IL TATMADAW BIRMANO E AUNG SAN SUU KYI. INCUBAZIONE DI UNA DEMOCRAZIA MAL CONCEPITA

Febbraio 2021 comincia con un evento che ha poco di straordinario in Myanmar (o Birmania, secondo il nome precedente al 1989).

 A seguito di un colpo stato militare scoppiato al sorgere del sole il 1 febbraio, Aung San Suu Kyi, consigliera di stato e leader de facto del paese, è stata arrestata e sono stati presi in custodia dalla giunta militare anche altri parlamentari dello stesso partito, la Lega Nazionale per la democrazia; a tutto ciò si è accompagnata la destituzione e l’arresto del presidente birmano Win Myint. Fra le accuse palesemente pretestuose mosse alla Consigliera di Stato Suu Kyi e all’ormai ex presidente, ritroviamo la violazione delle leggi di import-export, il possesso di strumenti di comunicazione illegali (dei walkie-talkie trovati in casa di Suu Kyi dopo una perquisizione) e la violazione delle norme di sicurezza anti-covid.

Il capo delle forze armate Min Aung Hlaing ha preso dunque il controllo del paese e l’esercito ha bloccato internet e le reti di telecomunicazione cellulare, mentre con un comunicato mandato in onda in tv ha dichiarato lo stato d’emergenza. Si tratterebbe, com’era noto a molti già prima del golpe, dati i precedenti storici, della risposta ai presunti brogli elettorali avvenuti durante le elezioni di novembre 2020 con cui il partito di Aung San Suu Kyi (abbreviato in Ndl)  ha ottenuto l’80% dei seggi in parlamento (circa 400), lasciando al Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (Usdp), sostenuto dai militari, soltanto 33 seggi.  

La situazione in Myanmar in realtà non si è mai del tutto risanata sin dal secondo dopoguerra, dopo l’invasione giapponese e il successivo ritorno in mani britanniche. Il profondo nazionalismo che caratterizza i bamar, l’etnia maggioritaria a cui tra l’altro appartiene la leader democratica Aung San Suu Kyi, potrebbe essere una delle causa delle guerre intestine, scoppiate già a partire dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, che si perpetuano ancora oggi con scontri armati fra esercito birmano e guerriglieri di etnie shan,karen, kachin e mon, minoranze etniche a cui spesso e volentieri gli uomini del Tatmadaw  hanno risposto con repressione, razzie e crudeltà di ogni genere. La stessa Aung San Suu Kyi, vincitrice del Nobel per la pace nel 1991, si sarebbe voltata dall’altra parte nel 2017, quando si è verificato uno fra quelli considerati come i più grandi crimini contro l’umanità a noi contemporanei: la persecuzione e la cacciata verso il Bangladesh di almeno 750 mila persone appartenenti alla minoranza musulmana dei rohingya, spinti alla fuga dai soldati che secondo un rapporto dell’ONU ne avrebbero uccisi e violentati più di un centinaio. 

Alle ferite ormai in cancrena, che il paese porta con sé dal periodo post-coloniale, si aggiungono quelle più “recenti” riguardo i due stati paralleli: quello del governo civile e quello della giunta militare che si contendono il potere, ormai da più di settant’anni, a colpi più o meno bassi sulle dinamiche di amministrazione delle finanze del paese, leggi costituzionali, riforme nuove e di seconda mano e molto altro.  Nel caso qui in analisi, al golpe hanno fatto seguito una serie di manifestazioni, in aumento di giorno in giorno, scandite dalle urla “Liberate Madre Suu” e dal saluto con indice,medio e anulare della mano verso l’alto, ispirato alla saga The Hunger Games. Prontamente vi è stata una metamorfosi. Da proteste pacifiche da  parte dei numerosi sostenitori della democrazia (o presunta tale) e della leader Suu Kyi, si è passati agli scontri fra militari e manifestanti, questi ultimi feriti in maniera più o meno grave con  idranti e proiettili di gomma soprattutto a Naypyidaw, la capitale, sede del Parlamento e del principale quartier generale dell’esercito.

