TWITTER E TRUMP: SPAZIO PRIVATO E AUTORITÀ PUBBLICA

Twitter banna permanentemente Trump dalla sua piattaforma. Tra le diverse reazioni, di cosa è opportuno preoccuparsi?

L’11 febbraio, Twitter ha deciso di rendere permanente il ban imposto all’account dell’ormai ex presidente Donald Trump. Se la sospensione immediata del suo account può essere facilmente inquadra nel contesto politico dell’emergenza e della sicurezza nazionale dovuto al successivo attacco a Capitol Hill, il divieto imposto da Twitter ha conseguenze politiche, sociali e giuridiche più gravi che non possono essere trascurate. Possiamo noi, cittadini delle democrazie liberali, accettare che siano i proprietari delle Big Tech ha decidere sulla legittimità delle narrazioni politiche, siano esse allineate o meno con le nostre? 

La decisione ha giustamente fatto scalpore suscitando diverse reazioni da parte di figure politiche, tecnici e accademici. Vari esponenti del partito democratico americano hanno accolto la notizia con commenti di giubilo, come fosse questa una vittoria importante quasi quanto quella elettorale recentemente raccolta. La logica che spiega questa reazione è semplice: il sistema democratico americano non può comprendere un individuo tanto anti-establishment quanto lo è (o quanto sembra esserlo) Donald Trump. Di conseguenza, la sua esclusione dall’arena di dibattito democratico è non solo legittima ma addirittura auspicabile. 

Se quella appena esposta è una tesi quantomeno partigiana, più interessante, e più complessa, è l’argomentazione che sostiene la legittimità del ban non tanto in ragione della tutela democratica, quanto in ragione della tutela del diritto dei privati a regolamentare in maniera arbitraria i contenuti presenti sulle piattaforme da loro offerte. Per esempio, l’esperto di politiche della digitalizzazione, Tommaso Ederoclite, sostiene come, essendo i social società private le cui policy sono state violate da Trump, tanto da ricevere già in passato diversi provvedimenti per incitamento all’odio, sia diritto delle stesse escluderlo dall’utilizzo delle loro piattaforme. 

D’altro canto, sono riscontrabili dichiarazioni più o meno articolate che hanno sollevato diversi dubbi rispetto alle conseguenze che un precedente simile può causare, agli effetti che può avere sulla qualità delle democrazie liberali. La cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta preoccupata per l’accaduto e ha tutt’altro che ridimensionato la portata del ban di Twitter. Tuttavia, l’opinione dalla quale muovono alcuni interessanti ragionamenti è quella di Massimo Cacciari, filosofo ed ex sindaco di Venezia: “È inaudito che imprenditori privati possano controllare e decidere loro chi possa parlare alla gente e chi no. Doveva esserci un’autorità, ovviamente terza, di carattere politico che decide se qualche messaggio che circola in rete è accettabile o meno”. 

Per superare questa facile lettura dualistica, è opportuno ripercorrere rapidamente la “storia di internet”. La questione infatti non è banale, e va a toccare i difficili rapporti tra libertà private, come in questo caso quella di regolamentare i contenuti delle proprie piattaforme, e autorità pubblica. Le infrastrutture e lo “spazio di internet” non sono sempre state controllate e dominate dai privati. Arpanet, è bene ricordalo, era un progetto del Dipartimento di Difesa americano, tenuto lontano dai privati fino alla metà almeno degli anni ’90 quando, dopo la creazione a Ginevra del World Wide Web, iniziarono ad emergere i possibili (e molto fruttuosi) usi a scopo di commerciale e di lucro di Internet. Fatta nascere e nutrita dall’autorità pubblica, Internet passa alla custodia dei privati, che costruiscono grazie ad essa modelli i business prima impensabili che caratterizzano le ultime decadi. Se ben si riflette però, come in ogni altro caso, il passaggio al privato non significa lo svincolo dalle norme che l’autorità pubblica pone. Tutt’altro.

