EGITTO: LA FOTOGRAFIA DI UN PAESE DI NUOVO IN BIANCO E NERO

La transizione post rivoluzione in Egitto ha fatto riemergere tutti i vizi ereditati da una tradizione di autoritarismomilitare lunga ormai quasi settant’anni. La popolazione cresce esponenzialmente e con essa anche le problematiche che la riguardano. Per quanto ancora la politica del pugno duro riuscirà a tenere a bada il popolo?

All’indomani dell’11 febbraio 2011 erano grandi le aspettative per il destino dell’Egitto.  La cosa più difficile da afferrare della contemporaneità, però, è che non si può metodicamente fare affidamento sulla riuscita dei risultati attesi.  Il concetto baumaniano di modernità liquida aiuta a comprendere come le rivoluzioni che hanno interessato le diverse realtà del mondo arabo nell’ultimo decennio non avrebbero di certo rappresentato il traguardo della democrazia. Il loro percorso le avrebbe inevitabilmente condotte in quel limbo che oggi stanno vivendo: un ibridismo, ai più incomprensibile, fatto di retaggi del passato, di situazioni “parademocratiche”, se non addirittura più autoritarie di quelle dalle quali uscivano.

Questa sembra essere la contingenza dell’Egitto e se è vero che un’immagine vale più di mille parole, si potrebbe sintetizzare tutto con una metafora. Immortalando gli eventi del 3 luglio 2013, da una polaroid dei nostri giorni sarebbe anacronisticamente uscita la stampa di una fotografia in bianco e nero. Una di quelle foto che rievocano ricordi legati al passato. Una foto che di sicuro sarebbe stata perfettamente confondibile con quelle scattate durante il colpo di stato degli Ufficiali Liberi del 1952. L’insediamento del maresciallo Abdel Fattah al-Sisi è avvenuto secondo il classico cliché del putsch, o golpe come dir si voglia, “all’egiziana”. 

Alla stregua di quanto successo sessantuno anni prima, si può affermare che si è trattato di un colpo di stato democratico dal momento che il passaggio di potere è stato accolto con il placet consenziente della stragrande maggioranza del popolo (eccetto i sostenitori della fazione dei khouanjiyya – è così che vengono chiamati i supporterdella Fratellanza Musulmana – come testimonia il massacro di piazza Rabì’a al-‘Adawiyya del 14 agosto 2013).

Chiedendo agli egiziani ampi poteri per contrastare le ideologie radicali e il terrorismo di matrice islamica, l’allora vertice delle forze armate si impegnava nei mesi successivi alla costruzione della propria immagine di uomo forte in grado di garantire stabilità al Paese. Così, mentre cresceva l’approvazione per la figura di un leader caratterizzato da una grande visibilità e da un’autorevole carica carismatica, attecchivano con solidità le radici di quello che in questi sei anni si è rivelato essere il regime forse più autoritario della storia contemporanea egiziana.

Oggi quello di al-Sisi è a tutti gli effetti un regime coriaceo che non sembra più avvertire la necessità di giustificarsi nel riconoscimento e nel sostegno da parte del popolo. Il principale mezzo di legittimazione è la forza, o meglio l’uso di essa.  Ormai in Egitto è tutto intriso di repressione, corruzione, controllo e militarismo.  Chiunque è inerme di fronte all’onnipotenza delle forze armate, che senza esagerare godono di una libertà assoluta, ed oltre alla politica gestiscono indistintamente qualsiasi ambito dell’economia egiziana.  Le attività legate alla sfera militare non sono sottoposte ad alcun tipo di riesame di controllo contabile e civile da parte della magistratura. 

La struttura di potere di al-Sisi, in una sorta di rivisitazione nostalgica del nasserismo, si basa su una ricetta precisa dove è fondamentale il bilanciamento creato dall’amalgama  di quattro ingredienti. 

  • L’impegno nella realizzazione di grandi opere e infrastrutture; esempi tangibili sono il raddoppio del Canale di Suez, la costruzione di una nuova capitale amministrativa situata quaranta chilometri ad est del Cairo e gli “stravolgimenti” di Piazza Tahrir che sembrano più che altro rivelare l’intento di una damnatio memoriae  ai danni del simbolo della thawra del 2011.
  • Il rilancio del ruolo militare dell’Egitto attraverso investimenti di cifre da capogiro per commesse di armamenti – non più esclusivamente con il partner statunitense ma anche con la stessa Italia, la Russia e la Francia – ed inserendosi con posizioni trasversali all’interno dei conflitti regionali.
  • L’affermazione della propria leadership energetica nel nuovo pivot collocato nel Mediterraneo Orientale. Non solo grazie alle scoperte di ENI dei giacimenti di Zhor e Nour e agli accordi per l’EastMed, ma soprattutto facendo leva sul fatto che le pipeline provenienti una dal giacimento israeliano Leviathan e l’altra da quello cipriota Afrodite debbano obbligatoriamente attraversare la Zona Economica Esclusiva egiziana data la particolare conformazione del fondo marino dell’area. 
  • E non da ultimo l’elemento attraverso il quale, più di ogni altro, al-Sisi sembra assicurare stabilità al proprio regime: uno stato di polizia pronto a curare qualsiasi forma di opposizione con la repressione. Il securitarismo, che continua ad essere perpetuato attraverso l’estensione dello stato di emergenza dall’aprile del 2017, fa respirare nelle strade e nelle piazze di tutto l’Egitto un clima pesante fatto di oppressione, intimidazioni, persecuzioni e detenzioni arbitrarie preventive.

L’intolleranza verso qualunque  manifestazione di espressione e l’intento di eliminare ogni possibile nemico, prima ancora che questo si materializzi, fanno trapelare tutta la fragilità che si cela dietro alle gargantuesche manovre messe in atto dal regime. La minaccia più grande per la sicurezza di al-Sisi risiede in realtà nel rischio della perdita dell’endorsement di cui gode all’interno dell’élite militare. Ipotesi per la quale quest’ultima non si porrebbe alcun problema nel defenestrare l’attuale rais per sostituirlo con una figura più idonea. 

In tutto questo gli egiziani continuano ad essere colpiti dalle sempre più gravi condizioni socio-economiche del Paese. Il tasso di crescita della popolazione aumenta vertiginosamente e con esso si incrementa in maniera esponenziale il tasso di povertà.  Il rischio maggiore, a questo punto, è l’implosione.  L’ipotesi che i cleavage interni alla società egiziana possano aumentare di dimensione facendo pericolosamente vacillare la solidità del regime dei militari è sempre più concreta.                                                                                                 

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