 Il successo popolare di Suu Kyi è da riferirsi non solo ai valori democratici di cui molti nel paese la credono portatrice ma anche ad un retaggio dalle connotazioni epiche che le vengono dal padre, Aung San, considerato eroe nazionale della Birmania che discusse dell’indipendenza del proprio paese con gli inglesi. Venne ucciso nel 1947 probabilmente da killer mandati dal suo avversario politico dell’epoca, U Saw.

 E’ solo successivamente però, con uno dei primi fra i dittatori birmani, il generale Ne Win , al potere fra il 1962 ed il 1988, che viene eretto ed istituzionalizzato un sistema statale di base ultranazionalista e dunque xenofobo e razzista in modo viscerale ed intrinseco, che porta personalità di grande spicco e potere come  Min Aung Hlaing a dichiarare che le forze armate sono le principali responsabili della difesa della nazione, del sasana (pratica e dottrina Buddhista e Scivaista) e delle tradizioni. Verrebbe spontaneo chiedersi se si tratti esclusivamente delle tradizioni dei bamar o se possano rientrare nella bolla di protezione anche quelle delle minoranze.

Senza tener conto del periodo di pandemia da Covid-19 a cui anche i paesi del sud- est asiatico  si trovano ancora a dover far fronte, che il potere dell’esercito si muova e cammini parallelamente, o per meglio dire, segua passo passo i movimenti dello stato civile è una dinamica antica in Myanmar. I militari, considerata anche la grande varietà di etnie, religioni e culture che convivono nello stesso paese, si sarebbero auto affidati, sin dall’indipendenza dai colonizzatori britannici, il compito di garantire o quanto meno di mostrare all’estero un’immagine coesa, omogenea e unita del paese. Mossi, come suddetto, da sentimenti di radicato nazionalismo a cui non mancano però una buona dose di interessi economici di un certo rilievo che muovono le fila della corruzione dilagante. Questa, al pari di un virus, si innesta su diversi tessuti istituzionali, sia ufficiali che ufficiosi, del paese e si estende a molti organi dell’apparato politico, economico e commerciale birmano.

 E’ per esempio il caso delle conglomerate di proprietà dell’esercito: la Myanmar economic corporation (Mec) e la Myanmar economic holding Itd (Meh) i cui profitti alimentano e danno linfa vitale agli affari, legali e non, di cui si occupa il Tatmadaw.  Vengono così influenzate attività ed investimenti che vanno dai processi di estrazione della giada, al tabacco, alle mine ma anche generi alimentari e traffico di droga; di fatto se si parla di quantificare i fondi di cui dispone l’esercito non si può far altro che approssimare, dando comunque per suo almeno il 14% del bilancio nazionale.

L’ideale democratico, a fronte del potere politico (sancito dalla costituzione stessa) ed economico del Tatmadaw sembra ora un miraggio con l’incarcerazione di Aung San Su Kyi, il cui intento dal 2010 sembrava voler stabilire con l’esercito una sorta di “patto faustiano” (così come descritto dal giornalista Bruno Philip) per riuscire finalmente ad investire nella sanità pubblica e lavorare allo sviluppo economico del paese, che nel 2008 spendeva per la sanità meno di un dollaro pro capite l’anno, aumentato poi a 12 dollari nel 2015. Ancora, nel 2012 la Banca di sviluppo asiatica dichiarava in un rapporto che la Birmania è l’unico paese asiatico “in via di sviluppo” a spendere più per la difesa che per istruzione e sanità messe insieme.  

Per adesso la disobbedienza civile si diffonde in tutte le città principali e non è ancora chiaro che tipo di piega prenderà questo ennesimo colpo di stato, ma sicuramente è stato reso evidente che in Myanmar la lotta per la democrazia significa lotta contro il potere dei generali dell’esercito e delle politiche corrotte di crony capitalism  che continuano a lacerare un possibile sviluppo economico e sociale del paese dall’interno. 

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