L’AMMINISTRAZIONE BIDEN PER UN ARTICO PIÙ PROTETTO?

Negli ordini esecutivi del neo presidente una ventata green che non si riduce solo al rientro degli Stati Uniti nell’accordo di Parigi.

Sin dal primo giorno del suo insediamento alla Casa Bianca il neo presidente Joe Biden ha dimostrato di voler invertire la rotta tracciata dalla precedente amministrazione Trump in molti settori sensibli della politica americana. Di certo non è mancato il settore ambientale, che ha visto il presidente democratico firmare un ordine esecutivo per far rientrare gli Stati Uniti nell’accordo di Parigi. 

Ma facciamo un passo indietro. Cosa prevede l’accordo di Parigi del 2015 e perchè è importante per l’artico? I punti fondamentali sono l’aver fissato il limite di due gradi come aumento massimo della temperaura globale con una forte raccomandazione di mantenerla intorno al grado e mezzo e cercare di raggiungere il picco globale di emissioni il prima possibile, senza peraltro fissare una data precisa. E’ significativo sottolineare due aspetti fondamentali dell’accordo che è stato acclamato come un decisivo successo della leadership internazionale nella lotta al cambiamento climatico:

  1. l’accordo prevede delle misure atte solo a rallentare il riscaldamento globale, che, quindi, viene ritenuto una conseguenza del modello produttivo globale.  
  2. L’accordo di Parigi è stato preceduto da molti altri incontri (COP – Conference of parties) che sono risultati propedeutici per creare un accordo vincolante per le parti firmatarie. Si pensi all’accordo di Copenhagen che, in vista della scadenza del Protocollo di Kyoto nel 2012, doveva proporre un nuovo accordo vincolante di riduzione delle emissioni globali. Dopo decenni di negoziazioni le trattative hanno prodotto un accordo non vincolante molto più politico che legislativo. Nel documento finale si riconosce, infatti, la necessità di limitare l’aumento della temperatura che non vada oltre i due gradi rispetto ai  livelli prenidustriali, senza tuttavia che venga creato un apparato di norme vincolanti per le parti firmatarie. 

Oltre ad essere vincolante nei suoi principi, l’accordo di Parigi si basa su un principio assolutamente innovativo che segna un netto cambiamento nell’approccio alla causa del surriscaldamento globale. Viene ridotta la distanza tra Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo che concedeva margine di manovra superiore a quelle economie in fisiologica necessità di uno sviluppo basato su un utilizzo intensivo di risorse non rinnovabili. Infatti mentre l’articolo 4.1stabilisce che tutte le parti firmatarie ambiscono a raggiugere il picco di emissione al più presto possibile, l’articolo 4.44.5 rinnovano l’onere che i Paesi sviluppati devono assumersi nel guidare il processo di riduzione delle emissioni e fornire supporto alle economie in via di sviluppo. I Paesi in via di sviluppo sono comunque sollecitati ad intraprendere un percorso che sia orientato alla riduzione delle emissioni compatibile con le necessità circostanziali nazionali.  

Tornando alla necessità per gli Stati Uniti di far parte dell’accordo e dell’importanza che esso riveste per l’artico, è doveroso rilevare che gli Stati Uniti al 2019 sono responsabili del 15% delle emissioni globali di anidride carbonica, secondi solo alla Cina che ne produce il 28%, e sono il quarto Paese per emissioni pro capite. La necessità di approcciare a livello internazionale la questione risiede negli imprevedibili e diffusi effetti del surriscaldamento globale che proprio in Artico si manifestano nella versione più violenta e drammatica. Gli effetti prodotti alle latitudini centro europee sono solo un piccolo saggio dell’intero processo, le popolazioni locali sono sicuramente coloro che stanno già pagando il prezzo più alto.

La ratifica dell’accordo di Parigi, sottoscritta nell’era Obama, ha rappresentato un percorso che la stessa amministrazione aveva intrapreso verso una mitigazione del cambiamento climatico. Un percorso che pezzo pezzo l’amministrazione Trump è andata a demolire, passando per il taglio ai fondi federali dedicati alle climate change policies e alla ricerca e dando impulso al First Energy Plan, modello basato sui ricavi dell’industria fossile americana. Un percorso che culmina con il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi avvenuto nel 2017, mossa che Trump giustificò non tanto negando il cambiamento climatico, quanto definendo il trattato dannoso per l’economia domestica e per migliaia di posti di lavoro, e sostenendo che le grandi economie emergenti di Cina ed India avevano raggiunto un accordo ingiusto nei confronti degli Stati Uniti. 

L’ordine esecutivo che Biden ha simbolicamente sottoscritto al suo primo giorno di mandato non stravolgerà il corso del cambiamento climatico, nè tanto meno migliorerà gli effetti già drammatici in Artico nell’immediato. La professoressa Grete Kaare Hovelsrud della Nord University e ricercatrice del Nordland Research Institute central’importanza del rientro degli Stati Uniti nell’accordo: “ The fact that the US now is back at the table alongside the major emission countries and economies such as Brazil, Russia, India, and China is a giant leap in the right direction. The largest economies with the largest emissions matter a great deal when it comes to whether or not we will be able to reach the goals of the Paris Agreement”. Sedere di nuovo al tavolo dei Paesi maggiormente responsabili per le emissioni globali significa rientrare in carreggiata su una strada a lunga percorrenza e irta di ostacoli. Tuttavia un cambiamento strutturale sembra essenziale nella politica dem rivolta al cambiamento climatico: la Professoressa Tora Skodvin dell’ Institute of Political Science della University of Oslo sottolinea come  il limite strutturale della politica ambientale dell’amministrazione Obama risiedeva nell’averla condotta tramite ordini esecutivi emanati direttamente dal Presidente e quindi facilmente revocabili da una nuova amministrazione.

Costruire una cultura del cambiamento climatico e della consapevolezza dell’interdipendenza degli effetti che il surriscaldamento globale provoca, diventa essenziale per auspicare un modello di transizione energetica che guardi lontano. Sedendo di nuovo intorno al tavolo significherà anche creare una strategia ambientale condivisa con la Cina, le cui emissioni sommate a quelle degli Stati Uniti arrivano quasi al 40% di quelle globali.     

Nei suoi primi giorni alla Casa Bianca Biden ha provveduto a segnare la distanza dalla precedente amministrazione a colpi di ordini esecutivi. Oltre al rientro nel Trattato di Parigi, ha imposto il blocco dell’oleodotto Keystone XL destinato a trasportare petrolio greggio dal Canada al Golfo del Messico e ha imposto una moratoria sulle attività di locazione nella Arctic National Wildlife Refuge di cui Trump aveva provato, fino al termine del suo mandato, dei accelerarne il corso.

L’esordio del leader democratico sembra di certo di buon auspicio in campo ambientale: con il rientro nel Trattato di Parigi il secondo produttore mondiale di emissioni tornerà a rispettare un regime stabilito a livello internazionale, il blocco dell’oleodotto, nonostante il malcontento del leader canadese Trudeau, interviene direttamente sullo sfruttamento intensivo di risorse fossili, così come la moratoria imposta sul rilascio di locazioni per lo sfruttamento in Alaska.  

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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