ARCTIC FRONTIERS: UN RINNOVATO INVITO ALLA COOPERAZIONE

Come ogni anno è andata in scena Arctic Frontiers: pandemia, cambiamento climatico e tematiche sociali rendono la cooperazione transnazionale sempre più necessaria.

A causa della pandemia l’evento annuale che raccoglie le più importanti autorità del contesto politico artico si è svolto online. La quindicesima edizione della conferenza, che di solito si svolge in Norvegia, ha avuto come tema “building bridges” con un focus su quattro aree principali ritenute espressione delle più impellenti necessità di sviluppo e aree di intervento per l’intera area: salute, digitalizzazione, operazioni costiere e gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Quattro sezioni in cui urge intervenire tempestivamente per mantenere la regione free of conflict ed evitare un’escalation dettata dalle emergenti opportunità commerciali e di sfruttamento minerario.

Una delle voci che ha più sottolineato la necessità di mantenere bassa la tensione è stata quella del Ministro per gli Affari del Nord canadese Dan Vandal che punta su un approccio collaborativo perchè comune è la natura delle problematiche da affrontare: “And our countries face common issues: COVID-19, climate change, housing shortages, addictions and suicide, and out migration that drains the North of its most valuable resources: the people who live there – in particular, youth,”.

La narrazione dell’artico come prossima frontiera commerciale e di interesse geopolitico trova nei mezzi di comunicazione molto spazio rispetto alle criticità che la regione già vive. Il tema “building bridges” è pertinente alla realtà che oggi l’Artico vive e funge da monito per affrontare le problematiche che accomunano le popolazioni locali: un servizio sanitario spesso deficitario, un fenomeno migratorio orientato allo spopolamento della regione, un altissimo livello di suicidi e di dipendenza da alcolismo e droghe. Il Ministro Vandal si esprime così: “Together, we need to explore these challenges and identify locally-led solutions, guided by Indigenous Knowledge and based on science and solid evidence.”

Guardare all’artico solo come una nuova frontiera commerciale è erroneo oltre che pericoloso. “Costruire ponti” significa pianificare il futuro in artico, andando a sviluppare una diversa serie di settori in sinergia tra gli attori coinvolti. Tra pochi mesi il passaggio di testimone alla guida dell’Arctic Council dall’Islanda alla Russia ci dirà più di qualcosa sul percorso che verrà intrapreso.  

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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