L’IMPASSE ELETTORALE IN SOMALIA E LA CRISI DEL PROCESSO DI STATE BUILDING

La scadenza per lo svolgimento delle elezioni in Somalia prevista per l’8 febbraio non è stata rispettata, dopo che il governo centrale e gli Stati federali non sono stati in grado di superare un’impasse su come procedere con il voto.

Ad aggravare ulteriormente lo stallo del processo di state building è il complesso sistema elettorale del Paese che da tempo è incentrato su un modello basato sui clan; in particolare, il sistema indiretto prevede la scelta dei membri del Parlamento tra i rappresentanti dei vari clan presenti nel Paese e i legislatori, scelti sia nella Camera Bassa che nella Camera Alta, si riuniscono per votare un Presidente.

A tal riguardo, però, è importante sottolineare che non sono in gioco solo le elezioni, ma anche l’intera traiettoria del processo di costruzione dello Stato in Somalia. Per tre decenni, dal crollo della dittatura militare del generale Mohamed Siyaad Barre nel 1991, la Somalia ha lottato per ristabilire un governo centrale funzionale. Dal 2000, i successivi governi di transizione hanno tentato, e fallito, di guadagnare legittimità nazionale ed esercitare de facto l’autorità in tutto il Paese. Successivamente, nonostante nel 2012 sono stati raggiunti piccoli progressi nella costruzione delle istituzioni e di un pacifico trasferimento di potere che hanno portato il nuovo governo federale della Somalia a ricevere il riconoscimento internazionale per la prima volta in oltre 20 anni, il processo di costruzione dello state building è risultato ancora incompleto e l’architettura della federazione quasi del tutto indefinita e soggetta a negoziazione.

In questo quadro, tra il 2012 e il 2016, i contorni della Repubblica Federale della Somalia hanno cominciato a prendere forma e sono stati istituiti meccanismi per il dialogo politico; ma negli ultimi quattro anni, Mohamed Farmaajo, il Presidente somalo uscente, ha fatto marcia indietro in relazione a questo modesto progresso, lanciando un deciso attacco contro lo spirito della Costituzione provvisoria della Somalia, i principi del suo sistema federale emergente e il principio di inclusività politica sancita dalla legge fondamentale del Paese. Dopo quattro anni di vandalismo politico e istituzionale in cui si è adoperato per smantellare l’incipiente ordine costituzionale somalo, Farmaajo e i suoi seguaci hanno riportato la Somalia sull’orlo del collasso istituzionale e del conflitto armato. 

Il governo federale della Somalia è ancora un’autorità provvisoria, ancorata in una Costituzione incompleta che richiede alla leadership della nazione di svolgere tre compiti fondamentali per completare la transizione politica della Somalia: rivedere la Costituzione provvisoria, costruire l’architettura federale e sviluppare un sistema elettorale adeguato; queste formidabili sfide (e il loro fallimento) sono al centro della persistente instabilità e insicurezza della Somalia. 

Il predecessore di Farmaajo, il Presidente Hassan Sheikh Mohamud, è stato anche incline a un governo unitario e a una forte autorità centrale, ma ha riconosciuto anche la necessità di ottenere ampio consenso da parte del popolo somalo alfine di avviare il processo di state building. Anche se la sua amministrazione ha fatto solo pochi progressi verso questi obiettivi, ha presieduto in modo cruciale la fusione dei cinque Stati membri federali della Somalia e l’istituzione di un Forum dei leader nazionali, costituito dal governo federale della Somalia e dalla leadership degli Stati membri federali, alfine di trovare un accordo sul processo elettorale e tracciare la strada più consona da seguire per garantire lo status quo politico. Le successive elezioni che hanno proclamato la vittoria di Farmaajo sono state quindi il risultato di un compromesso nazionale; di conseguenza, la sua presidenza è stata accolta positivamente in tutta la Somalia. 

Ciononostante, invece di attingere al capitale politico ereditato per far avanzare il progetto di costruzione dello Stato, Farmaajo ha optato per la via del monopolio del potere e delle risorse: infatti, anziché coinvolgere i leader degli Stati membri federali nella vita politica, li ha percepiti come rivali e ha sciolto il Forum dei leader nazionali; allo stesso modo, ha eclissato il ruolo della Camera Alta del Parlamento che rappresenta gli interessi degli Stati membri federali. Inoltre, a partire dal 2018, incoraggiato dalle promesse di supporto militare da parte di alleati regionali e dall’ottenimento di denaro dal Qatar (presumibilmente incanalato attraverso il suo capo dei servizi segreti, Fahad Yasin), Farmaajo ha intrapreso una campagna di gerrymandering parlamentare e sembrerebbe aver manipolato anche le elezioni negli Stati federali per installare ai vertici figure leali al suo potere. 

