PERCHE’ LA VACCINAZIONE DI MASSA ISRAELIANA SEGUE LOGICHE DI SICUREZZA?

Considerata come un successo, la campagna di vaccinazione israeliana esclude 5 milioni di palestinesi e va contro le leggi internazionali, seguendo dinamiche di sicurezza interna.

La vaccinazione di massa in atto in Israele può essere vista come un fattore positivo dell’operato del presidente Netanyahu, ma ha il suo lato oscuro: i palestinesi nei territori Occupati ne sono completamente esclusi. Non basta che Israele abbia da poco inviato 5500 dosi di vaccino dopo le proteste delle associazioni umanitarie, dato che il dovere di una forza occupante è l’assistenza alla popolazione interessata, secondo le leggi internazionali. Questa analisi intende chiarire i meccanismi interni della politica israeliana, che influenzano irrimediabilmente il rapporto dello Stato ebraico con la popolazione araba, continuamente caratterizzato dalla tensione e dalla sopraffazione. 

La questione israelo-palestinese durante l’era Covid-19

Con una campagna vaccinale portata avanti a pieni ritmi dal 19 dicembre 2020, alla data del 16 febbraio 2021 Israele è riuscito a somministrare 6,76 milioni di dosi di vaccino, arrivando a raggiungere il 47,04% della popolazione vaccinata con solo la prima dose e il 31,05% di popolazione completamente immunizzata, secondo i dati di Our World in Data.  Se da un lato, con i riflettori del mondo puntati su di sé, l’accelerazione di Israele sui vaccini ha mostrato risultati incoraggianti (su 600.000 persone a cui è stata somministrata la prima dose, si è assistito a una riduzione del 50% dei contagi), dall’altro lato, la campagna vaccinale israeliana proietta molte ombre sull’operato del governo. 

Infatti, il governo di Netanyahu permette la vaccinazione per tutti coloro in possesso della carta d’identità israeliana, arabi, ebrei e i palestinesi di Gerusalemme Est, escludendo di fatto ben 5 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, i cosiddetti Territori Occupati, in cui finora si sono avuti quasi 2000 decessi. L’azione di contrasto al Covid-19 nei Territori Occupati è praticamente nulla, poiché Israele sta vaccinando solo i coloni presenti in quelle aree, e l’Autorità Palestinese, che controlla soltanto alcune zone della Cisgiordania, non ha un forte potere negoziale per assicurarsi delle dosi di vaccino. Tutti i piani per cominciare la campagna vaccinale di massa a breve in realtà sono in sospeso, dato che a quanto pare sia il vaccino di Covax (strumento creato dall’OMS per rifornire di vaccini anche i paesi più poveri) che la partita di AstraZeneca non dovrebbero arrivare prima di marzo.

Inoltre, ci sono delle difficoltà logistiche all’avanzamento del programma di vaccinazione: in Cisgiordania non ci sono i freezer adatti a conservare le dosi del vaccino Pfizer a -70°, mentre nella Striscia di Gaza c’è elettricità solo per otto ore al giorno; ancora, Israele controlla militarmente i confini di entrambi i territori, decidendo di fatto che vaccino può accedervi oppure no. Infatti, 2000 dosi del vaccino russo Sputnik V destinate allo staff ospedaliero della striscia di Gaza sono state bloccate alle frontiere dall’esercito israeliano, per “motivi di sicurezza”, e rimandate indietro in Cisgiordania, essendo l’unico luogo dove poterle conservare alla giusta temperatura (nda. la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono due zone dei Territori Occupati separate tra loro, controllate rispettivamente dal gruppo islamista Hamas e dall’Autorità Palestinese e con i confini presidiati dall’esercito di Israele).

Il conflitto israelo-palestinese ha i suoi risvolti anche nell’emergenza sanitaria, tant’è che il ministro della salute israeliano, Yuli Edelstein, ha affermato che Israele avrebbe condiviso le sue dosi con “i suoi vicini” solo quando avrà terminato la vaccinazione di massa e per la difesa dei propri territori, dato che molti palestinesi ogni giorno attraversano il muro per lavorare in Israele. Infatti, il governo israeliano rifiuta di riconoscere e applicare il proprio dovere di assistenza, dal punto di vista sanitario, alla popolazione sotto occupazione militare, come vuole invece la Convenzione di Ginevra. Lo fa appellandosi agli accordi di Oslo del 1993, mai realmente entrati in vigore, che prevedevano una risistemazione dei territori tra israeliani e palestinesi, creando le basi di un futuro stato palestinese accanto a Israele, e secondo cui sarebbe l’Autorità Palestinese a dover eseguire l’assistenza sanitaria. Gli stessi accordi, inoltre, obbligano Israele e i Territori Occupati ad assistersi l’un l’altro in caso di emergenza.

Anche se Israele a metà gennaio ha mandato 500 dosi di vaccino a Ramallah, in Cisgiordania, e a inizio febbraio una partita di 5000 vaccini è stata inviata all’Autorità Palestinese, destinata agli operatori sanitari, questi sono numeri irrisori rispetto alla portata reale dell’emergenza sanitaria in corso. Lo Stato israeliano si è visto costretto ad agire, dopo che ONG umanitarie, come Amnesty International, hanno fatto pressioni per far emergere nel dibattito pubblico ciò che sembra essere una “discriminazione istituzionalizzata” contro il popolo palestinese.

