IL FARDELLO DEGLI ACCORDI DI ABRAMO SULLA POLITICA MEDIORIENTALE DI BIDEN

A poche settimane dalla scadenza del mandato, l’amministrazione Trump metteva a segno un importante successo diplomatico, con l’intento i di imprimere le proprie orme sulle complesse relazioni tra Israele e gli Stati arabi. Grazie alla mediazione statunitense, infatti, Israele normalizzava le proprie relazioni diplomatiche con Emirati Arabi Uniti, Marocco e Bahrein.

In particolare, i cosiddetti “Accordi di Abramo” hanno aperto spazi di cooperazione culturale, sociale ed economica, ma soprattutto hanno facilitato gli scambi commerciali tra Israele e i suddetti Paesi arabi. Tali accordi, aspramente criticati dall’Iran e dal mondo palestinese, sono stati frutto di una presa di consapevolezza e di una precisa volontà politica: gli Stati Uniti di Trump hanno realizzato che non potevano più pienamente controllare le dinamiche nella regione, ma piuttosto potevano provare ad orientarle rafforzando i legami con gli alleati tradizionali. Da questo punto di vista, l’amministrazione Biden non potrà ignorare tale eredità, né ripudiarla; anzi: dovrà calibrare in base ad essa il suo approccio.

Se da una parte possiamo pacificamente asserire che gli Accordi di Abramo circoscrivono, delimitano e restringono la libertà di manovra della nuova amministrazione in Medio Oriente e nel Golfo; dall’altra essi mettono in imbarazzo lo stesso Biden- che, ricordiamo, ha pubblicamente elogiato gli accordi– davanti l’Irane l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Effettivamente, in campagna elettorale Biden e il suo teamavevano posto enfasi sulla necessità di rientrare nell’accordo sul nucleare iraniano (oppure negoziarne un altro) e sulla “soluzione dei due Stati” in riferimento alla questione israelo-palestinese. Tuttavia, tra propositi e realpolitik la distanza è ampia. A dimostrazione di ciò, il Neosegretario di Stato Blinken ha ribadito il supporto incondizionato per l’alleato israeliano e, a sorpresa, ha confermato la permanenza dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Inoltre, il Presidente dell’ANP, Abu Mazen, ha rigettato sia gli Accordi di Abramo sia il piano di pace Trump-Kushner per il Medio Oriente, allontanandosi ancor di più dai piani di Washington nella regione. 

Se gli Accordi di Abramo non rappresentano esattamente un vicolo cieco rispetto ai programmi di politica estera dell’amministrazione Biden, essi produrranno significative dinamiche geopolitiche. Le più evidenti per Washington, come ha osservato proprio Blinken, sono due: l’afflusso di quantità più ingenti di armi nel Golfo (in considerazione degli accordi tra Israele e Emirati Arabi Uniti) e il riconoscimento da parte degli Stati Uniti della sovranità marocchina sulla regione contesa del Sahara Occidentale (moneta di scambio per incentivare la normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele). Oltretutto, Mr. Biden dovrà affrontare le critiche interne provenienti da alcuni esponenti Democratici del Congresso, i quali a seguito degli Accordi di Abramo temono il rafforzamento militare e in termini di legittimità dei Monarchi del Golfo Persico. Ciononostante, la traiettoria della politica statunitense nei teatri esaminati sembra segnata. A meno di inaspettate giravolte.

Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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