IL CROCEVIA DELLE RELAZIONI STATI UNITI-CINA

La crisi finanziaria del 2007-2008 ha fortemente impattato sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina, mettendone a nudo le contraddizioni ed incentivando certi processi politici. Vediamo come.

Dall’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (2001), l’intensificazione delle relazioni Stati Uniti-Cina era fondata sulla promessa di benefici economici sia reciproci che globali: «cisarebbero stati numerosi vincitori e nessun perdente», si pensava. Ma dalla fine degli anni 2000 il clima era cambiato: la crisi finanziaria, propagatasi dagli Stati Uniti, ha messo a nudo alcune contraddizioni strutturali della globalizzazione economica a guida sino-americana.

La deflagrazione della bolla immobiliare, con le successive implicazioni sul sistema finanziario internazionale, piombò sull’economia statunitense, mettendone in luce le vulnerabilità e le false illusioni. All’alba del nuovo millennio, l’ ‘impero dei consumi’ statunitense viveva i suoi anni d’oro. A fronte di una diminuzione dei risparmi privati della popolazione, aumentavano le richieste di mutui ed il ricorso da parte degli istituti di credito a modalità di finanziamento ad alto rischio, quali quei mutui subprime concessi prevalentemente per l’acquisto della prima casa. La facilità di accesso al credito era «incoraggiata dai bassi tassi d’interesse e dalla disponibilità degli investitori stranieri – Cina in primis – ad accumulare dollari e Titoli di Stato statunitensi».

Durante il primo decennio del 2000, il debito pubblico nazionale quasi triplicò, mentre la quota di esso detenuta dagli investitori stranieri quadruplicò tra il 2000 e il 2008. In sostanza, per sostenere consumi e standard di vita al di sopra delle possibilità economiche di parte della sua classe media, gli Stati Uniti si stavano indebitando con l’estero. Si approfondiva, nel frattempo, il deficit commerciale con la Cina, dalla quale gli Stati Uniti importavano molto più di quanto esportavano. La forbice aumentò rapidamente dall’ingresso della Cina nel WTO, ma ciò non destava preoccupazioni: i consumatori statunitensi beneficiavano di prodotti economici e di bassi tassi d’interesse, resi possibili dalle operazioni finanziarie della Cina che investiva parte del surplus commercialein buoni del tesoro statunitensi (US Treasury Bills) e altri assets in dollari. 

«L’accumulazione di dollari da parte della Cina è un riflesso del suo surplus commerciale con gli Stati Uniti, una manifestazione dello squilibrio tra risparmi e consumi nei due Paesi, nonché una manovra per mantenere un favorevole tasso di cambio della valuta […] Se la Cina continuerà su questa strada- si scriveva già nel 2010- e cercherà di sostenere una crescita trainata dalle esportazioni, il terreno sarà pronto per un conflitto economico prolungato e frizioni diplomatiche». Erano i primi segnali di un’interdipendenza destinata a rafforzarsi con l’avanzata dei processi di globalizzazione economica. Da storico protagonista ed indiscusso beneficiario dei processi di globalizzazione, gli Stati Uniti si ritroveranno travolti da un processo che non riuscivano più a padroneggiare.

La crisi finanziaria del 2008 fece maturare tale convinzione e gettò luce sulle contraddizioni delle interdipendenze sino-americane. Se da un lato la recessione globale contribuì alla contrazione delle esportazioni cinesi, rallentandone così la crescita economica (quasi dimezzata nel 2008 rispetto all’anno precedente), dall’altro la Cina colse l’occasione per rafforzare l’intervento dello Stato affinché l’economia nazionale potesse continuare il percorso di sviluppo e modernizzazione intrapreso dagli anni ‘80.

Nonostante le promesse di liberalizzazione e gli impegni assunti nel WTO per diminuire il ruolo statale nell’economia, il Governo cinese inaugurò una massiccia politica di sussidi a sostegno delle industrie nazionali strategiche più dipendenti dalle esportazioni e annunciò ambiziosi piani di investimento infrastrutturali. Inoltre, le azioni manipolatorie sulla valuta da parte del Governo- il quale, oltre a vigilare sul sistema economico-finanziario del Paese, controlla ed orienta le decisioni della Banca Centrale-  hanno permesso alla Cina di adeguare l’offerta di moneta nazionale e reagire al meglio alle congiunture economiche internazionali.

