NIGERIA: BOKO HARAM È IL SINTOMO DI UN SISTEMA STATALE SCONFITTO

Lo scorso martedì diversi uomini armati hanno fatto irruzione nel College di Scienze statale a Kagara e hanno rapito degli studenti. Durante l’assalto uno studente è morto. 

Un funzionario locale ha dichiarato all’agenzia France Presse che gli uomini nell’attacco hanno sequestrato un numero imprecisato di studenti e insegnanti mentre altri sono riusciti a fuggire. Successivamente fonti del governatorato hanno chiarito che i ragazzi rapiti sono ventisette.

Attualmente sono in corso le operazioni di salvataggio dell’esercito per liberare gli ostaggi, ordinate dal Presidente Buhari. La Nigeria non è nuova a questi episodi.  Il numero degli attacchi nelle scuole nigeriane è così ampio che è quasi difficile tracciarne una cronologia precisa. Per rendere l’idea si potrebbe citare però il caso dei 330 studenti rapiti nel Katsina nel 2020, o ancora le 276 ragazze di Chibok del 2014. 

Tuttavia la violenza di Boko Haram non è altro che il sintomo di un apparato statale che non ce l’ha fatta. La violenza, nel Paese, è in effetti endemica ed è il principale strumento utilizzato anche dalle forze dell’ordine.  Negli ultimi mesi del 2020 sono state portate avanti diverse manifestazioni contro la SARS, reparto speciale della polizia, da parte di giovani e intellettuali per i metodi repressivi attuati dal reparto. Una protesta, che anche in questa occasione, è stata repressa nel sangue. 

Le libertà di parola, di espressione e di stampa sono infatti costituzionalmente garantite ma prive di una reale tutela sul piano materiale. Inoltre il governo ha attuato diverse misure repressive contro la stampa e diversi giornalisti sono stati arrestati e torturati in modo arbitrario.  Secondo i dati di Amnesty International, nel 2019 sono stati almeno 19 i giornalisti che hanno subito abusi verbali o aggressioni fisiche. 

La repressione nasce ovviamente dall’esigenza di non permette la divulgazione di informazioni sull’enorme corruzione del sistema. La Nigeria, infatti, negli ultimi anni ha tentato di ridurre la corruzione che, tuttavia, nei settori del petrolio e della sicurezza continua ad essere imponente.  

Nel 2018 l’Assemblea generale ha presentato un disegno di legge sulla governance dell’industria petrolifera (PIGB) ma il presidente Buhari si è rifiutato di firmarlo sostenendo che fossero necessari ingenti stanziamenti per la proposta Petroleum Regulatory Commission (PRC). Nel 2019, il Senato ha quindi approvato nuovamente il disegno di legge rimuovendo il meccanismo di bilancio ma l’iter di approvazione non si è mai concluso.

La violenza, le costanti violazioni dei diritti e la corruzione mostrano un Paese in ginocchio, istituzionalmente incapace di fronteggiare le proprie lacune e parte, allo stesso tempo, del problema. 

Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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