DIECI ANNI DALL’APERTURA DEL ‘’VASO DI PANDORA LIBICO’’

Adesso che il caos post-Primavera sembra essere finito, quali sono le intenzioni della comunità internazionale in Libia?

A partire da dicembre 2010 un grande movimento di proteste ha interessato la regione del Medio Oriente e Nord Africa, dalla Tunisia allo Yemen. I manifestanti erano in gran parte giovani che rivendicavano il miglioramento delle condizioni socioeconomiche e la fine dei regimi dittatoriali pluridecennali. I percorsi intrapresi da ciascun paese sono stati diversi con altrettanti esiti inattesi: contro-rivoluzione, scoppio di guerre civili, mantenimento dello status quo. 

Nel febbraio 2011 la Rivoluzione libica è iniziata a Benghazi, città che si trova nella regione orientale della Cirenaica. In risposta alla repressione delle rivolte da parte di Muammar Gheddafi, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) ha adottato la risoluzione 1970 denunciando il pericolo di una crisi umanitaria in Libia. Un mese dopo con la risoluzione 1973 è stata stabilita la creazione di una no-fly zone ed è stato proposto l’intervento della NATO per garantire la transizione democratica del paese. Cina, Russia, India, Brasile e Germania si sono astenute dal voto.

Il 28 marzo 2011 il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha tenuto un discorso ufficiale presso l’Università di Difesa nazionale di Washington per informare la popolazione americana delle intenzioni della sua amministrazione in Libia. ‘’Gli Stati Uniti hanno la responsabilità di agire’’ per aiutare i libici a realizzare quello che i tunisini e gli egiziani hanno fatto nei loro paesi: mettere fine ai regimi dittatoriali e garantire lo stato di diritto. L’intervento di Washington era mosso da due principali finalità: mantenere buoni rapporti con gli alleati americani di vecchia data presenti nella regione – le monarchie del Golfo – e tutelare le finanze statali sperperate dall’amministrazione Bush (leading from behind). Tutto ciò attraverso una visione contraddittoria della promozione della democrazia. Obama, infatti, è stato uno dei maggiori alleati del governo egiziano di Hosni Mubarak e soltanto quanto i manifestanti sono riusciti a costringere ‘’il faraone dell’Egitto’’ alle dimissioni, Washington ha espresso il suo sostegno per i manifestanti.

L’intervento internazionale in Libia non ha portato agli esiti sperati. Dal 2011 il numero di morti è moltiplicato e l’integrità territoriale stessa del paese è stata messa a rischio. A seguito della caduta del regime di Gheddafi ha preso avvio una terribile guerra civile che si è progressivamente regionalizzata e internazionalizzata. Nel 2014 è nato un nuovo governo in Cirenaica in opposizione a quello islamista di Tripoli, l’ISIS (Daesh) ha creato una sua affiliazione a Sirte e numerosi mercenari sono stati ingaggiati dalle potenze regionali e internazionali per difendere i loro interessi strategici nel paese. L’eredità di armi lasciata da Gheddafi, in gran parte nelle mani dei leader delle comunità locali, ha contributo a far sprofondare il paese nel caos. E i vuoti di potere sono diventanti delle voragini su cui si sono buttati a capo fitto attori di diversa natura, interni ed esterni alla Libia.

A partire da quest’estate abbiamo assistito a un raffreddamento del conflitto libico accompagnato da un rinnovato intervento diplomatico delle Nazioni Unite con il sostegno dei paesi del Maghreb. A ottobre scorso è stato dichiarato il cessate-il-fuoco tra le due fazioni rivali interne – il governo di accordo nazionale di Tripoli (GNA) e L’Esercito Nazionale Libico (LNA) – e, infine, a gennaio di questo anno c’è stata la nomina dei candidati del governo di transizione che guiderà il paese alle elezioni parlamentari e presidenziali che si terranno a dicembre 2022. 

Il sistema tribale e neo-patrimoniale di gestione del potere istaurato da Gheddafi era riuscito a tenere insieme le diverse anime del paese attraverso una distribuzione clientelare del potere e della ricchezza. Gli eventi che si sono succeduti dal 2011 hanno rimischiato le carte in tavola. Pertanto, oggi occorre un ripensamento dei meccanismi di distribuzione del potere e delle risorse tale che a ciascuna regione della Libia venga riconosciuto un certo grado di autonomia all’interno di un quadro amministrativo-legale che goda di istituzioni politiche legittimate dalla società civile. Tuttavia, gli interessi degli stati esterni potrebbero ostacolare questo processo.

Il fallimento dell’intervento internazionale in Libia nel 2011, non essendo sostenuto da una chiara conoscenza del contesto socioculturale del paese e non accompagnato da un chiaro progetto di ricostruzione, ci dice che è arrivato il momento di cambiare rotta rispetto al passato: promuovere un tipo di pax liberale è insufficiente. Occorre una visione a lungo termine in grado di chiudere il ‘’vaso di Pandora ‘’ di cui aveva parlato il presidente del Ciad nel 2011 temendo le ripercussioni al livello regionale di una Libia instabile. Ma chi sono gli attori più adatti per fare ciò?

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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