IN MYANMAR LA DEMOCRAZIA È DONNA

La Birmania, o Myanmar che dir si voglia, sin dal secolo scorso ha iniziato la ripida salita verso la conquista di un governo in cui la democrazia non fosse una chimera. In questo lungo percorso, l’elemento ancor più sorprendente è che la conquista della democrazia porta il volto di una donna, Aung San Suu Kyi, che in più occasioni ha avuto modo di dimostrare ai suoi connazionali e al resto del mondo il suo valore. 

Una lotta per un futuro nuovo a conduzione familiare

Aung San Suu Kyi nasce nell’ex capitale della Birmania, a Rangoon, il 19 Giugno 1945, quando ancora la sua terra era una colonia britannica. Cresce in una famiglia in cui il padre era un generale e leader della fazione nazionalista del Partito Comunista del Paese, che riuscì a conquistare l’indipendenza della nazione nel 1947; mentre la madre assunse nel tempo un rilievo politico tale da conquistarsi la carica di ambasciatrice in India, nel 1960. Appartenente ad un contesto familiare in cui l’agire personale era fortemente orientato verso la conquista del bene nazionale, nel 1967 Aung San Suu Kyi si laurea in Inghilterra, al St Hugh’s College di Oxford, in filosofia, scienze politiche e economia e subito dopo inizia a muovere i primi passi in politica, occupandosi della difesa dei diritti civili all’interno dei confini nazionali, impegno questo che le ha conferito l’ottenimento di importanti premi quali Rafto e Sakharov.

Nel 1988 fonda la Lega Nazionale per la Democrazia (Lnd) e da questo momento in poi, con diverse e varie motivazioni e a più riprese, le vengono “inferti” gli arresti domiciliari, avendo come unica alternativa concessale, la possibilità di abbandonare il Paese, soluzione questa che consentiva di zittire quella bocca che su più fronti inneggiava alla democrazia. Ancora prima che tutto ciò accadesse, quando dilagavano nel Paese le proteste contro il regime militare, in molti la identificarono come la “scintilla dell’impegno politico”, l’unica in grado di alimentare il fuoco della democrazia come era solito dire il giornalista Win Tin.  Il riconoscimento più significativo arriva nel 1991, quando le viene conferito il Premio Nobel per la Pace. Tale riconoscimento ha comportato la revoca degli arresti domiciliari nel 1995, pur rimendo confinata in un regime di semi-libertà. 

L’escalation politica 

Il contesto in cui fu confinata Aung San Suu Kyi ebbe gravi ripercussioni anche al di fuori dei confini nazionali, tanto che le Nazioni Unite nel 2002 si batterono per farle riconoscere un più ampio margine d’azione in Birmania. Questo sprazzo di libertà durò molto poco, poiché nel 2003 fu vittima di un attentato, ma già negli anni prima, nel 1993, fu organizzato un attentato alla sua persona, ma ad entrambi riuscì a fuggire, avendo come unica implicazione l’imposizione di nuovi arresti domiciliari. Solo nel Novembre 2010, Aung San Suu Kyi fu resa libera e nel 2012 ottenne un seggio in Parlamento. Il 2012 per lei fu l’anno di svolta poiché inizio ad instaurare rapporti con diversi altri Paesi, ottenendo ben 292 seggi alle elezioni del 2015, con la Lnd.

Da quel momento in poi la sua vita fu un’escalation politica senza precedenti: fu Ministro degli Affari esteri, della Pubblica Istruzione, dell’Energia elettrica e dell’Energia e Ministro dell’Ufficio del Presidente e infine consigliere di Stato. Il mondo si abitua ben presto a identificarla come un’eroina non violenta, degna seguace di Gandhi, con un impatto positivo sul pubblico internazionale che la eleva a nuova Nelson Mandela. Degni di nota sono anche i brani che Green Day, U2, Rem ed altri scrivono in suo onore, per non parlare della sua menzione nel film “The lady”. Questi apprezzamenti a livello internazionale sembrano però non addolcire affatto la leader che ha sempre sostenuto: “non mi è mai piaciuto essere chiamata icona, perché le icone non fanno nulla se non stare appese a un muro”.

La reazione suscitata dalla figura di Aung San Sun Kyi non è sempre di approvazione, c’è stato infatti un momento in cui alcune forze occidentali vedevano solo una martire e non un leader politico, impressione questa del tutto ribaltata durante le elezioni generali, avutesi lo scorso novembre 2020, quando la sua Lnd potremmo dire abbia “riscritto la storia”, ottenendo 368 seggi su 434, mentre il rivale Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USDP), sostenuto probabilmente dagli stessi militari autori del golpe, ha ottenuto solo 24 seggi. Nonostante questo risultato senza precedenti, la leader ribadisce: “dobbiamo restare tranquilli. Il vincitore deve essere umile ed evitare comportamenti che possano offendere. La vera vittoria deve essere per il Paese, non per un gruppo di individui”. 

Tale risultato, lo si accennava, risulta essere senza eguali e questo carattere di novità ha portato i militari a denunciare le scorse elezioni come fraudolente, avvallando la loro accusa con la teoria secondo la quale il coronavirus non abbia dato spazio a “elezioni né libere né eque” o ancora che tra i votanti vi fossero centenari o minori. Sulla base di questa accusa, le forze armate il 1° Febbraio 2021 hanno promosso un colpo di Stato, con conseguente arresto e detenzione di Aung San Suu Kyi e del presidente Win Myint a Naypyidaw, la capitale del Paese, con conseguente trasferimento dei poteri al generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate. 

