LO SGUARDO EUROPEO SUL MAR CINESE MERIDIONALE

Con l’arrivo di Joe Biden nello Studio Ovale della Casa Bianca torna un clima favorevole al multilateralismo, che ha portato molti Paesi europei a ricalibrare il proprio sguardo sul Mar Cinese Meridionale e la regione indo-pacifica nel suo complesso.

È ormai acclarato che le intenzioni del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, non siano quelle di ammorbidire le posizioni dell’amministrazione precedente nei confronti di Pechino. Nelle ultime settimane le unità navali americane hanno effettuato diverse missioni FONOP (Freedom of Navigation Operations) nel Mar Cinese Meridionale volte a ribadire la contrarietà di Washington alle pretese territoriali cinesi nell’area. Contemporaneamente la nuova amministrazione ha ribadito la sua intenzione di rafforzare l’asse Quad, che comprende, oltre agli Stati Uniti, India, Giappone e Australia.

L’idea di Biden sembra dunque essere quella di rispondere all’assertività cinese tramite la collaborazione con i Paesi dell’area, preludendo quindi a una strategia compatibile con le necessità economiche statunitensi, non più in grado di mantenere da soli una presenza diretta massiccia come in passato. Negli scorsi giorni Biden ha anche annunciato la nascita di una task force al Pentagono con l’obiettivo dichiarato di elaborare una strategia efficace per rispondere alla “sfida cinese”.

In questo ambiente strategico si inseriscono quindi molti Paesi europei, preoccupati per un’eventuale escalationnell’area e interessati a mantenere sul tavolo le proprie necessità politiche e strategiche nei riguardi del Mar Cinese Meridionale. Negli ultimi decenni questi Paesi non hanno intrapreso grandi manovre militari nell’area e si sono limitati a dichiarazioni ufficiali di contrarietà alle rivendicazioni territoriali cinesi, cercando di mantenere rapporti cordiali con la Cina soprattutto per quanto riguarda i dossier economici. Tuttavia, il multilateralismo alla base dell’agenda Biden sembra porre delle basi funzionali a un “ritorno” delle vecchie potenze europee nell’area per via della comunanza di interessi con gli Stati Uniti e i partner della Quad initiative.

Tra i Paesi del continente europeo più storicamente interessati all’area ci sono ovviamente Regno Unito e Francia. I due Paesi sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, storici alleati degli Stati Uniti, dispongono di forze navali con un’alta capacità di proiezione e sono potenze nucleari: il loro coinvolgimento nelle questioni dell’Indo-Pacifico è per certi versi naturale, oltre che motivato dalla necessità di garantire la libertà di navigazione nell’area e la conseguente stabilità degli imponenti flussi commerciali della regione.

Per quanto riguarda Londra, l’uscita dall’Unione Europea crea la necessità di rielaborare il proprio ruolo sullo scacchiere internazionale e di confermare il ruolo globale del Regno Unito. A tal fine, il governo di Londra ha deciso di dispiegare nell’area la portaerei HMS Queen Elizabeth per missioni di collaborazione con i partner locali (Stati Uniti e Australia su tutti) e naval diplomacy. A causa del suo passato coloniale, il Regno Unito dispone ancora di molte basi nell’area, soprattutto in Australia, vedendosi garantita quindi una discreta efficienza logistica per le eventuali operazioni e aprendo la strada a un probabile rafforzamento della presenza britannica nell’area. La Francia, invece, ha confermato il dispiegamento del sommergibile nucleare Émeraude nel Mar Cinese Meridionale con lo scopo di supportare i Paesi partner nel far rispettare le regole della navigazione internazionale. Pur non disponendo di basi logistiche avanzate nelle stesse quantità dei britannici, la Marine Nationale può contare su diverse basi tra l’Oceano Indiano e la Nuova Caledonia.

Un altro Paese europeo ad aver mostrato preoccupazione per il clima politico nell’area è la Germania. Berlino è uno dei Paesi europei ad aver coltivato di più le relazioni economiche con la Cina, un mercato enorme per gran parte dell’export tedesco. Tuttavia, anche in questo caso sembrerebbe che i benefici economici non siano più una ragione sufficientemente valida per chiudere un occhio sulla questione politica del Mar Cinese Meridionale. Berlino sta perfino considerando la possibilità di dispiegare temporaneamente una fregata in Asia Orientale, pur non disponendo di basi come Francia o Regno Unito. Questa mossa assume un significato ancora più forte, se si pensa alla tradizionale tendenza al non impiego all’estero delle forze militari della Repubblica Federale Tedesca. L’unità navale, ufficialmente in missione di naval diplomacy, dovrebbe avere il supporto logistico nei porti dei Paesi partner che visiterà (presumibilmente Giappone, Corea del Sud e Australia), lanciando contemporaneamente un messaggio chiaro alla Cina.

È evidente che la nuova politica di Biden nei confronti della Cina, basata su una risposta multilaterale che prevede un alto livello di coinvolgimento dei Paesi partner, sembra aver aperto delle possibilità per molti Paesi europei. Tuttavia, è facile notare come questi Paesi stiano procedendo per singole iniziative senza sfruttare il peso delle istituzioni dell’Unione Europea. Ovviamente la questione non riguarda Londra, che ha già ufficialmente lasciato il gruppo continentale e deve necessariamente muoversi per contro proprio, ma per Francia e Germania potrebbe sembrare logico coinvolgere gli altri Paesi dell’UE.

Per quanto sensato, portare tutti i Paesi dell’Unione a esprimere un’azione comune di condanna alle scelte politiche assertive di Pechino è quasi sostanzialmente impossibile per via dei rapporti dei singoli Paesi con la Cina, come ad esempio nel caso dell’Italia. Pur essendo l’unico altro Paese europeo con mezzi di proiezione compatibili con l’area in questione, è più probabile che l’Italia prosegua lungo il solco già tracciato dell’engagement e della cooperazione, ponendosi in una via mediana rispetto al resto dei partner NATO.

In conclusione, anche se gli Stati europei possono potenzialmente ritagliarsi uno spazio nella gestione dei problemi di uno dei punti più caldi del pianeta, è evidente che l’Unione Europea sarà comunque il grande assente al tavolo. Anche ipotizzando un’improbabile struttura politica integrata in chiave anticinese, è difficile che le potenze europee riescano ad esprimere le proprie (diverse) volontà strategiche sotto un’unica bandiera.

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