DECOLONIZZARE IL FEMMINISMO: IL RUOLO DELLE DONNE ARABE DEL NORD AFRICA

Nell’immaginario tipicamente occidentale ed eurocentrico, si crede che le donne arabe e musulmane siano da sempre sottomesse, quasi in modo remissivo, e che non abbiano mai combattuto per far valere i loro diritti.

In Occidente, l’immagine della donna musulmana nascosta dietro a pesanti veli, simboli di subordinazione, o denudata negli harem dei pittori orientalisti, continua ad affermare la superiorità morale, culturale, politica e religiosa dell’Occidente. A fare da contraltare a questa narrazione, vi è la lunga tradizione di partecipazione politica e attivismo delle donne affinché venga riconosciuto loro il ruolo di essere protagoniste della storia dei paesi a maggioranza musulmana. 

Le donne nella lotta al colonialismo

Il cosiddetto femminismo arabo nasce tra fine Ottocento ed inizio Novecento, in uno dei momenti fondanti la modernità araba, la Nahdah, la rinascita, un movimento culturale che fiorì nelle regioni di lingua araba dell’Impero Ottomano durante la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo.
In un clima di rinascita culturale, sociale e politica, diverse voci di donne sono apparse sulla scena pubblica mettendo in discussione la segregazione alla sfera privata a cui erano state condannate nei secoli precedenti. Tramite poesie, romanzi, saggi e articoli di giornale, le donne discutevano apertamente di soggetti quali l’educazione, il matrimonio, i codici di abbigliamento, l’accesso al mondo del lavoro, il diritto al voto e l’occupazione coloniale, cercando di scardinare le leggi e gli istituti patriarcali vigenti.

La più famosa organizzazione è stata l’UFE, l’Unione Femminista Egiziana, che conquistò presto notorietà, sia nel paese che all’estero, per una serie di prese di posizione tra cui, nel 1923, il simbolico gesto di Hoda Sha’arawi e Sizah Nabarawi di togliersi il velo in pubblico. L’organizzazione riuscì ad estendere la propria agenda politica anche al di fuori dei confini dell’Egitto, per costruire reti con attiviste del resto del mondo arabo. Negli anni a venire sorsero svariati movimenti, come la Lega panaraba delle donne, l’Unione delle donne palestinesi, l’Unione delle donne libanesi che vedevano insieme donne musulmane e cristiane, dimostrando che il problema non era l’Islam, ma le tradizioni locali
In Algeria è stato particolarmente evidente il coinvolgimento delle donne nelle lotte contro i colonizzatori francesi: quando la guerra per l’indipendenza, che segnò gli anni 1954-62, raggiunse livelli più intensi di scontro, il Fronte di Liberazione Nazionale coinvolse anche un gran numero di donne, dove le mugahidat , le donne combattenti, divennero simboli della guerra di liberazione. 

Le donne nel post-indipendenza

Le grandi speranze riposte nella fine del colonialismo, una volta raggiunta l’indipendenza, furono disilluse: le donne, nonostante l’impegno contro l’occupazione, non ottennero pieni diritti di cittadinanza e l’uguaglianza. Nella propaganda nazionalista la donna era sì divenuta simbolo della nazione, ma l’uomo rimaneva il cittadino e quasi ovunque le donne arabe videro disconosciuti i loro impegni nel raggiungimento dell’indipendenza.

In Egitto, furono escluse dal diritto di voto, che poterono esercitare solo trentaquattro anni dopo, nel 1956. In Algeria, la riforma del codice della famiglia arrivò solo nel 1984, ventidue anni dopo l’indipendenza, ed il risultato fu un dispositivo di legge conservatore e patriarcale. Il codice confermava, infatti, lo status tradizionale di eterne minori, in quanto le donne continuavano a dipendere da un uomo, che fosse il padre, il fratello o il marito. Venne così sancita l’obbedienza della moglie al marito e alla sua famiglia, istituzionalizzata la poligamia, imposto che per sposarsi le donne dovessero essere rappresentante da un uomo e la rinuncia agli alimenti per ottenere il divorzio.

Non ovunque fu però così: in Tunisia, all’indomani dell’indipendenza, il presidente Burghiba promulgò, nel 1956, un codice dello statuto della persona che costitutiva un cambiamento radicale nell’interpretazione, allora maggioritaria, delle leggi islamiche per quanto riguarda la famiglia e i diritti delle donne. La promozione dell’uguaglianza tra i generi, di fatti, divenne uno dei fondamenti del progetto di nation-building di Burghiba. 

Il femminismo di Stato

Si può quindi affermare che nel post-indipendenza, con le dovute differenze storiche e nazionali, i governi di Stati come Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco, accettarono la partecipazione delle donne nello spazio pubblico affinché contribuissero alla costruzione dei nuovi Stati-nazione, ma limitando le loro libertà, relegandole al ruolo di mogli e madri. I diritti delle donne diventarono così parte dell’agenda politica nazionale e contribuirono a dare legittimità ai nuovi leader arabi, fintanto che le donne non contestavano tale legittimità.

