IL PRIMO COLLOQUIO TRA BIDEN E NETANYAHU

Mercoledì, il presidente Joe Biden e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno avuto la loro prima conversazione telefonica, quattro settimane dopo l’inaugurazione e in un momento di chiaro disaccordo riguardo il proposito americano di rientrare nell’accordo nucleare con l’Iran.

Entrambi i paesi hanno rilasciato descrizioni ufficiali della chiamata, descrivendola con termini vaghi e non rilasciando alcun dettaglio sulla conversazione, in particolare sull’Iran. La Casa Bianca ha semplicemente dichiarato che “insieme, i leader hanno discusso l’importanza di una continua e stretta consultazione sulle questioni di sicurezza regionale, compreso l’Iran”.

Questa dichiarazione non è tuttavia da sottovalutare, poiché molti funzionari israeliani sono tuttora scossi dal risentimento risalente a quando l’allora presidente Barack Obama li tenne all’oscuro dei primi approcci all’Iran, durante il periodo precedente ai negoziati che alla fine portarono all’accordo del 2015.

I due negoziatori a condurre quello sforzo di diplomazia segreta furono Jake Sullivan, oggi il consigliere alla sicurezza nazionale del presidente Biden, e William J. Burns, candidato direttore della C.I.A. In risposta all’accordo tra Washington e Teheran, Netanyahu fece attivamente pressione al Congresso e esortò il presidente Donald J. Trump ad abbandonare l’accordo, cosa che è avvenuta nel 2018. [1]

Biden ha dichiarato ai giornalisti che la chiamata con il signor Netanyahu è stata una “piacevole conversazione”, non concedendo ulteriori dettagli alla stampa. Alcune fonti affermano che i funzionari israeliani fossero preoccupati dell’apparente ritardo di questo colloquio. La presidenza americana ha scelto di avviare il dialogo con Israele solo dopo aver avuto colloqui sia con i leader dei grandi paesi alleati, che con altri capi di stato ormai diventati più ostili, come il cinese Xi Jinping. I funzionari americani hanno tuttavia dichiarato che non vi è stato alcun significato in tale ritardo, nonostante sia palese che gli Stati Uniti stessero chiaramente cercando di stabilire una strategia di negoziazione con l’Iran prima di coinvolgere Israele.

L’ufficio del primo ministro israeliano ha descritto la conversazione affermando in una dichiarazione che “i due leader hanno riconosciuto la longevità del loro legame personale e politico e hanno detto che lavoreranno insieme per continuare a rafforzare la forte alleanza tra Israele e gli Stati Uniti”. La descrizione della Casa Bianca, al contrario, ha menzionato la forza dell’alleanza ma non ha detto nulla sulla relazione tra Biden e Netanyahu, parte di uno sforzo della nuova amministrazione per spersonalizzare le interazioni tra i due paesi.

“Il presidente ha affermato la sua storia personale di impegno costante per la sicurezza di Israele e ha trasmesso la sua intenzione di rafforzare tutti gli aspetti della partnership USA-Israele, compresa la nostra forte cooperazione nella difesa”, si legge dalle dichiarazioni della Casa Bianca. Riguardo le relazioni con Israele, gli Stati Uniti intendono quindi ripartire dagli accordi di Abraham, gli accordi regionali che Netanyahu ha raggiunto con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, due alleati arabi chiave degli Stati Uniti, al concludersi dell’amministrazione Trump.

La conversazione tra i due leader ha avuto luogo comunque prima che il segretario di stato, Antony J. Blinken, parlasse, probabilmente questa settimana, con Gran Bretagna, Germania e Francia, le nazioni europee che hanno partecipato ai negoziati sull’Iran. Ma i funzionari dell’amministrazione non sembrano avere fretta di impegnarsi direttamente con gli iraniani.

Martedì, il governo iraniano ha dichiarato all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) che, a partire dalla prossima settimana, Teheran non sarà più vincolata dal “protocollo aggiuntivo”, un accordo con gli ispettori delle Nazioni Unite che permette il controllo degli impianti nucleari non dichiarati. Permettere queste ispezioni più profonde e a campione era un requisito chiave dell’accordo nucleare iraniano.

In un’intervista Blinken ha chiarito che anche se gli Stati Uniti potessero rientrare nell’affare, dovrebbe essere l’inizio di un accordo più vasto e duraturo, non semplicemente una replica di ciò che l’amministrazione di Obama ha raggiunto quasi sei anni fa. “Il tempo è passato”, ha detto Blinken. “E così, se vogliamo rientrare nell’accordo, se l’Iran torna a conformarsi e noi facciamo lo stesso, dobbiamo lavorare su un accordo che sia più lungo e più forte di quello originale”.[2]

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