IMPERIALISMO (STATUNITENSE): STILL A THING?

Nicaragua v. U.S.A. è uno dei casi cardine del diritto internazionale e ci offre lo spunto per parlare di imperialismo, portato avanti, in particolare dagli Stati Uniti, in quella che è diventata la sua accezione più moderna.

Le ambizioni imperiali, un tempo, passavano attraverso la colonizzazione, ma l’imperialismo, ha assunto una nuova forma venendo a costituire una caratteristica particolare del capitalismo, di cui oggi è parte integrante. 

L’imperialismo può essere definito come il dominio di uno Stato su un altro territorio e sulla sua popolazione, esercitato attraverso la forza militare o il predominio politico ed economico. Non mancano, in effetti, esempi recenti di imperialismo su scala mondiale. I settori più reazionari e aggressivi dell’imperialismo utilizzano il fascismo e la guerra come un via d’uscita dalla crisi, con gli USA in testa che cercano con tutti i mezzi di continuare ad assicurarsi un’egemonia ormai un po’ anacronistica[1]

La capacità degli Stati Uniti, quindi, di intervenire negli affari interni delle nazioni, siano esse autocrazie, monarchie o repubbliche che non minacciano né attaccano direttamente la sovranità statunitense, fa riflettere su come e quando una tale prerogativa sia stata loro “concessa”.

Per comprendere le ragioni che hanno portato all’imperialismo statunitense è necessario tornare un po’ indietro, al tempo della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti hanno cominciato a proclamarsi giudici morali delle “credenziali democratiche” delle altre nazioni, arrogandosi di conseguenza il diritto di agire contro quelle che non si conformavano sufficientemente allo standard democratico stabilito.

Sono noti alle cronache del diritto internazionale anche i metodi usati contro i paesi del Sud America, tra cui il Nicaragua, governato dal Fronte sandinista, o contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela. 

Nel recente caso della Bolivia, gli U.S.A. – direttamente e attraverso l’Organizzazione degli Stati Americani, strumento della politica imperiale di Washington – hanno promosso e appoggiato il colpo di stato contro il presidente Evo Morales. Ma già a metà degli anni 80, in piena Guerra Fredda, quando in Nicaragua saliva al potere, a seguito di regolari elezioni, il partito sandinista, di ispirazione socialista e con una dichiarata simpatia nei confronti di Cina, URSS, e Cuba l’amministrazione americana era intervenuta. Già sotto il Presidente Carter si era proceduto a finanziare i gruppi di ‘Samocistas’, sostenitori della dinastia dei Samoza spodestata, ma fu con l’arrivo di Reagan che iniziò il supporto ai gruppi anti-Sandinisti. 

Gli U.S.A., sotto l’amministrazione Reagan, non accettavano il rischio che in America centrale, a poca distanza dal confine statunitense sorgesse una nuova Cuba. Non potendosi, tuttavia, permettere un intervento militare diretto, gli Stati Uniti, iniziarono a promuovere e sostenere un gruppo di opposizione politica armato (i Contras) attraverso attività di finanziamento economico, invio di armi, addestramento, coordinamento delle attività paramilitari e con anche l’ausilio di agenti segreti della CIA.

Il governo nicaraguense, venuto al corrente di ciò, citava in giudizio gli U.S.A. con l’accusa di aver violato le norme sul divieto di intervento nei confronti di uno Stato e sul divieto dell’uso della forza. Il 9 aprile del 1984, il Nicaragua presentava quindi un ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) contro gli Stati Uniti d’America, unitamente a una richiesta di indicazione di misure provvisorie. 

Nel caso concernente le attività militari e paramilitari in e contro il Nicaragua il governo americano veniva accusato dal Nicaragua, in particolare, di aver usato contro quest’ultimo la forza armata diretta in violazione del diritto internazionale consuetudinario – così come codificato dall’articolo 2 paragrafo 4 della Carta ONU -, avendo disseminato mine nelle acque territoriali nicaraguensi e causato quindi danni alle navi mercantili del Nicaragua e di altri Stati confinanti. Queste accuse si aggiungevano a quelle di aver attaccato i porti, le installazioni petrolifere e le basi navali e soprattutto di aver fornito assistenza logistica ai ribelli anti-sandinisti. 

La Corte condannava gli Stati Uniti a cessare immediatamente la propria condotta e ad astenersi da tutti quegli atti che costituivano violazioni degli obblighi previsti dal diritto internazionale consuetudinario e dal Trattato di amicizia commercio e navigazione del 1956, vigente tra le parti. L’importo della riparazione si sarebbe dovuto determinare nei procedimenti successivi qualora le Parti non fossero state in grado di raggiungere un accordo. 

Per venire alla storia più recente, rimanendo in America Latina, il blocco contro Cuba socialista, imposto quasi sei decenni fa dagli Stati Uniti nel tentativo – poi fallito – di soffocare l’economia e porre fine alla Rivoluzione Cubana, è stato rafforzato durante la pandemia Covid-19 per impedire l’arrivo nell’isola delle medicine, del cibo e del carburante. 

Dall’altra parte del mondo, non sono mancati attacchi e provocazioni ai danni della Repubblica Popolare Cinese, eletta dagli imperialisti a principale nemico: dalla guerra commerciale alla chiusura dei consolati, alle vessazioni e sanzioni contro diplomatici, giornalisti e studenti cinesi, alle provocazioni della marina statunitense nel Mar Cinese Meridionale, all’intensificazione delle interferenze negli affari interni cinesi come in Tibet, Hong Kong, Xinjiang e Taiwan.

Spostandoci ancora su altre latitudini, gli U.S.A. stanno continuando a portare avanti guerre in Afghanistan e Iraq, dove mantengono le truppe, nonostante i ripetuti annunci del loro ritiro. 

La scelta di promuovere la guerra in Siria da quasi un decennio, attraverso il finanziamento e l’armamento di gruppi terroristici, l’occupazione di aree del territorio siriano e il saccheggio delle sue scorte di petrolio, minaccia l’integrità territoriale del paese e la sua sovranità nazionale, che finisce per ostacolare lo sviluppo pacifico del suo popolo.

Allo stesso modo, armando l’Arabia Saudita e gli alleati nella guerra nello Yemen, gli Stati Uniti contribuiscono a creare migliaia di morti e rifugiati. In Medio Oriente, sostengono Israele politicamente, economicamente e militarmente, coordinando con Tel Aviv la loro politica contro il popolo palestinese e sponsorizzano alleanze tra Israele e le monarchie arabe nella regione, che incoraggiano veri e propri tradimenti della  causa palestinese

Anche se il suo programma non è più quello marxiano, l’imperialismo contemporaneo statunitense – nella sua accezione capitalista – sembra dunque essere, ancora oggi, still a thing.


[1] Jornal Avante!, numero speciale 07/09/19, p. 20.

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