Una donna dall’impatto internazionale

Il colpo di Stato messo in atto, sotto diversi punti di vista suscita interesse, poiché ha sollevato clamore sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali. Dal carcere, la coraggiosa Aung San Suu Kyi ha implorato di non accettare il colpo di Stato ed è bastata questa esortazione a smuovere diverse personalità nel mondo a chiedere la fine di questo golpe e la restaurazione della democrazia. 

Virale è stato anche il video di un’insegnante di ginnastica intenta a fare una lezione online, mentre alle sue spalle si vedono giungere all’improvviso persone e mezzi che saranno poi gli autori del golpe. Gli esperti di politica internazionale asseriscono che il rischio del golpe aleggiava già da tempo e per questo diverse ambasciate, tra cui quella americana insieme al Parlamento Europeo e all’ONU, richiedevano alla Birmania di inglobare “standard più democratici”.  In molti sostengono che a fare da precedente sia stato il carisma della leader, soprannominata “orchidea di ferro”, che ha instaurato un governo accentrato e autocratico, concentrato tra le mani della leader e di alcuni consiglieri, con un’ideale democratico ben lontano da quello da sempre professato.

Successivamente agli eventi del 1°febbraio, l’appoggio da parte di personalità internazionali nei confronti delle istituzioni democratiche non è mancato: il neo presidente americano eletto, Joe Biden, ha affermato il suo supporto, aggiungendo che: “in coordinamento con i nostri partners nell’area, chiediamo alle forze armate e a tutte le altre parti in causa di aderire alle norme democratiche e di rilasciare i detenuti”, senza tralasciare il rischio di sanzioni ai danni delle personalità e istituzioni coinvolte nel golpe.  L’appello di Joe Biden è stato seguito dal Vescovo ausiliare di Yangon, mons. John Saw Yaw Han che ammonisce: “bisogna vivere con uno spirito di vigilanza e preghiera soprattutto pregando per la pace”. 

Non è un caso che gli appelli lanciati dal mondo religioso vengano ascoltati con una diversa predilezione: nel Paese infatti, il popolo considera i sacerdoti leader e punti d riferimento.  Tali appelli diventano corali nei giorni a seguire, quando si diffonde un appello promosso da “Religions for Peace of Myanmar”, e dalla Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia e che chiede indistintamente: “maggiore impegno per la pace la riconciliazione”, “creare le condizioni per la pace in Myanmar; eliminare ogni discriminazione etnica; demilitarizzare il Myanmar; cercare soluzioni politiche alle principali questioni; continuare a riformare la magistratura, l’istruzione, la previdenza sociale e i sistemi sanitari; decentrare il processo decisionale; preparare, in tal modo, le nuove generazioni a un futuro prospero e pacifico.”

Il golpe non ha provocato solo reazioni all’esterno dei confini nazionali dicevamo, ma anche il popolo ha voluto esprimere il suo dissenso e la sua volontà di non rendersi complice di questo delitto contro la democrazia. I media di tutto il mondo riportano le immagini degli studenti e docenti dell’Università di Rangoon che protestano mostrando il saluto a tre dita, simulando il simbolo dei movimenti democratici in Thailandia. Questo gesto, seguito dalla decisione di intonare la canzone “lunga vita a madre Suu”, ha fomentato l’appoggio da parte di altre categorie quali medici, infermieri, impiegati di ministeri che hanno scattato foto indossando nastri rossi. Il dilagare del supporto a favore della Lnd e soprattutto alla leader, che è accusata inoltre di aver introdotto illegalmente nel suo Paese dei walkie-talkie, ha costretto la giunta militare a censurare l’uso di Facebook e Whatsapp, che faciliterebbero il diffondersi di testimonianze pro Aung San Suu Kyi.

Il rilascio 

Il 5 Febbraio, dopo giorni di pressioni da parte dell’ambiente internazionale, la leader della Lnd e Consigliere di Stato della Birmania è stata rilasciata e trasferita nella sua casa a Naypyidaw dove persone a lei vicine assicurano godere di buona salute. Il rilascio però non segna la fine dell’odissea a cui è stata sottoposta Aung San Sui Kyi, che si trova ora a rispondere dell’accusa di aver importato illegalmente dei walkie-talkie, che sarebbero stati consegnanti alle sue guardie del corpo. Nel caso in cui il processo dovesse concludersi ai danni dell’orchidea di ferro, la condanna prevede fino a due anni di carcere. Per cercare di stemperare le tensioni interne, la comunità internazionale chiede di indire immediatamente nuove elezioni, ma i golpisti hanno prontamente ribattuto che è necessario che trascorra un anno da quando è stato dichiarato, lo scorso 1° Febbraio, lo stato di emergenza. Questo accade mentre nel Paese dilagano le immagini di protestanti con sui cartelli scritto: “Stop alla dittatura militare”.  

Gli episodi del Myanmar non sono altro che il fisiologico bisogno per le comunità dell’Asia, di abbracciare nuovi sistemi politici, che abbiano il carattere della novità rispetto ai regimi instaurati a partire dal secolo scorso. Siamo dinnanzi al nuovo che avanza: pensiamo davvero di essere in grado di falciare le gambe ad una necessità di democrazia che per anni ha bussato alle porte dell’Asia e che davanti a delle sorde orecchie, ha deciso di alzare i pugni oltre che la voce? Nel caso del Myanmar, il carattere di novità è peculiare: la rivoluzione, così come la democrazia è donna a 360°.

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