IL FANTASMA DI TRUMP COMPLICA I PIANI DEGLI APPARATI PER CANCELLARNE LA MEMORIA

La seconda assoluzione di Donald Trump, unico presidente ad essere messo sotto accusa per 2 volte, conferma la sua presa sul Grand Old Party. Contraddice l’illusoria idea dell’“incidente della storia”, per cui eliminato Trump sarebbe svanito anche il trumpismo, le cui cause sono ben più profonde della sua figura. Brutale conseguenza e non causa della rabbia di una parte della white middle class dell’America rurale e post-industriale, medio-occidentale e sudista, suo bacino elettorale, economicamente impoverita dall’impero, culturalmente emarginata dalle élite costiere. 

1. Sul piano politico, l’esito scontato della votazione del Congresso (57 voti su 67 necessari alla condanna, 50 democratici più 7 repubblicani; 43 voti per l’assoluzione) sulle accuse di “incitamento all’insurrezione” finalizzata ad impedire il pacifico trasferimento di poteri, in un procedimento “nato morto”, voluto dai democratici per difendere la propria posizione agli occhi dell’opinione pubblica (obiettivo raggiunto) ed impedire una ricandidatura del magnate newyorkese (obiettivo momentaneamente fallito), rafforza il giudizio secondo cui oggi Trump è il partito repubblicano.

Segnali in tal senso erano pervenuti ben prima della procedura d’impeachment. Poche ore dopo il violento attacco al Campidoglio, la maggioranza dei repubblicani alla Camera (139 su 221) e 8 senatori del Gop proseguivano nelle contestazioni sulla certificazione dei voti dell’Arizona e della Pennsylvania. Mentre Trump concludeva il mandato con un tasso di approvazione, da parte dei repubblicani, dell’87%, soli 2 punti in meno rispetto alle elezioni di novembre (89%). Ben due terzi (66%) di essi affermava di non aver cambiato opinione su Trump dopo i fatti del 6 gennaio. E il 60% ritiene che il partito debba seguire la linea politica del presidente, contro il 33% che chiede di cambiare direzione, mentre 9 repubblicani su 10 che lo votarono lo scorso novembre rivoterebbero per Trump. 

Questi numeri ci lasciano l’immagine di un partito spaccato, in crisi d’identità, abbandonato da dozzine di ex funzionari vicini a George W. Bush che oramai lo considerano come dominato dagli esponenti fedeli all’ex presidente. Intrappolato nel classico “dilemma del prigioniero”. Per cui, con Trump non si vince, senza Trump neppure.

Da una parte vi è l’establishment guidato dal leader della minoranza al Senato Mitch McConnell che si è trincerato dietro la controversa incostituzionalità di un impeachment conto l’oramai “privato cittadino” Trump, limitatosi a condannarlo duramente come responsabile morale del drammatico assalto a Capitol Hillpropugnatore di falsità e teorie del complotto contro il “Deep State”. Appaltandone ai tribunali il compito di sabotarne le residue speranze politiche. Questo establishment desidererebbe ricominciare da capo, ritornando alla tradizionale piattaforma di “conservatorismo moderato”. Dandosi una nuova leadership. Cancellando la memoria del tycoon, divenuto “radioattivo”. Con i grandi donors che hanno sospeso o minacciano di tagliare i finanziamenti elettorali ai congressmenrepubblicani fedeli a Trump. 

Un centinaio di ex funzionari delle ultime quattro amministrazioni repubblicane, in questi giorni, ha discusso l’idea di fondare un terzo partito oppure una fazione interna al Gop che possa sfidare i candidati trumpiani e la loro linea estremista e nativista. Operazione improba. Il Gop perderebbe l’ampia e fidelizzata base trumpiana, spaccherebbe vieppiù il fronte conservatore avvantaggiando i candidati dem. Quanto basterebbe a sancirne la sconfitta, specie negli swing States, nel decisivo Midwest.

L’altra strada per l’establishment sarebbe quella di accettare un patto faustiano con la fazione guidata dal tycoon o da uno dei suoi epigoni, come i senatori Josh Hawley del Missouri e Ted Cruz del Texas che aspirano a conquistarne l’elettorato. Perdendo così la chance di ampliare la propria costituency elettorale oltre l’America bianca e germanica, di conquistare una più ampia fetta di minoranze, specie ispaniche ed asiatiche, in crescita demografica. Senza il cui sostegno, in futuro, sarà molto difficile per i repubblicani tornare alla Casa Bianca, salvo (improbabili ma non impossibili) modifiche elettorali volte a favorire il ceppo dominante della nazione. 

Il movimento “patriottico” trumpiano potrebbe essere guidato dallo stesso Trump, dentro il Gop o in un terzo partito indipendentista, in vista delle presidenziali del 2024 o di un seggio al Senato per il 2022. Più probabilmente Trump potrebbe decidere di agire da kingmaker, concedendo la propria dote elettorale ai suoi seguaci nelle primarie. Per tenere sotto scacco il partito dall’esterno. Numerosi sono i senatori che hanno bisogno dei voti dei sostenitori trumpiani per conservare i loro seggi nella tornata elettorale del 2022. E molti vedono la vicinanza all’ex presidente come vettore per il loro successo politico e la rottura con questi come un disastro per il partito. 

