IL LAND-GRABBING ALLA LUCE DELLE CRITICITÀ NORMATIVE AFRICANE

Il land-grabbing, letteralmente dall’inglese “accaparramento di terra”, è un fenomeno molto controverso che rileva prepotentemente nel dibattito internazionale dal primo decennio del nuovo millennio. Lo stesso ha conosciuto una rapida diffusione nei Paesi del sud del mondo fra i quali l’Africa, dove in virtù di economie fragili, sistemi politici e giurisdizionali deboli e corruzione dilagante, ha trovato terreno fertile per la sua rapida espansione, acquistando in breve tempo i tratti dell’ennesima criticità.

Il land grabbing è un fenomeno multidisciplinare. La sua analisi è infatti intimamente legata alla comprensione delle cause economiche, sociali e politiche che vi sono alla base. Si fa riferimento a tale termine ogniqualvolta un’impresa transnazionale, sia essa privata o statale, affitta o acquista grandi estensioni agrarie in un territorio straniero per finalità produttive, energetiche o estrattive. 

Nonostante il fenomeno esista da sempre, si delinea nel suo attuale assetto a partire dal 2008. In quest’anno infatti il fortissimo e rapido incremento dei prezzi dei cereali, con le sue ovvie ripercussioni dirette sulle commodities alimentari e indirette sui prodotti derivati, stimolò l’acquisto da parte delle economie più strutturate di enormi appezzamenti di terra all’estero, localizzati soprattutto in zone economicamente svantaggiate e con un sistema normativo facilmente aggirabile. Alla base di questo tipo di investimenti vi era la necessità di garantire l’approvvigionamento di cibo, nonché quella di tutelare gli interessi nazionali soprattutto con riguardo alla sovranità alimentare. 

Sebbene il termine land grabbing abbia nel tempo acquisito una valenza prevalentemente negativa, esso non è da considerarsi assolutamente sfavorevole. In molti casi infatti l’acquisto o l’affitto di grandi appezzamenti di terra in Paesi in via di sviluppo potrebbe essere un utile canale per veicolare ingenti flussi economici verso economie deboli, che, se opportunamente utilizzati, sarebbero d’impulso per la crescita dell’economia locale. Tuttavia questa concezione attiene a una visione, quella dello sviluppo esogeno, che gli addetti ai lavori considerano ormai in via di superamento. Secondo tale teoria infatti, la crescita indotta dal semplice investimento estero e che non considera tutte quelle variabili sociali e storiche che intervengono e dovrebbero essere tenute in debita considerazione, non permetterebbe un processo di crescita sano e duraturo.

In virtù di tale approccio tuttavia sono state promosse un gran numero di policy di dubbia utilità per le popolazioni locali ma di chiaro interesse per gli investitori stranieri. Agendo infatti in territori caratterizzati da economie fragili, modelli normativi lacunosi e sistemi politici dove spesso i rapporti centro-periferia sono organizzati secondo una rigida struttura gerarchica e verticistica, i rischi per gli abitanti sono numerosi e necessitano di un’approfondita analisi per il loro superamento.

Un’interessante analisi di iusinitinere.it condotta sul piano del diritto, ha messo in relazione l’impatto nefasto del land grabbing in Africa, legato soprattutto allo spossessamento delle risorse naturali da parte delle popolazioni locali, ad alcune criticità degli ordinamenti africani, nello specifico:

  • Scarsa considerazione del fattore terra
  • Sistemi di registrazione fondiaria assenti
  • Leggi agrarie controproducenti
  • Sistemi giudiziari lenti e inadeguati

Seguendo l’analisi sopraccitata, appare oltremodo utile comprendere i tratti salienti di alcuni ordinamenti continentali in cui tali cause trovano origine. Ritengo oltretutto basilare per la comprensione del problema considerare parallelamente, almeno per sommi capi, la concezione africana della proprietà privata soprattutto per quanto attiene il diritto fondiario

Quest’ultimo è la risultante di una serie di processi di lungo periodo che nel tempo si sono plasmati dando origine a sistemi in cui ancora oggi sono ravvisabili chiare matrici storiche e culturali che ne aumentano la complessità. Siffatta caratteristica, spesso in virtù di una chiave interpretativa inadatta alla sua analisi, è spesso stata interpretata in maniera errata dal mondo occidentale, che in modo piuttosto semplicistico l’ha considerata come “proprietà collettiva”.

