LE CONSEGUENZE SOCIALI DELL’EBOLA IN GUINEA E IN TANZANIA

I focolai di ebola si ripresentano in Africa da decenni con conseguenze politiche e sociali non solo negli Stati interessati, ma anche in quelli limitrofi.

Dove si presentano i focolai? Esiste un vaccino?

I focolai di ebola si ripresentano ciclicamente nel continente, sembrano non diffondersi a macchia di leopardo su tutto il territorio, ma hanno conseguenze su molti più Stati di quelli colpiti direttamente. È risaputa la presenza del virus nell’Africa Occidentale, si parla di Liberia, Sierra Leone e Guinea, ma anche in RDC e Uganda.

Il vaccino contro l’Ebola esiste, ma la sua efficacia è ancora sotto osservazione. Il primo vaccino risale al 2003 ed è stato utilizzato per placare un focolaio in Congo nel 2018 e prima ancora in Uganda nel 2015. Nel novembre del 2019 l’OMS ha “prequalificato” il vaccino Merck, poiché rispetta gli standard di efficacia, sicurezza e qualità. Resta però da capire se sia possibile vaccinare con anticipo operatori sanitari che potrebbero entrare in contatto con la malattia in un futuro più o meno prossimo, poiché non è chiara la durata dell’effetto del vaccino. Inoltre, nel momento in cui si dimostrasse l’efficacia del vaccino negli anni, potrebbe essere utilizzato al fine di prevenire i focolai e non solo al fine di bloccare focolai già sorti. Questo implicherebbe vaccinare a tappeto la popolazione delle zone interessate, ma vi sarebbero importanti limiti.

In primo luogo, non tutta la popolazione è regolarmente registrata all’anagrafe, secondariamente, sebbene non si possa generalizzare, spesso i sistemi di welfare sono ridotti allo stremo soprattutto in Stati ripetutamente colpiti dall’epidemia. L’OMS e i donatori internazionali sembrano essere particolarmente vicini, nella gestione dell’epidemia, ai Governi interessati inviando personale qualificato sul posto e dosi di vaccini, ma allo stesso tempo non possono interferire negli ambiti di gestione del Governo, come il welfare, l’educazione, la sanità e le politiche economiche. La società risente dell’epidemia: aumentano i livelli di povertà, la quarantena impedisce la continuità delle attività scolastiche e l’economia sommersa dilaga. In questo contesto non sono da sottovalutare anche gli effetti che l’epidemia ha sulla popolazione femminile. 

Le violenze sessuali legate alle situazioni di conflitto

Nel 2016 è stato condotto uno studio riguardante la correlazione tra le epidemie di ebola in Guinea, Liberia e Sierra Leone e l’aumento esponenziale di adolescenti incinta nel periodo immediatamente successivo all’apice della situazione di emergenza. È stato dimostrato che la diffusione di un’epidemia assomiglia ad una situazione di conflitto perché lascia spazio a vuoti di potere, oltre che ad instabilità psicologica per i singoli individui. Un’epidemia infettiva porta all’imposizione di una più o meno totale quarantena che si traduce nell’impossibilità per gli studenti di frequentare le lezioni e per la popolazione maschile di dedicarsi ai passatempi in luoghi pubblici, come stadi o bar, costringendoli a frequentare l’ambiente casalingo più del solito. 

In società in cui è ancora più difficile educare alla parità di genere e in cui un forte patriarcato impone alla donna di badare alla casa e alla famiglia, la popolazione femminile si trova in una situazione di pericolo soprattutto all’interno delle mura domestiche. La situazione economica dovuta alla pandemia porta numerose ragazze, spesso rimaste orfane proprio per l’ebola o in situazioni famigliari di estrema povertà, a prostituirsi per ottenere cibo o alloggio. Anche in questo secondo caso però, nonostante possa sembrare che la donna abbia il controllo del proprio corpo e lo usi come merce di scambio, violenze e stupri non sono rari. È chiaro che governi autoritari in società patriarcali e gerarchiche, che già non veicolano le proprie risorse verso un miglioramento della struttura socioeconomica dei propri Paesi, non prendano nemmeno in considerazione la protezione del genere femminile. Anzi, in Stati come la Tanzania, la Sierra Leone e la Liberia, le ragazze incinte non possono frequentare le scuole perché darebbero un esempio sbagliato alle coetanee. 

Confronto tra Guinea e Tanzania

Il confronto tra questi due Paesi deriva dal fatto che in entrambi si sono svolte le elezioni presidenziali alla fine del 2020 e in entrambi gli Stati è stato rieletto un presidente che sembra porre fine ai progressi democratici precedentemente raggiunti. È sempre comunque difficile parlare di progressi democratici in relazione ai Paesi africani, sia perché è arduo tenere in considerazione tutte le variabili che facilitano od ostacolano il processo, sia perché si tende ad analizzare i progressi democratici utilizzando una scala di valori che rispecchia le democrazie occidentali. In ogni caso, è vero che in entrambi i Paesi erano stati perlomeno raggiunti elementi essenziali per definire un governo democratico, come le libere elezioni. 