Trump, del resto, è costretto a rimanere in politica o semplicemente a minacciare di farlo, ripresentandosi vittima di una “caccia alle streghe” ordita dall’establishment washingtoniano. Quanto promesso alla sua base di “speciali patrioti trattati male ed ingiustamente”, sin dal 7 gennaio. “Anche se questo rappresenta la fine del più grande primo mandato nella storia presidenziale, è solo l’inizio della nostra lotta per Rendere l’America di nuovo grande!”, dichiarava l’allora presidente, annunciando di fatto il proprio impegno politico. Per salvarsi dallo stato di “paria” e rimanere al centro della vita mediatica e politica. Per tutelare (nella sua percezione) la propria incolumità, fisica, finanziaria o giudiziaria, versante sul quale gli apparati sposteranno la loro controffensiva. Che, nel frattempo, ha già colpito e continuerà a colpire nei prossimi mesi ed anni la galassia dell’alt-right, con arresti e chiusure dei loro account sui social media

Oltre alle cause civili e penali per frodi bancarie e fiscali presso le procure di New York e Manhattan e alle possibili accuse federali per il suo ruolo nella rivolta al Campidoglio, per la quale potrebbe essere istituita al Congresso una commissione d’indagine in stile 9/11, pochi giorni fa la procura della contea di Fulton (Georgia) ha aperto un’inchiesta criminale sui tentativi di Trump di rovesciare gli esiti elettorali del Peach State facendo pressioni sul Segretario di Stato Brad Raffensperger, affinché trovasse gli 11.780 voti necessari alla vittoria. Ma è la possibile riapertura dell’indagine Crossfire Hurricane dell’Fbi sulle collusioni del team Trump con le interferenze russe nella campagna elettorale del 2016 a preoccupare The Donald. Gli apparati federali potrebbero giocare la classica carta russa anche per provare a ricompattare la nazione, offrendo all’opinione pubblica un nemico esterno facilmente intellegibile.

Né, per Trump, sono sufficienti le rassicurazioni provenienti da Biden, che ha dichiarato che non userà “politicamente” il Dipartimento di Giustizia per perseguire azioni giudiziarie nei confronti del presidente uscente. Peraltro, in un’intervista a Cbs News, il neopresidente ha sostenuto che Trump non dovrebbe ricevere i briefing di intelligence tradizionalmente inviati agli ex Commander-in-Chief, temendo che The Donald, definito come “minaccia esistenziale” per il paese, possa usare informazioni riservate per fini privati.

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Fonte: acleddata.com

2. Sul piano geopolitico, dopo il bluff sull’azionamento della Sezione 4 del 25° Emendamento alla costituzione per rimuovere prematuramente Trump dallo Studio Ovale, il secondo impeachment era stato escogitato, strategicamente, per fissare un precedente per il futuro e, tatticamente, per privare Trump dell’immunità, al fine di indebolirne la leva negoziale, e per impedirgli di ricoprire cariche federali. Nel terrore di poterselo ritrovare di nuovo al Rose Garden. Scenario contro il quale, su imbeccata delle burocrazie strategiche e con una chiara mossa politica, deleteria sul piano economico[1] (viste le decine di milioni di followers[2] vantati dal tycoon e il suo compulsivo uso dei social), FacebookTwitter e YouTube hanno bloccato gli account di Trump. 

Privandolo “a vita” della sua clava mediatica preferita e più efficace, del megafono con il quale avrebbe potuto continuare ad infiammare i propositi violenti e le paranoie cospirazioniste di suprematisti bianchi, anarchici, gruppi neonazisti e milizie antigovernative. Come The Oath Keepers e Three Percenters, ben armate e particolarmente pericolose, partecipate anche da veterani militari e da membri delle forze dell’ordine. Pronte a rivoltarsi conto il Big Government che ne sopprimerebbe le libertà individuali, privandoli del diritto a possedere armi. Intento, in asse con minoranze e immigrati, a sovvertire la gerarchia di potere economico-sociale e culturale dominata dai bianchi, promuovendo il multiculturalismo. Usate da Trump in modo spregiudicato come una sorta di “esercito” privato per intimidire gli elettori democratici, minacciare la Beltway – l’establishment politico-mediatico-securitario – e tutelarsi da questa.

La profonda polarizzazione socio-identitaria, la tensione razziale, l’opposizione all’immigrazione, la morsa di recessione economica e persistente epidemia, unita all’opposizione ai provvedimenti restrittivi per contenere il virus, il tutto aggravato dalla circolazione crescente di armi (il 2020 ha visto un record di acquisti), riconducibile al c.d. “dilemma della sicurezza”, per cui il timore dell’altrui armamento induce, in un circolo vizioso, ad armare sé stessi per difendersi autonomamente, in un paese votato alla violenza e dove il monopolio di essa non appartiene solo allo Stato. 

Tale mix ha portato alla ribalta le milizie armate. Fenomeno profondamente americano perché intimamente connesso allo “spirito di frontiera”, ma che nell’attuale fase storica degli Usa potrebbe alimentare nuovamente fenomeni di terrorismo domestico di matrice razziale ed etnica da parte di gruppi o individui suprematisti bianchi, segnalati come “la minaccia più persistente e letale in patria”, anche per i prossimi anni, da un rapporto dell’ottobre 2020 del Dipartimento per la Sicurezza Interna. 

Rischiando di avverare le previsioni di chi, come George Friedman, preconizza una stagione decennale di sommovimenti e tensioni civili, frutto dell’incrocio di più crisi che includono la fine del ciclo socio-politico inaugurato a partire dagli anni ’60 e del modello economico nato negli anni ’70, basato sul boom del microprocessore, che potrebbero indurre la superpotenza a rivedere il suo rapporto e la sua impronta con e sul mondo. 


[1] Twitter ha perso il 10% del valore di Borsa dopo il blocco dell’account di Trump

[2] Solo su Twitter, Trump vanta(va) oltre 90 milioni di followers, pari ad un quarto di tutti gli utenti della piattaforma di Jack Dorsey

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