LA POLITICA ESTERA DELL’UE È MORTA: VIVA LA POLITICA ESTERA DELL’UE

L’Unione Europea mente. Spande bugiarderie su Navalny, sulle proteste di piazza e sulla Presidenza Putin. È in queste poche frasi che si potrebbe riassumere la conferenza stampa congiunta di Joseph Borrell, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE, e Sergey Lavrov, Ministro russo degli Esteri. Mentre Lavrov descriveva la natura politica di Brussels, Borrell taceva. La politica estera dell’UE è morta: viva la politica estera dell’UE.

L’insostenibile leggerezza del suicidio politico dell’UE

Per parafrasare Nietzsche, il peggior nemico dell’Unione Europea è l’Unione Europea stessa. La tendenza al suicidio politico di Bruxelles si manifesta soprattutto quando cerca di comportarsi come un’unica grande potenza anziché un mosaico di medie potenze. La conferenza stampa del 5 febbraio 2021 ne è una lugubre manifestazione: Joseph Borrell, capo della diplomazia europea, tace mentre il russo Lavrov denuncia le bugie e l’inaffidabilità dell’UE. L’imbarazzo europeo si fa ancora più cocente dopo la fine della conferenza stampa, quando Borrell viene a sapere da Twitter che Mosca ha espulso diplomatici tedeschi, polacchi e svedesi con l’accusa di aver partecipato alle manifestazioni anti-Putin di inizio febbraio. Quasi a voler infierire, il 12 febbraio Lavrov ha dichiarato che la Russia avrebbe interrotto qualsiasi rapporto con Bruxelles in caso quest’ultima, in uno scatto d’orgoglio, avesse deciso di inasprire le sanzioni già esistenti.

Le forche caudine di Bruxelles

Il ritorno di Borrell in patria non è stato trionfale: più di 70 euro-parlamentari hanno firmato una lettera in cui ne richiedevano le dimissioni. L’autodifesa di Borrell è suonata debole quanto la sua posizione durante la conferenza stampa: era necessario verificare quanto la Russia fosse chiusa al dialogo, ed è quello che ho fatto, ha detto, in un estremo tentativo di salvare l’immagine sua e quella della politica estera europea. Qualsiasi diplomazia, tuttavia, non si può reggere solo su uno scheletro di intenti esplorativi: ha bisogno delle ossa della strategia e dei nervi di chiari intenti comuni. Si può dire che quella europea sia morta di denutrizione: gli Stati membri si guardano bene dal dare a qualsiasi eurocrate la capacità di definire le loro priorità in politica estera, salvo poi crocifiggerne il fallimento. In altre parole, le capitali europee costruiscono le forche caudine, le rendono inevitabili e si lamentano appena Borrell, o chi per lui, ci passa sotto.

Sempre caro mi fu questo gasdotto

Uno delle cause di morte della politica estera europea è la sua sterilità. Il silenzio di Borrell di fronte a Lavrov è il risultato di totale mancanza di accordo comune tra i 27 a proposito dell’approccio strategico da adottare con Mosca. Come nota il britannico Guardian, Francia e Germania hanno due visioni tanto ambigue da impedire di capirne compatibilità e applicabilità: Parigi è a favore di un reset strategico che permetta di iniziare un dialogo, mentre la Germania esita a esprimere una qualsiasi opinione che possa mettere a rischio il gasdotto sottomarino Nord Stream II. Se realizzato, questo progetto raddoppierebbe la quantità di gas russo esportato in Europa, una prospettiva che gli osservatori hanno collegato a un eguale aumento di dipendenza energetica dell’UE rispetto a Mosca. Allo stesso tempo, un eventuale successo del gasdotto sotto il Baltico priverebbe i Paesi baltici ed est-europei di una fetta sostanziosa di profitti: paesi come Polonia e Ucraina tassano il trasporto di gas russo che passa attraverso i loro confini. A guardare il rispetto dello Stato di diritto in Europa Orientale, e in generale la locale franata della democrazia liberale, l’UE potrebbe non essere così motivata a difendere gli interessi del Gruppo di Visegrad. Tuttavia, fino a prova contraria, questi ultimi appartengono ancora all’Unione: la loro voce non può essere ignorata.

Un gigante dai piedi di argilla

Di fronte a gravi contraddizioni interne, l’UE sembra essere destinata a spegnersi in silenzio, almeno per quanto riguarda la possibilità di parlare con una sola voce in politica estera. Tuttavia, il fallimento dell’UE viene dichiarato fin dalla sua fondazione, e ad ogni caduta è corrisposto un rinnovamento. Che fosse per intenzione o per compromesso, Bruxelles è sempre emersa come un punto di riferimento: debole e circostanziale, ma pur sempre un punto di riferimento. Nonostante le parole dure di Lavrov sull’interruzione dei rapporti con l’UE, è difficile immaginare su quali altri partner Mosca potrebbe puntare. Vaccino Sputnik o no, la pandemia morde, e così fa lo scontento popolare. Un’economia basato sull’esportazione di materie prime non gode di buona salute in un mondo dove l’attività economica rallenta: una serrata unilaterale con Bruxelles arresterebbe molti dei flussi che tengono in vita l’economia russa.

Alzati e cammina, Bruxelles

La dipendenza energetica di Bruxelles e delle sue capitali sorellastre è indubbia. Tuttavia, se sono le azioni volontarie dell’UE a spingerla giù dal precipizio della credibilità politica, sono le sue caratteristiche strutturali a salvarla. Uno scontro economico tra Mosca e Bruxelles lascerebbe sul terreno vittime su entrambi i fronti, ma è l’UE quella ad avere le spalle più coperte. Primo, ha una capacità di spesa che le potrebbe permettere di rivolgersi all’export energetico americano, più costoso ma più tranquillo dal punto di vista politico. Secondo, la Russia ha alleati più precari di Bruxelles: la distribuzione del vaccino Sputnik aumenta la sua influenza, ma le sue nostalgie imperialiste la alienano a molti dei suoi ex satelliti. Su questi basi, è possibile invocare le parole che hanno già fatto risorgere un corpo dalla tomba: Alzati e Cammina, Bruxelles.

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