In Guinea, Alpha Condé, ha vinto le elezioni con il 59,5% dei voti, elezioni seguite da proteste violente con almeno 21 morti e un ricorso dell’opposizione. Il presidente in carica ha modificato la costituzione per potere essere rieletto per un terzo mandato. In Tanzania, John Magufuli è stato rieletto per il suo secondo mandato, con pochissimi voti di differenza dall’avversario e a seguito di una propaganda scorretta in cui è stato impedito all’opposizione di utilizzare i canali ufficiali di informazione e sono stati banditi quelli non ufficiali.

La differenza tra i due Stati è però la gestione delle emergenze sanitarie. La Guinea ha dichiarato il 14 febbraio di aver quattro casi di morte per ebola. È proprio dalla Guinea che tra il 2013 e il 2016 si diffuse la malattia in Liberia e in Sierra Leone, con casi anche in Europa, per poi spostarsi in Africa centrale (soprattutto in Congo dove è tutt’ora presente).  La Tanzania nel settembre del 2019 ha dichiarato alcune morti sospette, sostenendo anche trattarsi di Ebola poiché il primo caso era una dottoressa di ritorno dall’Uganda che aveva assistito i malati di ebola. A seguito di richieste di conferma dall’OMS il Governo ha però smentito tutto. Nel febbraio di quest’anno la Tanzania ha dichiarato che almeno 15 persone sono morte per una malattia misteriosa, che presenta gli stessi sintomi dell’ebola, nel sud del Paese. 

Se da un lato la Guinea ha apertamente dichiarato la presenza dell’epidemia, assicurandosi il sostegno dell’OMS, in Tanzania Magufuli ha negato l’esistenza dell’Ebola (facilmente diffondibile vista la vicinanza con ben due Paesi colpiti) e ha affermato di aver debellato il Covid19 grazie alle preghiere e alle erbe mediche, nonostante l’opposizione affermi il contrario.

Questa differenza è dovuta principalmente a questioni economiche. L’affinità ideologica tra i due Presidenti, che non credono realmente nei valori democratici che sostengono di perseguire, non basta per determinare un comportamento simile di fronte a situazioni simili. Sicuramente non sappiamo come Magufuli agirebbe se effettivamente l’Ebola si diffondesse nel Paese, ma vista la risposta al Covid19 possiamo immaginarlo.  L’economia della Guinea, in leggera ripresa dal 2017, si basa sull’esportazione di materie prime. Nonostante le numerose ricchezze naturali, mantiene condizioni economiche precarie, fortemente legate all’esportazione e all’agricoltura e, secondariamente, all’industria. I rapporti commerciali sono con l’Occidente, motivo per cui è necessario adattarsi agli standard democratici richiesti, ma è necessaria anche una certa trasparenza sulle condizioni sanitarie.

In questo modo vengono preservati i rapporti economici e si ottengono aiuti concreti in termini di vaccini e personale sanitario inviato. Come si evince dagli studi sulle violenze verso il genere femminile, non vengono apportati cambiamenti che riguardino l’implementazione di politiche volte a sostenere e proteggere le categorie a rischio. Inoltre, è evidente date le modifiche apportate alla costituzione, che non c’è interesse nello svecchiare un sistema politico e burocratico non realmente democratico al fine di migliorare le condizioni socioeconomiche della popolazione.

In Tanzania invece, oltre al settore estrattivo da cui il Presidente cerca di trarre maggiori vantaggi grazie al neoestrattivismo, il turismo ha un ruolo cruciale per l’economia del Paese. È chiaro che dichiarare la presenza di Covid19 o di ebola metterebbe subito in luce le lacune di un sistema sanitario assolutamente non in grado di gestire l’emergenza. Sebbene si otterrebbero aiuti esterni coordinati dall’OMS, l’altra faccia della medaglia sarebbe un’obbligatoria sospensione del turismo e un’ingente perdita economica. A differenza della Guinea però, la Tanzania può contare su partner commerciali alternativi all’Occidente e ciò riduce la dipendenza che il Paese ha dalla necessità di, in qualche modo, compiacere l’Occidente agendo secondo comportamenti eticamente da esso approvati.

Tralasciando l’aspetto etico di informare l’OMS della presenza o del rischio di una pandemia sul territorio, l’agire della Tanzania sembra avere l’effetto sperato: il turismo prosegue non inficiando negativamente l’economia. Allo stesso tempo la popolazione viene messa in pericolo tendendola all’oscuro e obbligandola a non utilizzare misure preventive. 

Anche in Guinea la strategia messa in atto sembra funzionare, Condé ottiene gli aiuti dall’OMS, si mostra attivo di fronte alla popolazione e a livello internazionale viene apprezzato per la trasparenza. In entrambi i casi però, i due Governi adottano misure volte a garantire i propri interessi nel breve periodo a seguito di calcoli di costi-benefici. Chi ci rimette, ancora una volta, sono le fasce più povere o più a rischio della popolazione.

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