UNA CARTA DEI PRINCIPI PER L’ISLĀM DI FRANCIA

Annunciata all’indomani del discorso tenuto a Les Mureaux il 2 ottobre 2020, la Carta dei principi rappresenta uno dei principali obiettivi del Presidente francese Macron nella sua lotta al «separatismo islamista» e la sua volontà di ridefinire l’islām in aderenza ai valori repubblicani.

Dopo gli attentati terroristici dello scorso anno e in particolare in seguito all’uccisione del professor Samuel Paty, considerato un vero e proprio attacco ai valori fondanti della Francia e dell’Europa, il Presidente francese Emmanuel Macron aveva aperto un severo confronto con i rappresentanti dell’islām francese, chiedendo loro un’azione rapida per contrastare quello che lui definisce il «separatismo islamista, rafforzare la laicità e consolidare i principi repubblicani», ma soprattutto al fine di isolare gli «imām radicali», responsabili dell’incitamento alla violenza nelle moschee. 

Nel mese di novembre l’Eliseo aveva dato l’ultimatum alle federazioni che compongono il Conseil français du cult musulman (CFCM) per una loro adesione, a breve termine, a un documento che sancisse una formale riaffermazione dei principi della Repubblica e quindi una piena compatibilità dell’islām con i valori che informano l’ordinamento francese.

Il comunicato del Consiglio francese del culto musulmano

Dopo una riunione tenutasi il 17 gennaio, nella quale il CFCM aveva esaminato in videoconferenza il testo della Carta dei principi, presentata dal Presidente Mohammed Moussaoui e dai suoi vice presidenti, era stato emanato un comunicato nel quale si legge che i rappresentanti dell’islām francese «consapevoli della necessità di andare oltre le loro specifiche formulazioni, per preservare e consolidare la loro unità e coesione […] hanno adottato un testo consensuale chiamato Carta dei principi».

Frutto di una lunga trattativa e di numerosi incontri, i dieci punti della Carta costituiscono la riaffermazione della compatibilità della fede musulmana con i principi della Repubblica – inclusa la laicità – e «l’attaccamento dei musulmani in Francia alla loro piena cittadinanza»; sanciscono inoltre «il rifiuto della strumentalizzazione dell’islām per fini politici, così come l’interferenza dello Stato nell’esercizio del culto musulmano». 

La Carta stabilisce che il principio di uguaglianza davanti alla legge, obbliga tutti i musulmani a «inscrivere la loro esperienza nel quadro delle leggi della Repubblica che garantiscono unità e coesione». Riafferma, inoltre, la «pari dignità umana da cui derivano l’uguaglianza uomo-donna, la libertà di coscienza e di religione, l’attaccamento alla ragione e al libero arbitrio» e il conseguente «rifiuto di ogni forma di discriminazione o odio verso l’Altro».

Nel corso della riunione, le federazioni hanno ribadito la volontà unanime di costruire quanto prima un Consiglio nazionale degli imām (CNI), un punto di particolare rilevanza, in ragione del fatto che il capo dello Stato nei mesi scorsi aveva fatto più volte riferimento ai circa 300 imām che operano in Francia, “importati” dai loro stati di origine (Turchia, Marocco e Algeria), che costituiscono uno strumento di soft power e la cui influenza è indispensabile arginare.  La Carta fornirà, dunque, anche il quadro di partenza per il CNI, organismo che sarà responsabile del controllo degli imām che operano nel Paese, per i quali si prevede un accredito ufficiale che potrà essere revocato in caso di violazione di quanto stabilito nella Carta stessa.

Il Presidente Macron ha espresso grande soddisfazione, definendo la Carta «un impegno chiaro e preciso a favore della Repubblica», un passo importante nei rapporti tra la Francia e l’Islām, che incontra però la resistenza da parte di alcuni componenti del CFCM che si sono opposti a quella che ritengono una “ristrutturazione” dell’islām, prodotta senza alcuna consultazione né concertazione preliminare con la base. Sebbene, infatti, il presidente Moussaoui abbia salutato con favore un accordo di “ritrovata unità”, quattro[1] delle nove associazioni che formano il Consiglio francese del culto musulmano non hanno ancora aderito al documento, al quale chiedono di apportare alcune significative modifiche e il cui testo integrale non è stato peraltro ancora reso pubblico. 

Il CFCM ha dichiarato che si cercherà di raggiungere un accordo sul testo che porti alla più ampia adesione possibile. Lo stesso imām della Grande Moschea di Parigi, Chems-Eddine Hafiz, ha preso le distanze dal progetto per un Consiglio Nazionale degli Imām, denunciando l’infiltrazione di una «componente islamista» all’interno del CFCM, accusa che riporta a due grandi nodi tematici: la rappresentanza nell’islām e la formazione degli imām che il costituendo consiglio è chiamato a certificare.

La formazione degli imām

In generale, nella formazione dei musulmani europei svolgono ancora un ruolo preponderante i paesi d’origine, o centri di studio e di insegnamento fuori dai confini europei. Quello di una corretta formazione degli imām è un tema che si ripropone ciclicamente a ogni ondata di terrorismo cosiddetto “islamista”, a motivo del fatto che le istituzioni educative, le associazioni e più in generale le moschee vengono considerate terreno fertile per il fondamentalismo, ma al tempo stesso indicate come principale argine di idee devianti rispetto all’autentico messaggio dell’islām. Viene dunque riconosciuta loro una precisa, se non quando decisiva, funzione di controllo sociale.

Come si forma un imān? Chi lo forma? Di norma, gli imām che operano in Europa, si sono formati nei loro paesi di origine, ricevendo una formazione strettamente religiosa, basata essenzialmente sullo studio della lingua araba (e della lingua madre, quando diversa), del Corano e della Sunna del Profeta; il senso dello “studio” è dunque spesso ridotto a questi tre ambiti. Manca, dunque, una formazione storica, sociologica, filosofica e politica e mancano spesso anche riferimenti culturali al di fuori del mondo islamico, e di conseguenza la capacità contestualizzare che porta con sé il rischio di una cultura “chiusa”. Cosa più importante è che spesso a mancare è una adeguata preparazione teologico-giuridica, che talvolta si accompagna a una altrettanto inadeguata conoscenza della materia da parte dei fedeli. 

L’islām è sì una religione fondata sul sapere (‛ilm) ma la preparazione e la conoscenza pratica dell’imām spesso ben si distingue dal sapere teologico degli ‛ulamā’, frutto di un lungo percorso di studio e di formazione.  Ricordando che l’imām (letteralmente “colui che sta davanti”) è la figura che guida la preghiera comunitaria e che assume, più in generale, una funzione di guida per l’intera comunità di riferimento, una soluzione di compromesso sul tema della formazione non dovrebbe pertanto né trasformare l’imām in un “leader” religioso dotto, né ridurlo a “guardiano” della sua comunità, snaturandone il ruolo così come storicamente e tradizionalmente concepito.

La formazione degli imām non può, infatti, essere ridotta ad una questione di ordine pubblico, ma è altresì fondamentale che chi occupa posizioni di responsabilità in seno alla comunità di cui è referente sappia interagire adeguatamente nel contesto in cui opera.  


[1] Non hanno firmato la Carta: Il Comité de coordination des musulmans turcs de France, l’associazione Foi et Pratique (affiliata al Tabligh, movimento islamista di origine pakistana), il Millî Görüs (CIMG) e l’associazione Islam Sounnat Djammate – Grande Moschea di Saint Denise de la Réunion.

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