IL KOSOVO DOPO LE ELEZIONI, TRA UN PASSATO PESANTE E LA POSSIBILITÀ DI UN NUOVO FUTURO

Lo scorso 14 febbraio il Kosovo, chiamato a eleggere nuovamente il proprio Parlamento, si è colorato con il rosso del partito Vetëvendosje di Albin Kurti. Un risultato che sembra prospettare l’inizio di una nuova fase nella vita del Paese, o – quantomeno – una cesura notevole col suo passato, ancora troppo ancorato ai volti degli eroi di guerra e incapace di creare un dialogo efficace con la vicina Belgrado.

Elezioni anticipate, tra problemi congeniti e nuove speranze per il futuro

Le elezioni della scorsa settimana sono state le ennesime anticipate: dalla sua nascita ad oggi, infatti, il Kosovo non ha mai avuto un’amministrazione in grado di portare a termine il suo mandato. Tra crisi interne e sfiducia diffuse, nessuno è riuscito a rimanere in carica tutti e quattro gli anni previsti dalla Costituzione; non per ultimo il governo Kurti, che – eletto nell’ottobre 2019 – è stato sfiduciato dopo appena cinquantun giorni dall’inizio del suo mandato dal suo stesso alleato.

Una mozione che ha assunto il sapore di tradimento vero e proprio quando Avdullah Hoti ha poi assunto il ruolo di nuovo Primo ministro, col beneplacito dell’allora presidente della Repubblica Hashim Thaçi. Tuttavia, nemmeno questa legislazione pare fosse destinata a durare: alla fine dello scorso anno, una sentenza della Corte costituzionale ha sancito la sua illegittimità, dal momento che la fiducia è stata ottenuta anche per merito del voto dell’onorevole Etem Arifi, un uomo che – condannato per frode nell’agosto 2019 – non avrebbe dovuto nemmeno sedere in Parlamento.

E, così, il 14 febbraio si sono aperte per l’ennesima volta le urne, che – nonostante le misure di restrizione stabilite contro la pandemia e la difficile viabilità a causa delle forti nevicate che hanno colpito alcune zone del Paese – hanno registrato un’affluenza notevole (47%), tra le maggiori nella storia del Kosovo. 

Gli spogli hanno poi dato conferma alle previsioni degli exit poll, con la vittoria assoluta del partito Vetëvendosje di Albin Kurti (48%), seguito dal Partia Demokratike e Kosovës (17,35%), Lidhja Demokratike e Kosovës (13,18%) e Aleanca për Ardhmërinë e Kosovës (7,42%).

Alla vittoria del partito di sinistra hanno giocato diversi fattori: da un lato, un programma incentrato sulla creazione di nuovi posti lavoro, di cui molti rivolti ai giovani attraverso programmi e borse apposite, e la promessa di una rivoluzione del sistema lavorativo – attraverso la creazione di start-up, rinnovamenti tecnologici, finanziamenti statali per la creazione di aziende competitive e posti di lavoro riservati alle donne – lo hanno indubbiamente reso uno dei candidati favoriti, in un Paese afflitto da un’economia stagnante e una disoccupazione diffusa; d’altro canto, le recenti e continue denunce contro l’élite kosovara hanno mostrato i limiti dei partiti storici, favorendo l’ascesa di Vetëvendosje, che – dalla sua – ha fatto promesse in tema di corruzione, indipendenza e trasparenza del sistema giudiziario, così come dell’ampliamento del sostegno governativo alle Kosovo Specialist Chambers per la persecuzione dei crimini di guerra.

I possibili primi passi

Il partito Vetëvendosje si è assicurato una maggioranza tale da non dover necessariamente ricercare un alleato di governo per salire al potere. Per cui le prime mosse del nuovo esecutivo potrebbero essere già prese nelle prossime settimane.  Uno dei primi punti da affrontare sarà indubbiamente quello legato al Coronavirus. Il Kosovo, infatti, non ha ancora attivato la campagna vaccinale e il virus ha ormai registrato più di 65 mila casi di contagio e più di 1500 decessi. Non solo, le misure di contenimento, imposte anche a pochi giorni dalle elezioni, stanno inoltre piegando il Paese, già storicamente afflitto da un’economia tra le più povere in Europa.

I segnali di crescita positiva del PIL, che si erano registrati negli scorsi anni, rischiano di vedere una notevole inversione di rotta, dal momento che l’economia kosovara è incentrata per lo più sui servizi e sul commercio; un sistema irreversibilmente colpito dai lock-down e dagli sbarramenti di confine, che vengono imposti da quasi un anno in tutto il mondo. Tale decrescita avrà inevitabili pesanti effetti sul mercato del lavoro, già storicamente afflitto da un alto tasso di disoccupazione (25% circa). A pagare sarà soprattutto la popolazione giovanile, di cui si stima che il 54% non avrà un impiego, il 10% in più rispetto ai datidello scorso anno.