Il cosiddetto femminismo di Stato incoraggiava le donne ad istruirsi, a partecipare alla sfera pubblica, a iscriversi ad associazioni femminili che supportavano i governi, ma le reprimeva quando diventano troppo critiche. Ad esempio, in Egitto, nel 1957 il governo Nasser chiuse la rivista “Bint al-Nil” diretta da Doria Shafik, importante figura nella lotta contro l’occupazione britannica e dei diritti delle donne, ponendola successivamente agli arresti domiciliari per mettere fine alle sue critiche verso il regime.
Avvenimenti simili accaddero anche in Marocco, dove durante gli anni di piombo, quel periodo che coincise con il regno di Hassan I che va dal 1961 al 1999, diverse donne conobbero il carcere, la tortura e la morte, per la loro partecipazione ad organizzazioni politiche di sinistra.

Il femminismo islamico

Nonostante ciò, la lotta delle donne arabe non si arrestò e ben presto temi che prima erano reputati un tabù, come la violenza domestica, divennero centrali nel dibattito pubblico; le principali battaglie erano relative ai diritti civili, alla riforma degli istituti e codici che supportavano ed istituivano legalmente la disuguaglianza, al contrasto della violenza contro le donne, allo sradicamento di mentalità e tradizioni patriarcali. 
Vale la pena sottolineare la campagna lanciata in Marocco l’8 marzo del 1992 dall’UAF, l’Union de l’action féminine, per raccogliere 1 milione di firme al fine di ottenere la revisione del codice dello statuto personale. Nonostante la controffensiva degli islamisti che le accusarono di apostasia, il 1° maggio 1993 Hassan II diede il suo consenso per una parziale modifica del codice: si trattò di una riforma modesta, che gettò però le basi per una più significativa riforma della Mudawwana, il Codice di Statuto Personale Marocchino, nel 2003-2004.


Tale riforma fu resa possibile grazie ad uno sforzo di reinterpretazione religiosa; di fatti, il riposizionamento del discorso religioso al centro della vita pubblica aveva reso necessaria una reinterpretazione dei testi sacri per affrontare qualsiasi riforma.
Un numero crescente di donne, sul finire gli anni Novanta e Duemila, sosteneva che fosse necessario battersi per i diritti e uguaglianza a partire da una rilettura dei testi sacri dell’Islam attenta ad una prospettiva di genere e al ruolo che le donne hanno giocato nella storia islamica.

Le femministe islamichemirano a conciliare l’igtihad– l’interpretazione indipendente dei tesi sacri- con il richiamo alle leggi internazionali in difesa dei diritti delle donne.
Secondo questa prospettiva, il Corano afferma indiscutibilmente l’uguaglianza di genere: sono state le ristrette élite maschili ad imporre interpretazioni misogine e patriarcali del Testo sacro, tradendo il suo messaggio originario. A partire da questa convinzione, molte donne e uomini, propongono la riforma di leggi ed istituzioni patriarcali sulla base di una chiara differenziazione tra la shar’ia, la via indicata da Dio ai credenti, ed il fiqh, il diritto che da essa deriva, che è una produzione umana e quindi suscettibile di errore, potendo, di conseguenza, essere riformato. 

Le donne oggi

Le rivolte del 2010-2011, quei movimenti di protesta passati alla storia come Primavera araba, sono state caratterizzate da una significativa presenza femminile.
In Tunisia sono state particolarmente attive nella rivolta del bacino minerario di Gafsa nel 2008. In Egitto, le donne hanno giocato un ruolo determinante nell’inaspettata ondata di proteste contro l’intensificarsi delle scelte liberiste cominciata nel 2004 e culminata con lo sciopero generale del 2008. Durante le rivolte, le donne erano presenti nelle assemblee politiche, marciando nelle prime file e nelle retrovie delle manifestazioni, rivendicando dignità, libertà, diritti e lavoro. Erano attive su internet, a documentare le proteste e a denunciare gli abusi delle forze dell’ordine, e nelle piazze per sensibilizzare la popolazione. In questo modo, nel contesto della Primavera araba, il femminismo diviene un tema trasversale all’interno delle più ampie rivendicazioni per i diritti e la democrazia, anche se, con la caduta dei regimi, la posizione delle donne è risultata essere meno chiara.

È innegabile che le società arabe, negli ultimi anni, abbiano conosciuto delle significative trasformazioni proprio in termini di relazioni tra i generi: si assiste, infatti, ad una significativa crescita dell’istruzione femminile e ad un sensibile posponimento dell’età matrimoniale.
Questi cambiamenti sono il frutto di trasformazioni sociali, ma anche delle lotte delle donne per l’uguaglianza e la giustizia sociale; lotte che non si arrestano e continuano tutt’oggi, mostrando donne impegnate su più e differenti fronti, a seconda dei contesti in cui vivono e delle sensibilità politiche di ciascuna. 

In conclusione, è possibile affermare che la storia delle donne e dei movimenti delle donne è parte fondamentale e costituente della storia contemporanea dei paesi del mondo arabo. Scrivere di donne, parlare di donne ed Islam, significa imporre una storia del mondo arabo-islamico quale strumento indispensabile per deorientalizzare le narrazioni maggioritarie in Occidente sul mondo arabo e decolonizzare il femminismo, intesto come una prerogativa occidentale ed in irriducibile opposizione all’Islam.

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