In verità il discorso è molto più complesso. La proprietà fondiaria in Africa è allo stesso tempo collettiva, di gruppo e individuale. Ciò significa che è possibile che un fondo di proprietà della comunità o degli organi di governo sia interessato dai diritti di sfruttamento di più individui che lo utilizzano in maniera diversa.

Siffatta situazione, per essere gestita nel migliore dei modi, necessiterebbe di una costruzione normativa ben strutturata ed esaustiva che dovrebbe necessariamente accompagnarsi a sistemi politici e giurisdizionali trasparenti ed efficienti, cosa che spesso non si verifica. Esistono esempi chiarificatori di questo stato di cose, come riportato da Umberto De Magistris in una sua recente analisi per l’Associazione di promozione sociale Voci Globali. 

Il primo esempio è quello dell’Eritrea. Qui la proprietà delle terre a seguito di una vasta opera di nazionalizzazione è passata interamente nelle mani dello Stato. L’utilizzo dei terreni è possibile solo tramite diritti di usufrutto concessi dal governo centrale. Le terre non vengono mai vendute, ma si predilige la concessione pluriennale, che, come si evince dal testo, potrebbe prestare il fianco al fenomeno del land grabbing a causa dello squilibrio economico fra gli abitanti locali rispetto alle potenze straniere.

Il sistema attualmente vigente in Eritrea, è il frutto dell’evoluzione storica e politica del Paese. Dai sistemi tradizionali in cui la titolarità del fondo apparteneva alla comunità e il diritto d’uso era individuale si è passati al modello coloniale italiano, progettato per permettere ai coloni l’appropriazione delle terre. Successivamente l’indipendenza ha incentivato la nazionalizzazione dei fondi, andando a configurare l’attuale assetto normativo.

Un altro interessante esempio è quello del Ghana, dove l’eccessiva proliferazione normativa in tema di proprietà fondiaria ha fatto sì che venisse a crearsi un sistema di leggi imponente ma allo stesso tempo poco chiaro e confusionario che genera incertezza e quindi potenzialmente favorisce la speculazione.

Le carenze degli ordinamenti nazionali costituiscono la via d’accesso principale al land grabbing. Spesso tali lacune non sono neanche superabili con le norme internazionali, non di rado caratterizzate da bassa vincolatività o volutamente vaghe e interpretabili a seconda delle esigenze contingenti. Nonostante infatti scongiurare il fenomeno del land grabbing sia un’esigenza molto sentita delle popolazioni locali, non sempre lo è anche per i vertici governativi. 

Nel tempo infatti molti sistemi politici africani si sono consolidati in strutture oligarchiche, con il potere concentrato nelle mani di poche persone che non sempre lo sfruttano per fini propriamente pubblici. La corruzione degli organi di vertice infatti è una delle piaghe più difficili da estirpare e su cui fondamentalmente si regge questa instabilità.

Proprio per questo motivo, al fine di pervenire a un sistema che garantisca alle popolazioni locali la tutela dei propri interessi e le garanzie di accesso alle risorse proprie, è necessario instaurare un sistema di vincoli e incentivi finalizzato a stabilizzare il sistema trovando un equilibrio fra le istanze delle popolazioni locali e quelle degli investitori stranieri. Per giungere a questo obiettivo si dovrebbe intervenire in maniera integrata secondo un approccio multilivello, agendo cioè sia a livello locale che sovranazionale. Come suggerito da alcuni analisti, a livello europeo si potrebbe ad esempio disciplinare le operazioni di land grabbing sulla base di direttive e regolamenti particolarmente stringenti, che di fatto andrebbero a circoscrivere il perimetro di discrezionalità degli attori suindicati. 

Sul piano della legislazione nazionale invece la sfida è più difficile. Nel lungo periodo infatti, i vertici politici di questi Paesi si troveranno a gestire un rapporto fra la dimensione locale e quella internazionale sempre più critico e instabile in cui sempre meno spazio verrà lasciato alla mediazione. Per sostenere la transizione verso una normazione più efficace e attenta alle istanze locali sarebbe opportuno promuovere l’intervento di attori internazionali che, lontano da logiche meramente affaristiche, sappiano farsi portatori di una nuova consapevolezza delle necessità del popolo e sappia promuovere quell’evoluzione normativa fondamentale per arginare i fenomeni speculativi, realizzabile tuttavia solo dall’interno.

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