IL PREZZO DELL’AUTODIFESA NEGLI STATI UNITI

Per molti cittadini statunitensi possedere un’arma privata è un diritto inalienabile, parte della storia e del presente del Paese. Ma qual è il prezzo da pagare per l’autodifesa?

Negli Stati Uniti ci sono circa 390 milioni di armi da fuoco. Uno studio condotto dalla rivista Mother Jones ha contato 118 sparatorie di massa avvenute dal 1982 ad oggi; negli ultimi anni la frequenza delle sparatorie di massa è triplicata. Il diritto all’autodifesa è parte della democrazia americana sin dalla sua origine. Il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti prevede la possibilità di detenere armi per i cittadini, principio “importante quanto la libertà di espressione e di religione previste dal primo emendamento” secondo quanto dichiarato da Condoleezza Rice, Segretario di Stato della seconda amministrazione di George W. Bush, nel corso di un’intervista al Larry King Live. Per il Segretario Rice la libertà di culto e di fucile sono equivalenti.

Negli Stati Uniti il diritto di possedere un’arma è tutelato dalla National Rifle Association, organizzazione fondata a New York nel 1871 sotto la presidenza di Ulysses Grant. L’associazione si batte affinché questo diritto venga considerato inviolabile, spendendo in attività di lobbying circa 5 milioni di dollari l’anno. Il secondo emendamento fu ratificato alla fine del 1791 e la sua emanazione celava l’intento, da parte dei padri fondatori, di poter disporre, all’occorrenza, di un esercito costituito dagli stessi cittadini, chiamati a difendere il Paese qualora fosse sopraggiunta una minaccia esterna. Esso nacque quindi a scopo difensivo, pensato in e per una nazione giovane, che doveva ancora difendere i propri confini e non ancora dotata di un’efficiente milizia federale, che temeva il ritorno in armi degli inglesi, fatto che avrebbe potuto minacciare la tenuta della nuova indipendenza.

Con il passare dei secoli tale diritto si è consolidato, diventando un caposaldo culturale del Paese. 

La diffusione delle armi è cresciuta con il passare degli anni e ancora oggi molti cittadini dispongono di armi proprie, utilizzandole anche con scopi offensivi. La strage del 1999 nel liceo Columbine di Littleton in Colorado commessa dagli adolescenti Harris e Klebold, la sparatoria compiuta nello stesso anno da Mark O. Barton nel distretto di Buckhead di Atlanta, il massacro scolastico del 2007 al Virginia Polytechnic Institute, il secondo più grave nella storia degli Stati Uniti in cui morirono 33 persone, la sparatoria nella base militare di Fort Hood in Texas nel 2009, nella quale uno psicologo uccise 13 persone, sono solo alcuni dei mass shooting che possono restituire l’entità del problema nel Paese. Secondo uno studio condotto dall’FBI, nel 2019 gli omicidi legati al possesso di armi da parte di privati cittadini erano il 73% del totale.

Le armi sono un elemento viscerale della storia degli Stati Uniti, sinonimo di libertà e autodeterminazione per alcuni, di massacri immotivati per altri. Le lacrime di Obama dopo la strage di 20 bambini nella scuola elementare di Newtown in Connecticut del 2012 non hanno fermato le tragedie. Fino ad oggi né lui né nessun altro Presidente, a dispetto delle dichiarazioni e dei buoni auspici, è riuscito a limitare consistentemente l’uso delle armi. L’osservatorio Everytown, nato a seguito della strage di Newtown, ha registrato che tra il 2013 e il 2015 sono state 160 le sparatorie verificatesi in 38 Stati americani. Nel 2016 sono morte 38.600 persone sotto i colpi delle armi da fuoco, di cui 22.900 in atti suicidi. 

Nonostante il prolificare di studi che legano inscindibilmente il numero degli omicidi volontari con la disponibilità d’accesso alle armi da fuoco, la vendita e l’acquisto di armi crescono. Le folle accalcate fuori dai negozi di pistole formatesi all’indomani dello scoppio della pandemia da COVID-19 non fanno che confermare la radicalizzazione di questi mezzi nella cultura statunitense. L’arma difende, a prescindere da chi sia il nemico, l’arma conferisce forza nel momento in cui l’incertezza, la paura e l’instabilità aumentano, a prescindere da quali ne siano le cause. L’accessibilità alle armi, oltre che dalla legge, è agevolata anche dai costi: una pistola può costare non più di 200 dollari, spesa alla portata della maggior parte degli statunitensi.Circa il 40% degli americani afferma di possedere un’arma, o di vivere in una famiglia in cui ve ne sia almeno una.