Se per un decennio la Cina ha lasciato deprezzare la propria valuta per favorire la competitività dei propri prodotti sul mercato, negli anni della crisi bisognava far fronte al drastico calo delle esportazioni, che avevano guidato la crescita economica nazionale. Dunque, per salvaguardare i progressi economici raggiunti e stimolare domanda e consumi interni, si ritenne opportuno apprezzare il valore del renminbi, in modo da incrementare il potere d’acquisto dei consumatori cinesi. Così, sebbene non raggiungerà mai più i livelli di crescita precrisi, la Cina aveva resistito alla tempesta recessiva. Stava emergendo un certo “modello economico e di sviluppo cinese”, che negli anni successivi verrà affinato, irrobustito e adattato alle varie sfide internazionali.

Esso consiste in «un mix tra controllo e proprietà statale sulle risorse e attività economiche private». Ciò assegnava alla Cina, per le ragioni esposte, vantaggi competitivi nel sistema globale cui aveva aderito, specialmente nei confronti della prima potenza economica, gli Stati Uniti. Quella terra di opportunità su cui i policymakers e la comunità degli affari statunitense avevano scommesso tra fine anni ’90 e inizi 2000, stava generando un «cauldron of anxiety». Espressione utilizzata dall’allora Vicesegretario di Stato Robert Zoellick per enfatizzare le inquietudini che a Washington accompagnavano la crescente influenza globale cinese. Ebbene, già nel 2005 il funzionario dell’amministrazione di G.W. Bush riteneva il modo di affrontare l’ascesa della Cina come una questione centrale per la politica estera statunitense.

L’essenza del discorso pronunciato davanti il “Comitato Nazionale sulle relazioni Usa-Cina” arrivò forte e chiara a Pechino: dopo che gli Stati Uniti avevano aperto alla Cina le porte del sistema internazionale, adesso la Cina doveva agire da «attore responsabile». «Tutte le nazioni- chiariva Zoellick– conducono la propria diplomazia per promuovere i loro interessi nazionali, ma gli attori responsabili vanno oltre: riconoscono che il sistema internazionale sostiene la loro prosperità pacifica, quindi lavorano per sostenere il sistema stesso». Sotto questo aspetto, la crisi finanziaria globale rappresentò un test significativo in cui la Cina poteva dimostrare la sua affidabilità al partner statunitense.

Ed effettivamente Pechino adempì al ruolo di attore responsabile nel contribuire alla ripresa economica post 2008 e alla stabilizzazione del mercato finanziario globale. A breve termine, l’economia statunitense ne sperimentò i benefici. Attraverso le entità finanziarie direttamente o indirettamente controllate, il Governo cinese si impegnò ad incrementare l’acquisto di obbligazioni emesse dal Governo Usa, soprattutto di titoli del Tesoro con cui gli Stati Uniti finanziarono gli stimoli all’economia e le misure di sostegno a favore delle imprese in difficoltà.

Il debito pubblico statunitense lievitò ad un ritmo senza precedenti dal 41% al 60% rispetto al PIL nazionale, ed una quota sempre maggiore apparteneva agli investitori cinesi. Secondo il Dipartimento del Tesoro, da gennaio 2008 a gennaio 2009- fasi più acute della crisi- più di un terzo dei nuovi titoli del Tesoro USA sottoscritti da investitori stranieri erano stati acquistati dalla Cina che, superando il Giappone, deteneva in quel periodo il 24,1% del totale dei titoli di debito emessi dal Governo statunitense detenuti all’estero.

La Cina riconobbe di avere interessi diretti rispetto alla stabilità e alla salute dell’economia statunitense, sia come principale mercato per le esportazioni del Paese sia per tutelare il valore degli assets statunitensi detenuti dagli investitori cinesi. Eppure, al di là dei benefici nel breve termine, negli Stati Uniti si diffondeva la preoccupazione che in futuro la Cina «avrebbe potuto utilizzare le sue considerevoli partecipazioni nel mercato dei titoli come leva contro eventuali politiche statunitensi avverse». Il filo che legava il futuro dei due Paesi si faceva progressivamente più spesso e rigido.

Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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