“VORREI MA NON POSSO”: IL CASO DELL’ALGERIA A DUE ANNI DALLE PROTESTE

Lunedì 22 Febbraio migliaia di algerini sono scesi nelle strade della capitale per commemorare i due anni dall’inizio delle proteste che hanno portato alla fine del ventennio di Abdelaziz Bouteflika. Sono state segnalate marce anche in altre città del Paese come Annaba, Orano, Sétif e Mostaganem.

Secondo le testimonianze i manifestanti urlavano lo slogan “Non siamo qui per festeggiare ma per le vostre dimissioni” in segno di protesta contro i militari e il Presidente Abdelmadjid Tebboune.  La polizia avrebbe cercato di arrestare la marcia diretta verso il Grand Poste, l’edificio simbolo delle proteste. Attraverso diverse segnalazioni, e dai social media, si apprende che molti manifestanti sono stati arrestati.

Ma cosa è cambiato in Algeria da quel 22 febbraio 2019 in cui migliaia di algerini si sono opposti al quinto mandato del Presidente Bouteflika? Il percorso di transizione dell’Algeria potrebbe essere riassunto dalla frase “vorrei ma non posso”. Se infatti da un lato sono state messi in campo diversi progetti di rinnovamento, nei fatti sono stati compiuti passi poco decisi verso questa direzione. 

Per quanto riguarda ad esempio il ricambio generazionale nella politica, non si può certo dire che siano emersi volti nuovi; lo stesso Tebboune è stato primo ministro durante Bouteflika. Inoltre, tra gli altri politici in carica, si segnala la presenza di Abdelaziz Djerad e il ministro della Giustizia Belkacem Zeghmati simbolo della repressione nei confronti degli esponenti dell’opposizione. 

Lo stallo politico è stato aggravato nell’ultimo anno dal Covid-19 che ha rallentato il percorso verso la riforma della legge elettorale e ha oscurato le défaillance della riforma costituzionale.

La riforma della legge elettorale si pone come un passo particolarmente importante in quanto definirebbe il percorso verso le elezioni anticipate, delle due camere dell’Assemblea popolare nazionale, e perché agirebbe sui meccanismi di finanziamento dei partiti.

Uno dei punti principali è infatti l’esclusione dei fondi provenienti dal settore privato e l’istituzione di una commissione indipendente di sorveglianza. L’obiettivo è quello di distaccare gli interessi economici dalla la politica, nel tentativo di favorire la trasparenza nel sistema di rappresentanza. 

Dalla riforma costituzionale invece emerge la poca convinzione del Paese di imboccare la strada verso un reale cambiamento. Nonostante infatti si sia più volte insistito sull’indipendenza del potere giudiziario, con la riforma, il Presidente mantiene il controllo sulla magistratura attraverso il ruolo al vertice dell’Alto consiglio della magistratura che gli consente di nominare e revocare i giudici. 

Nonostante quindi sulla carta si decanti continuamente la voglia di cambiamento, e l’inizio di una nuova Algeria, emerge una realtà istituzionale incapace di superare l’impasse politico. Da un lato ci sono le dichiarazioni di Tebboune, una tabella di marcia ben definita e un atteggiamento di rinnovamento, dall’altro un approccio esitante e vago che non fa che soffocare le aspirazioni democratiche della popolazione. 

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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