HOLLYWOOD, CINA E CENSURA

L’industria cinematografica cinese allunga la sua distanza da Hollywood; complice una censura talvolta spietata, dai risvolti economici e politici non sottovalutabili.

La pandemia da Covid-19 ha permesso alla Cina ancora una volta di eccellere in un campo da sempre riservato al suo principale avversario geopolitico, gli Stati Uniti d’America. Questa volta non si tratta di produzione industriale, sviluppo tecnologico o avanzamento digitale, ma di cinema. Nel 2020, infatti, il Dragone è riuscito a superare Hollywood ai box office: i cinema cinesi nel corso dello scorso anno sono riusciti a incassare un totale di 2,7 miliardi di dollari, riuscendo inoltre a produrre ben 650 film malgrado le restrizioni e i periodi di stallo generati dalla crisi sanitaria. Nonostante tali cifre rappresentino di per sé un calo rispetto ai dati registrati nel 2019, il mercato cinematografico cinese è comunque riuscito a sorpassare in maniera considerevole le industrie cinematografiche statunitensi e canadesi.

Tale vantaggio è stato sicuramente acquisito grazie a una migliore risposta da parte delle autorità cinesi all’emergenza da coronavirus rispetto alle proprie controparti occidentali, la quale risposta ha permesso in breve tempo ai cinema della Repubblica popolare di riaprire nella loro interezza mentre molte strutture di distribuzione e produzione cinematografica statunitensi sono tuttora a soggette a chiusure e a pesanti restrizioni.  In qualità di esempio, basta citare il fatto che il primo gennaio 2021 ha rappresentato per il mercato cinese un nuovo record, ovvero gli incassi più elevati mai registrati durante il primo dell’anno fino ad oggi; allo stesso tempo, il capodanno cinese ha permesso alle sale della Repubblica di Xi Jinping di ottenere una vendita di biglietti dal valore complessivo di 5,7 miliardi di yuan, che corrisponde al 33% in più di incassi rispetto al medesimo periodo del 2019.

A ciò si aggiunge anche una crescita esponenziale di produzioni nazionali in grado di rivaleggiare con i grandi blockbuster hollywoodiani, i quali soffrono non solo a causa della delicata situazione internazionale di natura sanitaria, ma anche a causa delle stesse regolamentazioni cinesi, prime fra tutte quelle relative a quella che è possibile definire a tutti gli effetti “censura”.

La legge ancora in vigore a cui si fa riferimento quando si parla genericamente di “censura” relativa all’industria cinematografica cinese risale al novembre 2016 e entrò ufficialmente in vigore a partire da marzo 2017. Approvata da un organo ministeriale noto con la denominazione inglese di State Administration for the Press and Publication, Radio, Film and TV (SAPPRFT), la “Legge per la promozione dell’industria cinematografica”, sebbene presenti alcune modifiche rispetto alla legge più restrittiva applicata nel settore a partire dal 2011, riafferma con forza quali siano i prerequisiti essenziali perché un qualsiasi tipo di progetto mediatico possa entrare a far parte del mercato cinese. Tramite suddetta legge, infatti, vengono bandite tutte quelle produzioni accusate dalla commissione ufficiale addetta alla revisione di nuocere all’integrità territoriale e alla sicurezza nazionale della Repubblica, nonché di essere apertamente diffamatorie o discriminatorie nei confronti delle “eccellenti tradizioni cinesi”. 

La censura, e con essa l’utilizzo della produzione artistica e culturale a fini propagandistici, non è di certo una novità per quanto riguarda l’impero cinese (e non solo). Nel caso specifico del Dragone le prime forme di censura governativa nei confronti delle arti e della letteratura risalgono addirittura alla dinastia Tang (618-907 a.C.), ma bisognerà attendere l’istituzione della Repubblica di Cina sotto il partito nazionalista del Guomindang per vedere simili norme applicate anche all’arte cinematografica. Sebbene le prime produzioni da grande schermo non preoccuparono l’allora governo imperiale, in quanto raramente trattavano di tematiche controverse e si respirava un comune sentimento di incondizionato amore nazionale, le cose cambiarono quando la politica, intesa nel senso più moderno del termine, iniziò a pervadere l’intero paese. Il Guomindang infatti iniziò a censurare pesantemente non solo i film di origine straniera ma anche quelle produzioni accusate di costituire una minaccia ideologica, in quanto, diremo oggi, spiccatamente di sinistra.

Sotto Mao, a partire dal 1949, non si vide alcun cambio di registro ma se possibile il cinema vide un’uniformità ancora più spiccata.  Il cinema di intrattenimento lasciò sempre più spazio al cinema di propaganda: riferendosi direttamente a Lenin, per Mao l’arte e la cultura non erano altro che gli strumenti principali (“gli ingranaggi e la ruota”) di cui si doveva servire la rivoluzione e reinterpretò brillantemente questo concetto in chiave confuciana. Ne vien da sé che il cinema dovesse servire prima il popolo che gli interessi del mercato.