Proprio per questo, è ipotizzabile che le prime mosse del nuovo governo verteranno su questi due aspetti – sanità ed economia -, nella speranza che un maggiore controllo del virus permetta alla popolazione kosovara di tornare a vivere in sicurezza e al sistema economico di riprendere a pieno regime. Solo in seguito, Vetëvendosje potrà mettere in atto le proprie riforme.

Nuovo governo, vecchi dissidi

Un’altra questione che dovrà poi essere affrontata è quella serba. Nonostante Pristina e Belgrado abbiano ripreso il dialogo lo scorso anno, dopo un lungo periodo di gelo, il problema resta: l’accordo siglato lo scorso settembre – con il benestare dell’allora Casa Bianca di Donald Trump – non ha risolto alcuna delle questioni vitali su cui i due Paesi si affrontano fin dal 2008. Il documento, infatti, si è per lo più focalizzato sull’ottenere i consensi dei due rappresentanti balcanici in merito alla politica estera statunitense. Tuttavia, anche tale appoggio ha già mostrato le prime crepe: Kosovo e Serbia si sono già scontrati in merito alle relazioni con Israele, nonostante entrambi, durante l’incontro a Washington, si fossero impegnati per riconoscere Gerusalemme quale capitale.

Un dissidio che potrebbe peggiorare nei prossimi mesi, dal momento che il papabile nuovo Primo ministro kosovaro, Albin Kurti, non ha mai nascosto le sue rimostranze verso Belgrado. Tuttavia, è anche vero che Vetëvendosje – pur non necessitando alcuna alleanza di governo per insidiarsi a Pristina – è tenuto dalla Costituzione a trovare un accordo con le rappresentanze delle minoranze etniche presenti sul territorio dello Stato (nello specifico, quelle serba, rom, ashkali, egiziana, bosgnacca, turca e gorani) e questo potrebbe spingere il nuovo governo a prendere decisioni non apertamente antiserbe.

Un dubbio rimane, dal momento che i dieci delegati della popolazione serba sono stati tutti eletti dal partito Srpska Lista, che non nasconde il proprio favore e il proprio sostegno alla Serbia di Aleksandar Vuçiç; una Serbia, che non ha mai accettato l’indipendenza di Pristina e che ha – più o meno velatamente – minacciato azioni militari contro di essa. A causa di ciò, secondo alcuni analisti, Kurti potrebbe decidere di rivolgersi alle rappresentanze serbe municipali e regionali, piuttosto che ai dieci parlamentari, così da non escludere alcuna minoranza etnica, ma rimandare il più possibile il proprio scontro diretto con Belgrado; uno scontro che, in questo momento, peserebbe inevitabilmente sul Paese kosovaro.

L’alba di un nuovo inizio

Il Kosovo, oggi, si trova in una posizione di novità assoluta: per la prima volta nella sua storia, non vi sarà al potere alcun rappresentante o simpatizzante per gli antichi eroi di guerra, né al Governo né alla Presidenza della Repubblica. La vittoria di Vetëvendosje ha assicurato che la nuova legislazione sia ben lontana dalla nota élite, così come i mandati d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, rilasciati dall’Ufficio del Procuratore delle Kosovo Specialist Chambers contro cinque figure di spicco – tra cui l’ex-presidente Thaçi, che proprio per questo si è dimesso –, hanno obbligato la vecchia guardia a fare un passo indietro.

In un contesto di tale mutamento, Pristina ha un’occasione unica e non può permettersi di sprecarla. I primi passi dovranno inevitabilmente rispondere alle criticità dovute dalla pandemia da Covid-19, con l’acquisto di vaccini che mettano in sicurezza la popolazione kosovara e permettano al sistema lavorativo di riprendere in totale tranquillità. In seguito, dovranno seguire riforme che stimolino i settori più fragili del Paese, ma che aprano le professioni anche ai giovani e alle donne. Essi sono, infatti, stati tra i veri promotori del cambiamento politico nel Paese.

Le donne, in particolare, hanno protestato contro un sistema che le vede troppo spesso vittime di diseguaglianze e violenze e chiedono una rivoluzione del Kosovo; spinte – probabilmente – dalla figura di Vjosa Osmani, l’attuale presidente ad interim che si era opposta alla sfiducia dell’allora governo Kurti e che oggi figura tra i candidati favoriti per la nomina a presidente della Repubblica.

Accanto a ciò, il Kosovo non può permettersi di sprecare l’opportunità di una propria identità nazionale lontana dai miti di guerra e più vicina alla sua giovane e riformatrice popolazione; magari trovando finalmente un accordo con la minoranza serba, anche se privi del beneplacito di Belgrado.

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