Il doppio volto della sicurezza di Israele

Se le dinamiche istituzionali e sociali interne hanno risvolti diretti sulla stabilità e sulla sicurezza di Israele, queste ultime, di conseguenza, sono collegate alla politica del paese ebraico nei confronti del popolo arabo palestinese, arrivando a generare una discriminazione sistemica. Innanzitutto, le elezioni parlamentari previste a marzo 2021 arrivano dopo altre tre tornate elettorali in due anni e in seguito al rifiuto del maggior partito governativo, il Likud del leader Benjamin Netanyahu, di approvare la legge di bilancio 2021-2022, clausola fondamentale per la sopravvivenza del governo.

Nel frattempo, Netanyahu, nel corso dell’ultimo anno, è stato accusato di essere coinvolto in un’inchiesta sulla corruzione dei vertici dello stato per l’acquisto di sottomarini Thyssenkrupp e il suo consenso popolare era sempre più in discussione, anche per la gestione della pandemia da Covid-19. Il premier israeliano, quindi, ha puntato sulla rapidità e sull’efficacia della campagna vaccinale contro il coronavirus, per risollevare le sorti del suo mandato nelle prossime elezioni, dato che l’instabilità della macchina governativa è una delle minacce alla sicurezza interna di Israele, già messa a dura prova dalla pandemia e dai suoi risvolti economici e sociali. 

Inoltre, la scelta del governo di escludere i palestinesi nei Territori Occupati si deve anche al fatto che Netanyahu fa parte della coalizione “sionista religiosa”, al momento in vantaggio nei sondaggi. Si tratta di una destra sempre più nazionalista, che predilige storicamente l’uso del “muro di ferro” nei confronti dei vicini arabi di Israele e che basa la propria propaganda anti-araba sul timore dell’accerchiamento, di un nuovo Olocausto e sulla prevaricazione. Il Likud è un partito che salì alla ribalta nelle elezioni del 1977 scavalcando il partito laburista, in seguito alla sconfitta di Israele nella guerra contro l’Egitto del 1973, che acuì le paure e l’umiliazione. I primi esponenti al nuovo governo furono Menachem Begin e Yitzhak Shamir, entrambi ex capi dei gruppi paramilitari di estrema destra, l’Irgun Zvai Leumi (Organizzazione militare nazionale) e il Lehi (Combattenti per la libertà di Israele), che, subito dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948, misero in atto una escalation terroristica impressionante, come il massacro di 300 civili palestinesi del villaggio di Deir Yassin, per applicare il piano di spopolamento e distruzione delle città e dei villaggi dei palestinesi. 

Infatti, la loro strategia fu quella dell’espansione illimitata del controllo sionista sulle terre degli arabi, creando insediamenti e colonie in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, in modo da portare avanti il progetto del “Grande Israele”, ma favorendo anche la crescita esponenziale dei gruppi fondamentalisti ebraici, sempre più potenti rispetto alla democrazia secolare. Il partito di Netanyahu è al potere nuovamente dal 2006, dopo due intifade da parte dei palestinesi, nel 1987 e nel 2000 con gravi ritorsioni dello stato di Israele verso i civili arabi, e dopo l’inizio del processo di pace di Oslo nel 1993, visto come necessario dalla comunità internazionale. Il processo di pace però non ha condotto ai risultati sperati e i movimenti armati in Palestina si sono sempre più radicalizzati, azzerando qualsiasi dialogo di pace tra le due parti e peggiorando, di conseguenza, le condizioni dei palestinesi. Dal 2006, il Likud rivendica il diritto di Israele di espropriare i palestinesi delle loro terre e delle loro case secondo il principio di purezza etnica dello stato israeliano, ghettizzando gli arabi e continuando la colonizzazione senza lasciare spazio a nessuna pace politica. Negli anni, dunque, il fondamentalismo ebraico ha cambiato il carattere laico del sionismo delle origini, raggiungendo il culmine del processo di trasformazione nel 2016, quando il parlamento ha riconosciuto il carattere etnico dello stato, molto distante dalla tradizione occidentale.  

Conclusioni

L’esperimento della campagna vaccinale di massa di Israele è un laboratorio a cielo aperto per la comunità internazionale che vuole monitorare l’andamento del virus con l’effetto dei vaccini, ma questa comporta un’ulteriore discriminazione per i palestinesi dei Territori Occupati, contribuendo a esacerbare le tensioni sociali già esistenti. La posizione di Israele in Medio Oriente si sta aprendo anche grazie agli Accordi di Abramo, firmati nel 2020 con il governo di Abu Dhabi, ma sul fronte interno la pressione politica dei gruppi fondamentalisti ebraici si fa sempre più forte, minando sia la tenuta democratica del governo sia i già tesi rapporti con i palestinesi, che, dal canto loro, continuano a considerare Israele come una forza occupante illegittima. L’instabilità politica e l’emergenza sanitaria provocano insicurezza, creando un corto circuito collettivo in uno Stato che fonda la propria esistenza sul concetto di “sicurezza”, istericamente preso dalla paura di dover cedere territori, di dover riconoscere che anche l’Altro esiste e di dover cessare così la discriminazione strutturale. La situazione tra le due parti, soprattutto con una pandemia in corso, deve normalizzarsi, permettendo subito l’arrivo dei vaccini per tutta la popolazione palestinese, già provata dalla mancanza di strutture sanitarie adeguate e di diritti. 

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