale equilibrio, ragionando in merito alle possibili soluzioni che potessero soddisfare entrambe le parti, proprio al fine di dare importanza al riconoscimento e alla tolleranza delle diverse culture fra loro.  

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