Come lo Stato nasce perché le libertà negative, tra cui quella di proprietà, vengano garantite, è l’autorità pubblica che poi ne regola gli equilibri, sia in democrazia che in regimi non democratici. Non solo, per come vengono utilizzati oggi, i sociali network sono uno degli spazi più importanti del dibattito pubblico, dello scontro di narrazioni del quale la democrazia si nutre. A maggior ragione, dunque, vista la funzione pubblica che i social svolgono talvolta, noi cittadini dovremmo rivendicare a gran voce che sia un’autorità pubblica a regolare cosa sia e cosa non sia concesso nell’arena del dibattito, come avviene sugli altri media (televisione, radio, etc.). Non è accettabile che questa regolamentazione sia affidata a multinazionali, arbitri del futuro di diritti politici e civili nel vasto e influente mondo del cyberspace.

Stefano Rodotà, già nel 2010, parlò a riguardo di un “medioevalismo istituzionale”: i feudatari (i privati nel nostro caso) stabilivano autonomamente chi poteva fare cosa nei territori di cui erano padroni, forti di un potere coercitivo che, almeno nei loro “domini” non era contrastato. Gli abitanti semplicemente obbedivano, o erano eliminati, proprio come Trump. Accettare queste condizioni, sarebbe come lasciare la tutela dei diritti in Rete solo all’iniziativa dei soggetti privati, i quali, in assenza di altre iniziative, appariranno come le uniche istituzioni capaci di intervenire. Sarebbe, in particolare, come accettare una privatizzazione del governo di Internet senza che altri attori, ai livelli più diversi, possano dialogare e mettere a punto regole comuni. 

Ci si chiederà, giustamente, come sia stata possibile una tale erosione del potere normativo dell Stato. Nuovamente la storia corre in nostro soccorso. Negli anni ‘70, con la crisi del modello economico keynesiano, si fece da parte l’idea, fino ad allora solida, secondo la quale lo stato dovesse essere il principale “regolatore” del mercato, decisivo nel risolvere contraddizioni e squilibri. Gli economisti M. Friedman e F. Heyek sostennero con forza la causa del libero mercato, ritenendo che esso fosse in grado di determinare la distribuzione dei beni e dei servizi in modo più efficiente di quanto non facesse lo stato. Seguirono (e ancora sono in corso), anni di deregolamentazione e riduzione del ruolo normativo dello Stato, in favore di quella autonomia dell’iniziativa privata che, per gli economisti neoliberali, avrebbe dovuto portare i massimi benefici possibili. 

Senza entrare nei dettagli e nel dibattito di carattere economico, la deregolamentazione e la demonizzazione dell’autorità pubblica come principale, legittimo e necessario fattore normativo, sono responsabili del potere “feudatario” del quale i vari magnati proprietari dei social network sono ora depositari. Come spesso, se non sempre, succede, le ricette economiche hanno un valore politico e i due circuiti arrivano alla fine a toccarsi. Quando la destra statunitense si indigna per il ban subito da Trump, non si può non notare la contraddizione che scaturisce quando si pensa al sostegno che la stessa destra repubblicana diede allo “smantellamento dello stato”.

Oggi, viene servito il conto o coloro che sostenevano l’idea secondo cui lo Stato non deve mettere limiti né al potere delle imprese né alla ricchezza dei loro proprietari. Oggi i democratici, pure coloro che si dicono “socialisti”, e pertanto antitetici a valori principi e politiche dell’economia neoliberale, esultano per il nemico sconfitto. Chissà se si renderanno conto che un domani il “bavaglio” potrebbe essere messo a loro. Difficile a dirsi. Internet è ormai un veicolo di libertà e conoscenza, di conflitti e di aggregazione, ed è per questo che regole e procedure poste da una legittima autorità pubblica sono quantomai fondamentali. 

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