Oltre al ricorso alla corruzione, Farmaajo ha dispiegato le forze di sicurezza federali come strumenti di controllo politico, abbandonando la lotta contro Al-Shabaab, il noto gruppo terroristico jihadista presente in Somalia, a favore della politica di sottomissione degli Stati membri federali, adottando le macchinazioni divisive della politica dei clan; una scelta che alla fine si è rivelata la sua rovina. 

Di fatto, nello Stato membro federale del Jubaland, non essendo riuscito ad impedire al suo Presidente Ahmed Madobe di essere rieletto nel 2019, Farmaajo ha lanciato una campagna militare attraverso la mobilitazione del suo clan Marehan presente nella regione con lo scopo di delegittimare Madobe dal controllo dell’area. In questo modo, Farmaajo avrebbe voluto amministrare lo Jubaland da Mogadiscio e garantire l’elezione dei parlamentari lealisti del suo clan. Madobe e altri leader hanno giudicato questa mossa arbitraria e incostituzionale; tra l’altro, è importante sottolineare che essa potrebbe creare un precedente estremamente pericoloso: cosa impedirebbe ai futuri presidenti di rivendicare il potere negli altri Stati membri federali attraverso il controllo dei propri clan presenti in quelle aree? A tal riguardo, Madobe e un coro di altri leader dell’opposizione hanno richiesto che le truppe federali lasciassero la regione e permettessero allo Jubaland di amministrare le elezioni in modo autonomo, ma Farmaajo si è rifiutato di cedere su questo punto con il risultato di fomentare ulteriori attriti.  

Alla luce dell’ennesimo rinvio delle elezioni presidenziali, è chiaro che Farmaajo ha deciso di rimanere al potere fino a quando quest’ultime non si svolgeranno, un’opzione che l’opposizione respinge all’unanimità. Sotto questo profilo, entrambe le parti inizialmente hanno fatto ricorso alla Camera Bassa del Parlamento: Farmaajo ha sperato che la legislatura gli avrebbe concesso una proroga del mandato fino allo svolgimento delle elezioni, mentre l’opposizione ha fatto pressioni sul Presidente Mohamed Mursal affinché accettasse il ruolo di Presidente in carica in linea con la Costituzione provvisoria; ma nessuna delle due parti finora ha ottenuto ciò che voleva. 

Ad ogni modo, per l’opposizione del governo somalo ogni scenario che vede Farmaajo come Presidente è considerato come un blocco del processo di state building e la loro proposta sembra ora coinvolgere la formazione di un Consiglio Nazionale di Transizione che comprenda i presidenti degli Stati membri federali e i leader dell’opposizione. Questo organo dovrebbe supervisionare lo svolgimento delle elezioni che idealmente dovrebbero tenersi in meno di sei mesi e dovrebbe smettere di operare dopo la formazione di un nuovo Parlamento che eleggerà il prossimo Presidente.

D’altra parte, i partner internazionali della Somalia sembrano irremovibili sul fatto che Farmaajo e i suoi incaricati politici dovrebbero svolgere un ruolo nella progettazione della transizione; ma sembrerebbe una richiesta difficile a cui dare seguito: costituzionalmente, il mandato di Farmaajo è scaduto, mentre gli Stati membri federali rimangono costituzionalmente autorizzati dai loro mandati elettorali. Inoltre, anche alcuni leader dei grandi partiti politici, sia individualmente che collettivamente (attraverso il Consiglio dei candidati presidenziali) rappresentano circoscrizioni elettorali e sono riconosciuti dalla Costituzione provvisoria come parti integranti della vita politica somala.

Dunque, in termini del processo di state building costituzionalmente legittimo, sono gli Stati membri federali e i grandi partiti politici che mantengono un mandato e Farmaajo potrebbe partecipare solo come leader del partito o candidato alla Presidenza, ma non più come Capo dello Stato. Ma, insistendo sul fatto che Farmaajo rimanga il Presidente in carica e debba partecipare al dialogo politico, i governi stranieri alimentano la sua determinazione ad aggrapparsi al potere e gli conferiscono un veto artificiale su qualsiasi soluzione che possa escluderlo. In ogni caso, è fondamentale che si esortino le parti politiche somale a trovare un terreno comune per i loro disaccordi e portare questo Paese fuori dal caos politico e prevenire eventuali conflitti elettorali.

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