LA DIASPORA RITORNA NEI BALCANI OCCIDENTALI

Nessuno è profeta in patria. Nella scacchiera dei Balcani occidentali, anche gli emigrati prendono posto alla partita: la diaspora diventa un attore della geopolitica.

Perché si parla di diaspora

Quando si decide di usare il lessico della diaspora, ci si riferisce immediatamente all’immagine della dispersione, della disseminazione di un popolo. Risulta più complesso distinguere invece questo concetto da una più generica migrazione umana. In rapporto al territorio dei Balcani occidentali, azzardiamo l’idea della diaspora come base per un’analisi che possa percorrere passato, presente e futuro.

La regione balcanica è indubbiamente terra di emigrazione. Lo confermano i numeri. In tempi più recenti, a partire dagli anni Novanta, gli spostamenti sono stati un evidente prodotto dei conflitti emersi fra i neo-nascenti Stati indipendenti. La fine della Repubblica socialista federale jugoslava è stata dunque un forte propulsore e moto di allontanamento di un massiccio numero di individui.

Parliamo di emigranti che hanno portato alla creazione di varie comunità diasporiche: la loro disseminazione ha propriamente generato un forte senso di appartenenza etnica al di fuori dei confini. A tal proposito, Paul Garde, in qualità di esperto della scacchiera balcanica, ci ricorda che questo sentimento condiviso «è di una forza enorme, e se lo si trascura si è condannati a non capire nulla dei Balcani»[1]. Per quanto possa mutare con le generazioni, è “culturalmente” germogliata questa vicinanza emotiva verso le proprie origini – e si traduce in esempi di autorevoli ed influenti collettività.

Il potere delle comunità diasporiche, esemplificando 

La diaspora acquisisce un ruolo significativo nell’analisi dello sviluppo dell’area balcanica. Oltre ai contributi economici che gli emigrati riversano alle famiglie nei loro Paesi di provenienza, è proprio questo senso di appartenenza a generare una necessità di partecipazione alle dinamiche pubbliche e politiche “domestiche”. È un interesse che si rinnova perché non si arrestano gli spostamenti – in particolare, per ragioni economiche e sociali, alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Attività di lobby, finanziamenti diretti, filantropia, mobilitazione di network e conoscenze: l’impegno della diaspora nei Balcani occidentali è evidente e multidimensionale. Sono azioni che hanno preso corpo in associazioni e politiche dedicate. In Bosnia ed Erzegovina, per esempio, è stata redatta una guida per la protezione degli investimenti dall’estero, ma anche la Macedonia del Nord ha proposto un piano strategico di cooperazione con la diaspora per il periodo 2019-2023. In Kosovo e Serbia, invece, è stato addirittura preposto un Ministero dedicato alla gestione del sostegno ricevuto dalle comunità disperse nel mondo.

Un ulteriore caso pratico è quello albanese. Oltre ai vari provvedimenti amministrativi e legislativi, infatti, l’Albaniaha dato avvio ad un Fondo per lo sviluppo (Albanian Diaspora Development FundADDF), con l’obiettivo di incentivare e supportare l’arrivo degli investimenti da parte dei gruppi emigrati. Da questo intento nasce poi “Connect Albania”, un programma online creato per incrementare la collaborazione per lo sviluppo del Paese. Lanciato il 18 dicembre 2020, sarà sperimentato prima in collaborazione con il Ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in considerazione dell’elevato numero di albanesi (di prima e seconda generazione) presenti sul territorio, ma anche della forte partnership fra i due Stati.

È possibile “importare” l’Unione europea?

Non sono solo attori istituzionali a dedicarsi al rafforzamento della collaborazione fra le comunità diasporiche e i Paesi di provenienza. Prende posto anche l’associazionismo, attraverso una partecipazione attiva e pratiche richieste di finanziamento all’Unione europea. Vengono proposti vari progetti di cooperazione allo sviluppo, con lo scopo di mitigare o risolvere i problemi strutturali che sono presenti nell’impianto gestionale dei Paesi balcanici.

Vediamo dunque che la diaspora acquisisce un ruolo di influenza diretta. Un ascendente che può essere ben sfruttato in una logica di miglioramento dei livelli amministrativi di Stati che troppo spesso inceppano in episodi di corruzione, e dove i livelli di equità sociale non hanno ancora raggiunto i risultati sperati per il processo di integrazione all’UE. In questo senso, si pone enfasi sulla capacità, da parte dei gruppi di appartenenza, di importare ed introdurre importanti logiche di sviluppo e di innovazione, per permettere la progressione dello stato di adesione di questi Paesi – ormai da anni in lista per il loro ingresso nell’Unione.

Va ricordato un ulteriore aspetto: i Balcani occidentali soffrono di una forte crisi demografica, che non viene compensata da arrivi permanenti di immigrati. Pertanto, un supporto esterno da parte delle comunità diasporiche viene ulteriormente motivato, per permettere la messa in moto di un circolo virtuoso di ripresa sociale ed economica. Oltre a mettere in evidenza le conseguenze negative che possono derivare dal consolidamento di gruppi comunitari, è perciò possibile osservare questo importante rovescio della medaglia.

Il senso di appartenenza delle generazioni di emigrati dai territori balcanici è quindi evidentemente riassumibile nel fenomeno della diaspora. Le potenzialità delle azioni collettive vengono riconosciute dai gruppi statali e istituzionali, acquisendo un ruolo di influenza e di rilievo nella definizione di politiche importanti per lo sviluppo di questi Paesi. Nella scacchiera geopolitica dei Balcani occidentali, si aggiungono così nuovi partecipanti alla partita.


[1] Garde, P., 1996, I Balcani, Milano, Il Saggiatore, p. 21.

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