L’attuale visione del presidente Xi Jinping non parrebbe discostarsi per quanto riguarda i contenuti da quella che era l’ideologia del padre fondatore della Repubblica popolare, tuttavia gli obiettivi si differenziano sicuramente l’uno dall’altro: se per Mao l’interesse era interamente rivolto all’interno dei suoi confini nazionali al fine di controllare la propria popolazione tramite le opere di propaganda, per Xi Jinping ogni mossa è calcolata nell’ottica dell’incremento del soft power cinese. Tramite le misure restrittive adoperate dagli organi di controllo nazionali, Pechino è infatti non solo in grado di controllare efficacemente la produzione cinematografica interna, ma indirettamente anche quella del suo principale competitor, Hollywood.

L’ “autocensura” preventiva da parte di Hollywood è un tema oggi molto dibattuto, specie in seguito alla pubblicazione di un report, risalente alla scorsa estate, da parte dell’associazione Pen America; tale associazione si occupa principalmente di libertà di pensiero e di espressione, principi cardine su cui si fonda la repubblica presidenziale americana. Secondo tale report, Pechino starebbe instaurando un vero e proprio clima di terrore che porta le case di produzione estere a tagliare scene dei propri film o a modificarne le sceneggiature o, soprattutto, ad evitare tematiche sociali considerate “scottanti” con l’unico intento di non perdere quella che oggi è la più grossa fetta del mercato cinematografico mondiale.  È importante qui ricordare che questo tipo di censure preventive portano, quasi sempre, con sé un peso politico non indifferente. Nella sopracitata legge del 2017, non a caso, leggiamo che non è permessa la distribuzione di tutti quei prodotti mediatici che possano presentare una minaccia all’unità etnica nazionale. Di conseguenza, vediamo non solo la bandiera di Taiwan scomparire dalla giacca di Tom Cruise in “Top Gun: Maverick” (in uscita nelle sale il prossimo luglio), ma anche uno dei personaggi principali del noto film targato Marvel “Doctor Strange” cambiare le proprie origini, da tibetane a celtiche.

Vi sono anche casi tuttavia in cui l’”autocensura” non è andata a buon fine, il caso più eclatante e recente è sicuramente il live-action “Mulan” prodotto dalla Disney. La rielaborazione del film d’animazione del 1998, basato sulla mitica eroina cinese, non aveva inizialmente suscitato reazioni positive nemmeno in madrepatria perché al centro di numerose polemiche provenienti da diversi gruppi sociali. Tra le principali contestazioni, vi era il fatto che gran part del film fosse stato girato nello Xinjiang, la regione in cui vengono portate avanti le cosiddette “campagne di rieducazione” contro la minoranza uigura, con annessi ringraziamenti alle autorità del luogo per la buona riuscita delle riprese; a tale controversia si aggiungono le dichiarazioni antidemocratiche dell’attrice protagonista, la quale ha contestato pubblicamente le proteste di piazza di Hong Kong. Nonostante una campagna di sabotaggio da parte di svariati attivisti, il film ha comunque ottenuto un indice di gradimento pari al 78% sulla piattaforma statunitense Rotten Tomatoes, mentre sul sito cinese Douban le recensioni si mostrano in maggioranza negative. Complice di tale flopanche al botteghino è sia il coronavirus (con restrizioni allora ancora attive in certe aree del paese) sia il fatto che lo stesso governo cinese, alla luce delle polemiche insorte, abbia vietato qualsiasi tipo di pubblicità promozionale prima dell’uscita del film. 

Allo stesso tempo, tuttavia, bisogna anche sottolineare come lo stesso film non soddisfacesse pienamente i gusti cinesi. Alla campagna di censura recentemente rafforzata dal presidente Xi, infatti, si accompagna anche una incessante promozione di prodotti locali a tema fortemente nazionalistico, molto graditi al pubblico ma con risvolti geopolitici preoccupanti. In particolar modo, si è riscontrato nei media cinesi un certo revival in chiave celebrativa della Guerra di Corea che vide l’esercito cinese contrapporsi alle forze delle Nazioni Unite in difesa della Corea del Nord.

Uno scontro, quindi, economico e ideologico che porta le due potenze a raffreddare ulteriormente i propri rapporti. Ci si domanda quindi se Hollywood potrà mai fare a meno della Cina e viceversa.

Alla luce di quanto esaminato il responso più probabile parrebbe essere negativo. Se da una parte infatti Hollywood non pare intenzionato a rinunciare ai miliardi di spettatori che il mercato cinese offre (i quali sostengono gran parte del budget di numerose produzioni), neanche la Cina da parte sua sembra disdegnare totalmente i prodotti americani, specie i sopracitati prodotti Marvel o i grandi film d’azione. Xi Jinping, oltre a considerare la crescita del proprio soft power, deve infatti fare anche i conti col mercato internazionale. E il mercato, come sappiamo, è spesso più importante di tutto il resto.

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