DIETRO L’ATTENTATO L’ATAVICA COMPLESSITÀ DEL CONGO

Molti degli aspetti che riguardano la barbara uccisione dell’Ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci sono ancora poco chiari. Le ipotesi al vaglio sono molteplici ma l’impressione è che si voglia risolvere il caso in maniera semplicistica identificandolo come un tentativo di rapimento fallito. La complessità politica della regione tuttavia, dovrebbe se non altro indurre a un’analisi più approfondita delle cause che sono alla base di questo triste episodio.

Il 21 febbraio 2021, l’Ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci che lo scortava, sono stati intercettati nei pressi di Goma, a circa 2.500 km dalla capitale Kinshasa, da un gruppo di individui armati che li hanno prima sequestrati e poi uccisi a poca distanza, durante un apparente tentativo di fuga. 

L’Ambasciatore Luca Attanasio, originario di Saronno, aveva 43 anni ed era uno degli ambasciatori italiani più giovani al mondo. Dopo diverse esperienze all’estero, fra le quali Svizzera, Marocco e Nigeria, aveva ottenuto il ruolo di capo missione in Congo nel 2017. Qui aveva seguito nel tempo numerosi progetti umanitari oltre ad aver avviato con la moglie una ONG (Mama Sofia) impegnata nel sostegno delle persone più svantaggiate. 

Il carabiniere Vittorio Iacovacci invece, originario di Sonnino, aveva solo 30 anni ed era un effettivo del 13° Reggimento carabinieri di stanza a Gorizia. Prestava momentaneamente servizio presso l’Ambasciata italiana a Kinshasa e nella triste circostanza che lo ha visto perire svolgeva la funzione di scorta armata al diplomatico.

L’agguato del 21 febbraio ha suscitato sdegno e una profonda tristezza in patria. In Congo invece eventi di questo tipo si susseguono senza soluzione da decenni, originati dalla drammatica situazione politico-economica della regione, che non sembra destinata a trovare soluzione nel breve periodo.

Il Congo ha storicamente attraversato una serie di “fasi” che nel tempo hanno plasmato il fragile sistema politico-amministrativo che ancora oggi esercita il potere nel Paese. La frammentazione politica affonda le sue radici in epoche remote. Già alla fine del 1800 possiamo circoscrivere le prime criticità. Quello che era conosciuto come lo “Stato libero del Congo” era infatti una proprietà personale di Leopoldo II del Belgio, che governava con pugno di ferro, sfruttando le popolazioni locali per la raccolta della gomma.

Le vessazioni a cui le popolazioni erano sottoposte, incentivarono la creazione di movimenti di protesta antagonisti al governo centrale. Tali contrapposizioni, unite all’impossibilità di governare un territorio così vasto, fecero si che lo Stato libero del Congo, divenuto Congo Belga, fosse annoverato fra le colonie del Belgio.

A metà degli anni 60 la rivalità fra i numerosi potentati presenti nel Paese, aumentarono in virtù dei movimenti di indipendenza che nello stesso periodo imperversavano in tutto il continente africano. La situazione, di per sé molto critica, degenerò in breve tempo, costringendo gli europei a concedere l’indipendenza al Congo nel 30 giugno 1960.

Tale stato di cose non frenò però le lotte intestine che anzi aumentarono di numero e intensità. Gli scontri inter-etnici, soprattutto fra Hutu Tutsi, si sovrapposero a quelli per il mero accaparramento delle risorse naturali e minerarie di cui alcune zone del Paese erano particolarmente ricche. L’escalation bellica della regione portò negli anni 90 alla Prima guerra del Congo (1996-97) e alla Seconda guerra del Congo(1998-2003) conosciuta anche come Guerra Mondiale Africana, poiché coinvolse 8 nazioni africane e circa 25 milizie armate. Il conflitto portò alla divisione del territorio congolese in due parti (quella occidentale e quella orientale) in lotta fra loro per l’accaparramento di oro, diamanti e altri elementi utili per l’alta tecnologia, come cobalto e coltan.

La Guerra Mondiale Africana aveva se non altro avuto il merito di riaccendere i riflettori della politica internazionale sulla regione, che giaceva abbandonata a se stessa, vittima della più totale instabilità. Nell’ultimo ventennio tuttavia, tralasciando le missioni ONU come MONUSCO (Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo), il disinteresse per questo territorio da parte della comunità internazionale è tornato oltremodo preponderante.

