La geopolitica dei vaccini: il caso dello Sputnik V

Dopo un anno dall’ inizio della pandemia, iniziano le vaccinazioni contro il virus, attraverso l’uso di diversi sieri prodotti dalle case farmaceutiche, private ma anche statali, trasformandoli in armi geopolitiche.

“Geopolitica dei vaccini”, questo è il termine usato per indicare la tendenza da parte di alcuni paesi ad utilizzare i sieri anti Covid-19 in chiave geopolitica, facendone un importante strumento di Soft Power termine con cui, in Scienza Politica, (ed in particolare nelle teorie delle relazioni internazionali) si indicano tutte quelle pratiche atte a convincere, persuadere un Paese attraverso aiuti intangibili (spesso in denaro ma non solo), che si contrappone al Hard Power, che fa uso, spesso, di strumenti militari.

Se si guarda alla mappa dei sieri in uso in giro per il mondo non si può non notare una certa similarità con schieramenti e alleanze fra i vari paesi. Negli ultimi tempi, in particolare, ha fatto parlare di sé il vaccino russo Sputnik V, prodotto dal Centro Nazionale di ricerca epidemiologica e microbiologica Gamaleja, il primo ad essere stato annunciato (prima della terza fase di sperimentazione), e per questo accolto in modo scettico dal mondo intero (nonostante l’annuncio della vaccinazione della figlia del presidente Putin ).

Efficace al 91,6% è facile da trasportare, il prezzo molto contenuto non fa altro che aumentarne l’appetibilità per i paesi in ristrettezze economiche (10 dollari contro i 12 di Pfizer e i 18 di Moderna). Come altri in commercio, anche quello russo ha bisogno di due dosi inoculate a 21 giorni di distanza e si mantiene a temperature maggiori (2-8 gradi).Ma non c’è solo lo Sputnik, infatti la Russia registra altri due sieri: L’EpiVaCorona e il CoviVac L’ultimo annunciato negli scorsi giorni.

Del primo, ne hanno già fatto richiesta diversi paesi sudamericani, come l’argentina il Venezuela ed il Brasile, che ha l’autorizzazione per la produzione del vaccino in licenza, ma anche europei, come la Bielorussia e Serbia. Si aggiungono alla lista anche Israele e Arabia Saudita, che però hanno acquistato dosi limitate. Anche l’Africa ha potuto iniziare le vaccinazioni con il vaccino russo grazie alle dosi (300 milioni) offerte da Mosca, che si aggiungono ad una serie di aiuti economici già dati negli scorsi anni, facendo sperare all’unione Africana, ipotizzando di riuscire a vaccinare il 60% della popolazione nei prossimi 3 anni.

Più titubante è l’Europa, con la presidente della commissione Ursula Von der Leyen che ha affermato: “perché la Russia offre in teoria milioni e milioni di dosi e al contempo non fa progressi sufficienti nella vaccinazione dei suoi cittadini”, ma al contempo alcuni paesi membri hanno già acquistato e si preparano alla somministrazione del siero, ed in particolare l’Ungheria, il cui presidente (Orban), invita a depoliticizzare la questione ma anche la Croazia, mentre la Slovacchia invita a discuterne.

Alla base del rifiuto dell’Unione, vi sono i difficili rapporti fra questa e la federazione, che hanno visto di recente toccare nuovamente un minimo a seguito dell’arresto di Navalny, e della visita del capo della diplomazia europea Borrell a Mosca. In effetti, il vaccino, da arma contro la pandemia si è trasformata in una arma politica che la Russia, ma non solo, vuole sfruttare a proprio vantaggio. Non a caso le aree di cui sopra sono le stesse in cui il Cremlino mira ad incrementare la sua presenza in contrasto con altri competitor, come la Cina. 

In America latina, dove diversi interessi economici legano il Cremlino ai paesi dell’area in particolare nel settore militare, minerario e delle infrastrutture.

In Europa dove un eventuale uso del suo vaccino avrebbe il sapore di una rivincita nei confronti dell’occidente, dimostrando la qualità della ricerca nel paese.

In Africa, permettendo in questo modo di continuare nel solco degli aiuti dati ai paesi dell’area, e in questo modo guadagnare spazio nei confronti degli altri.

Nel Caucaso, dove il vaccino potrebbe aiutare a sanare la ferita nelle relazioni con Erevan a seguito del “cessate il fuoco” degli ultimi mesi, oltre che fermare “l’avanzata” (intesa in questo caso in maniera figurata) turca nella regione.

È chiaro quindi che il vaccino sia diventato uno strumento di Soft Power particolarmente importante in questa fase, ma Mosca non è l’unica: ad insidiare i suoi piani ci pensa la Cina, anch’essa interessata ad un uso strumentale dei sieri in suo possesso (4 sui 12 approvati). In ogni caso entrambi i paesi acquistano credibilità nei confronti dei paesi in via di sviluppo, e fanno fare una “magra figura” agli USA e all’Europa, che invece hanno acquistato una grande quantità di dosi per i propri cittadini (solo l’Unione Europea ha prenotato circa due miliardi dosi, circa il doppio delle dosi necessarie alla propria popolazione) da Pfizer e Moderna.

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