Al crescere del numero di armi in circolazione in uno Stato, aumenta il numero di omicidi, in una relazione quasi lineare. La rivista The Atlantic ha messo a confronto Stati Uniti e Giappone, due Stati con legislazioni opposte in materia di detenzione di armi da fuoco. In Giappone, Paese in cui possedere un’arma privata è quasi impossibile, si contano 0,6 armi ogni 100 persone, le morti per omicidio sono state solo 11 nel 2008. Gli Stati Uniti, di contro, detengono il primato assoluto di armi detenute a livello mondiale, 88,8 ogni 100 abitanti, secondo il rapporto dell’organizzazione Small Arms Survey, nonché il livello più alto di omicidi tra i Paesi industrializzati, quasi 11.000 morti solo nel 2017. Numero che non tiene in considerazione i più di 500 decessi causati, nello stesso anno, da attività di manutenzione e pulizia delle armi. Secondo lo studio dell’osservatorio dell’Università di Sidney GunPolicy, se si contassero anche le armi detenute illecitamente, la stima si attesterebbe tra i 270 e i 310 milioni di armi, pari a 101,05 pistole ogni 100 abitanti. 

Dando per assodato che non tutti i cittadini americani detengano armi, è evidente che molti possiedano un piccolo arsenale nelle loro abitazioni. Anche alcuni Paesi europei stanno andando verso questa direzione: secondo le rilevazioni del Flemish Paece Institute, la Finlandia detiene il record, con il 45% dei cittadini in possesso di armi private. In Europa i Paesi di vecchi adesione all’Unione sono meno inclini a sviluppare legislazioni favorevoli all’autodifesa rispetto a quelli di recente adesione. Il dato che si osserva trasversalmente in tutto il mondo è il genere delle vittime delle armi da fuoco: sotto gli spari muoiono molte più donne che uomini, spesso vittime di omicidi legati alla sfera emotiva e sentimentale. Gli uomini sono invece per lo più vittime di fenomeni legati alla criminalità. 

L’altro dato trasversale a tutti i Paesi è quello che dimostra come la maggior parte dei decessi, più che frutto di difesa, siano il risultato di azioni offensive. Secondo l’osservatorio Gun Violence Archive, il più importante centro di raccolta dati statunitense sugli incidenti domestici, nel 2016 sono stati sparati 58.634 colpi di arma da fuoco, 15.062 dei quali mortali, di cui solo 1.971 sparati a scopo difensivo; nel 2017 dei 30.428 colpi, solo 1.022 sono partiti a scopo difensivo. Detenere più armi non significa essere più sicuri, ma statisticamente essere più inclini ad usarle. L’idea per cui un numero maggiore di armi garantiscano una maggiore incolumità per chi le detiene e per i propri cari, non corrisponde all’evidenza dei dati. Dobbiamo quindi parlare di meccanismi di percezione di sicurezza. 

Quello che potrebbe apparire come uno strumento compensativo utile in momenti di crisi ed insicurezza nazionali, cela una pericolosa visione della sfera legale pubblica che regola le relazioni tra individui. “La difesa del cittadino in mano allo Stato è il punto di arrivo di un cammino lungo e accidentato per mettersi alle spalle il far west e approdare a un modello di convivenza civile. Lo Stato che detiene il monopolio nell’uso della forza è una straordinaria conquista di civiltà” [1]. È nelle città-stato medievali che cessa il modello della giustizia “fai-da-te”: la legge diventa competenza unica di un’entità superiore. Le città-stato italiane sono state un modello internazionale di organizzazione del potere pubblico, nel quale la difesa viene sottratta al singolo per essere garantita unicamente dallo Stato. Mura ed esercito completavano il sistema di sicurezza pubblica. 

Il Pew Research Center, un think tank statunitense con sede a Washington, conduce regolari ricerche sull’opinione degli americani riguardo al diritto di possedere armi e ai relativi controlli statali: è stato riscontrato come il supporto al controllo delle armi è più alto tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni, tendenza in crescita dopo la sparatoria di Orlando del 2016; inoltre è stato rilevato che un terzo degli over 50statunitensi possiede almeno una pistola, mentre tra gli under 30 la stima si abbassa al 28% del totale. Un sondaggio condotto da Gallup ha evidenziato che nel 2020 il 57% della popolazione si diceva favorevole a leggi più severe sulla vendita di armi da fuoco. Tale dato si attestava sopra al 60% dal 2017 ma era del 47% nel 2014.

Il fatto che nel 2021 i cittadini, davanti alle mancanze, percepite o reali, dello Stato, scelgano o vedano come soluzione la detenzione privata di armi, è un dato su cui riflettere. È evidente come per molti lo Stato non sia più un punto di riferimento, garante di stabilità e sicurezza. Come dimostrano i dati, il possesso di armi rischia di allontanarci da situazioni di consolidata sicurezza umana e collettiva, rischiando di creare il mito che l’unico modo per provvedere all’estirpazione delle minacce derivi da azioni individuali. L’autodifesa non può essere la risposta ad un senso di insicurezza crescente, ma rappresenta una delle più grandi negazioni della capacità dello Stato di assolvere alle sue funzioni di controllo. 


[1] Cfr. Buttafuoco P., Abbate C., Armatevi e morite. Perché la difesa fai da te è un inganno (e non è di destra), Milano, Sperling & Kupfet, 2017, pp. 31-112.

Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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