Questo stato di cose si è tradotto in una profondissima frammentazione politica, che vede l’autorità governativa solo come uno dei tanti poteri che insistono nella regione. Nel Congo infatti, la distanza spaziale fra centro e periferia si manifesta anche sotto forma di distanza politica. Le aree più lontane dalla capitale sono infatti subordinate al potere di milizie locali, che sfruttano i traffici illegali e le manifestazioni di forza per “legittimare” il loro controllo.

La provincia del Nord Kivu, una delle 26 partizioni in cui è suddiviso il territorio congolese è un territorio ricchissimo di risorse naturali come cobalto e coltan, molto utili all’industria tecnologica soprattutto per la fabbricazione degli smartphone di ultima generazione. L’importanza economica di queste risorse si traduce essenzialmente in interesse politico, poichè il loro controllo da parte dell’una o dell’altra fazione, ne comporta di fatto la leadership di potere.

In questo territorio circa venti gruppi etnici si scontrano con le forze governative unite ai cashi blu della missione MONUSCO. Non mancano ovviamente anche gli scontri inter-etnici che fanno da sfondo a uno scenario di estrema fragilità, dove la ricchezza naturale si mescola all’estrema povertà e a un diffuso sottosviluppo.

Gli scontri inter-etnici, sostanzialmente fra Hutu e Tutsi, sostenuti rispettivamente da Burundi e Ruanda, mirano a destabilizzare il Paese al fine di gestire autonomamente le risorse del territorio. Come segnalato da diversi analisti, nel tempo ad essi si è affiancata una nuova milizia multietnica (Adf/ISIS) affiliata all’ ISCAP (Islamic State’s Central Africa Province) che, come riportato dal magazine Startmag.it organizza attacchi terroristici che seguono una dinamica ibrida costituita da insorgenza politica e dissuasione criminale, con i quali mirano a ribadire la presenza nel territorio al fine di proseguire con il controllo dei traffici illeciti. 

L’attentato del 21 febbraio scorso dev’essere necessariamente inserito in questo coacervo di poteri, dinamiche sociali e politico-economiche che caratterizzano la regione. Tenuto conto delle criticità sopra espresse possiamo ipotizzare alcune spiegazioni più o meno plausibili per quanto accaduto il 21 febbraio scorso.

A mio modesto avviso l’ipotesi del rapimento andato male appare quantomeno discutibile, se non altro perché non troverebbe giustificazione l’uccisione dei prigionieri. Questa spiegazione sembra più un goffo tentativo di nascondere le responsabilità relative alla sicurezza degli spostamenti dell’Ambasciatore italiano, forse colpevolmente sottovalutata soprattutto dalle autorità locali.

La prima ipotesi credibile è quella secondo la quale le milizie locali (Tutsi) hanno deciso consapevolmente di organizzare l’attacco come atto di intimidazione nei confronti della missione MONUSCO, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo di leadership a scapito delle numerose fazioni in lotta. In questo caso la scelta di un obiettivo di tal portata giustificherebbe abbastanza verosimilmente le finalità dell’azione.

La seconda ipotesi, a mio avviso la più attendibile, è quella secondo cui la milizia multietnica di cui sopra (Adf/ISIS), affiliata allo Stato Islamico abbia deciso di organizzare l’attacco ad un target di così alto livello proprio in virtù dell’eco mediatica che lo stesso avrebbe avuto, nonché del simbolismo politico che l’avrebbe contraddistinto. Come infatti fa notare il magazine di cui sopra, azioni di questo tipo si inseriscono a pieno titolo nei processi di legittimazione del sedicente Stato islamico nei vari territori in cui esercita il suo potere. Le azioni eclatanti, forniscono all’organizzazione una sorta di accredito internazionale che ne permette di fatto la stabilizzazione e la crescita sul territorio.

In conclusione appare opportuno affermare che con tali ipotesi non si vuole in alcun modo contrastare o sminuire il lavoro dei vari attori che con grandi difficoltà cercano di fornirci le prove oggettive alla base di tale episodio. L’intento è quello di conoscere e provare a dare un’interpretazione ad alcune delle dinamiche che in tale circostanza potrebbero essere intervenute, cercando di stimolare una riflessione su un evento a cui solo nel tempo si potrà dare una spiegazione certa.

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