MYANMAR SULLA BILANCIA DELLE SCELTE STATUNITENSI

L’obbiettivo statunitense 

Stati Uniti e Myanmar vantano una storia di più di centocinquanta anni di relazioni diplomatiche altalenanti. Nel tempo, i rapporti tra i due stati sono stati alternativamente positivi e negativi.

Oggi, le relazioni che legano i due paesi vedono gli Stati Uniti positivamente colpiti dalla transizione verso la democrazia che il paese del Sudest asiatico sta avendo. Infatti, mentre fino al 2017 i rapporti si sarebbero potuti definire estremamente tesi a causa della difficile situazione legata alla discriminazione ai danni della minoranza dei Rohingya, oggi gli Stati Uniti si dicono “impegnati perché vengano riconosciuti anche i passi positivi compiuti dal paese” verso la creazione di uno stato più democratico che verrà creato attraverso l’impiego di forti riforme. Intanto gli Stati Uniti avrebbero dimostrato tutto il loro “sostegno alle riforme politiche ed economiche intraprese dalla Birmania; promuovendo la riconciliazione nazionale; costruendo la trasparenza del governo, la responsabilità e le istituzioni; responsabilizzando le comunità locali e la società civile; promuovendo un impegno internazionale responsabile; e rafforzando il rispetto e la protezione dei diritti umani e della libertà religiosa.” 

Cambiamenti fatti e da fare 

Già nel 2012, durante le elezioni parlamentari, la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL) e la sua leader Aung San Suu Kyi -trovatasi oggi sotto i riflettori del colpo di stato avvenuto qualche settimana fa- conquistavano 43 dei 45 seggi posti nel parlamento. L’avvenimento prospettava già la vittoria che sarebbe avvenuta da lì a poco, nel 2015, per la leader del partito democratico. Le elezioni nazionali del 2015 hanno visto, infatti, la vittoria schiacciante dell’NDL e di Aung San Suu Kyi. Questo avvenimento è stato emblematico nella storia della Birmania verso la transizione democratica e, sebbene la vittoria dell’NDL non sia bastata a cambiare le dinamiche del paese in maniera rapida e funzionale, l’arrivo di Aung San Suu Kyi al potere ha sicuramente significato molto per il futuro del paese del Sudest asiatico, il quale si è in questo modo avvicinato nettamente agli standard di democrazia soprattutto agli occhi dei paesi occidentali. Gli Stati Uniti si sono spesso dichiarati positivamente colpiti dai cambiamenti fatti, senza però scordare il lavoro e le impronte forti lasciate dai governi precedenti a quello più democratico di Thein Sein “tra cui la riserva del 25% dei seggi parlamentari per i militari; l’esautorazione di gruppi di persone che avevano votato nelle elezioni precedenti, tra cui l’etnia Rohingya; e la squalifica dei candidati basata sull’applicazione arbitraria dei requisiti di cittadinanza e residenza”.

Le sanzioni 

Nel 2012, con l’avvento della presidenza Obama, i rapporti Stati Uniti-Myanmar hanno visto una netta distensione. Il primo anno di amministrazione Obama è stato, infatti, l’anno in cui gli Stati Uniti si sono fatti primi garanti delle nuove operazioni di sovvenzione e prestito da parte delle istituzioni finanziarie internazionali. Essi hanno inoltre deciso di ristabilire la missione dell’USAID, ovvero la United States Agency for International Development, nel paese, andando inoltre ad allentare le sanzioni economiche precedentemente poste in essere. In aggiunta, uno dei passi più importanti è stato quello di raggiungere un accordo in tema di sicurezza e sviluppo, il quale ha permesso ai due paesi di cooperare in materia di controterrorismo e riforme filo democratiche. Il paese ha fatto forti progressi da quel momento fino a giungere alle elezioni del 2015. Tuttavia questo sviluppo non ha alterato la valutazione fatta dagli Stati Uniti nel 2017 a seguito degli attacchi da parte dell’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) contro le forze di sicurezza. L’attacco sferrato dalle forze insurrezionaliste ha provocato la fuga di più di 7mila cittadini appartenenti alla minoranza Rohingya e, dopo le inchieste portate avanti dalle autorità statunitensi, il responso ha accertato che si trattasse di un’opera di pulizia etnica ai danni del popolo Rohingya. La risposta statunitense non ha tardato ad arrivare e già nel 2017 gli Stati Uniti “hanno imposto restrizioni mirate sui visti e sanzioni finanziarie nell’ambito del Magnitsky Act”, legge approvata dal Congresso nel 2012 “che prevede sanzioni individuali consistenti, in particolare, nel congelamento dei beni e nel rifiuto del rilascio del visto d’entrata negli Stati Uniti”. 

One Belt One Road per il Myanmar 

Negli anni, e soprattutto dopo gli avvenimenti del 2017, lo sguardo della Birmania (come gli Stati Uniti continuano a chiamare lo stato che ha cambiato la sua denominazione in Myanmar nel 1989) si è rivolto anche ad altri stati più vicini e che nel tempo hanno aumentato la loro forza economica e influenza internazionale. Prima fra tutte la Cina che, tramite i media, ha inizialmente fornito un’interpretazione dubbiosa di quello che stava accadendo in Myanmar qualche settimana fa, sottovalutando totalmente gli avvenimenti. Questa primissima reazione della potenza asiatica è risultata discutibile agli occhi dei paesi occidentali nonché della stessa popolazione cinese. Tuttavia, la sottovalutazione degli avvenimenti birmani potrebbe essere il sintomo di un problema molto più grande e che prefigurerebbe un legame sempre più forte tra il Myanmar e la Cina di Xi Jinping. Infatti, sebbene i media abbiano ampiamente parlato del forte avvicinamento agli standard occidentali in materia di diritti umani avvenuto con la salita al potere di Aung San Suu Kyi, il Myanmar resta uno dei paesi firmatari dell’accordo sul corridoio economico Cina-Myanmar, nel quadro generale dell’iniziativa Belt and Road, tramite il quale è entrato così a far parte della speciale zona economica delimitata. Lo sguardo che il Myanmar ha riservato agli Stati Uniti riguarderebbe, infatti, per lo più il periodo precedente all’ascesa di Aung San Suu Kyi, quando l’ex presidente, Thein Sein, incontrò Obama, diventando il primo capo di stato birmano a ricevere la visita di un presidente statunitense in carica. 

Il quesito di Biden 

Oggi, la situazione in Myanmar potrebbe costituire la prima prova della nuovissima presidenza Biden che dovrebbe prendere le sue prime decisioni in materia di politica estera. Il fatto che l’amministrazione Biden sia decisa a mantenere attivamente un regime democratico è stato certo sin dal momento in cui gli Stati Uniti si sono posti a capo della condanna internazionale del Myanmar. Affiancato dagli altri paesi del G7, Biden ha fatto forti pressioni per il rilascio dei membri del partito della Lega Nazionale per la Democrazia e per un ritorno allo status quo precedente. Oltre alle sanzioni poste già in essere a seguito della questione Rohingya del 2017, gli Stati Uniti si trovano oggi a dover scegliere se agire con una politica di ulteriori “punizioni” o se queste potrebbero, se poste in essere, diventare l’ulteriore causa di allontanamento del Myanmar dalla forza attrattiva indebolita degli Stati Uniti e spingere, di contro, il paese verso la potenza cinese. Nell’ambito ASEAN, per estensione, la scelta di implementare nuove sanzioni ai danni del Myanmar da parte del governo statunitense potrebbe significare un ulteriore distacco e, con ogni certezza, il guadagno di alleati più affidabili per il governo di Xi Jinping. 

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