USA VS. CINA. AL VIA IL SECONDO TEMPO DELLA PARTITA GEOPOLITICA DEL SECOLO

Continuità strategica realista, ritocchi tattici e discorso idealista, gli ingredienti della ricetta dell’amministrazione di Joe Biden sul dossier Cina. Dal rollback ad una conflittuale “coesistenza competitiva”. Obiettivo: impedire al Dragone di dominare l’Asia orientale, contenendone la crescita economica, tecnologica e militare, coinvolgendo nell’equilibrio di potenza regionale i clientes europei ed asiatici, per scaricare una parte del proprio fardello imperiale, causa profonda degli sconvolgimenti interni che continueranno ad affliggere la superpotenza nei prossimi anni.

L’assalto a tutto campo perseguito negli ultimi quattro anni ha migliorato, in quantità e qualità, la posizione strategica della superpotenza nei confronti della Repubblica Popolare (Rpc). Con un picco raggiunto proprio nell’anno virale. L’immagine di Pechino ha registrato punteggi negativi record in Australia, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Corea del Sud, Spagna e Canada. L’iniziativa Clean Network per la “ripulitura” dell’intero ecosistema Ict, tramite l’espulsione delle tecnologie pechinesi dalle reti di telecomunicazioni, cloudapp store e cavi sottomarini ha raccolto i primi frutti. Dopo Australia, Nuova Zelanda e Giappone, divieti o restrizioni al 5G di Huawei sono stati applicati, nel 2020, da Regno Unito, India, Francia, Svezia, Norvegia, Estonia, Belgio, Italia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Canada, Taiwan e Singapore. Mentre Dehli bandiva oltre 100 app siniche, tra cui TikTokWeChat e Alibaba.

Il contenimento marittimo indo-pacifico, figlio dello strapotere navale e del privilegio geografico statunitense, ha guadagnato l’ingresso definitivo di Canberra e Dehli, uscita dalla sua tradizionale postura di non-allineamento con la stipula di accordi militari per la condivisione dell’intelligence satellitare statunitense. Gli scontri militari sino-indiani sull’Himalaya, la guerra commerciale e la “wolf-warrior diplomacy” verso gli australiani (“La Cina è arrabbiata. Se fai della Cina il nemico, la Cina sarà il nemico”), hanno spinto i due paesi-continente tra le braccia degli americani. Come testimoniato dall’esercitazione navale congiunta Malabar 2020, compiuta lo scorso novembre nelle acque del Golfo del Bengala. Partecipata, per la prima volta, da tutte le Marine del Quadrilatero (Quad) securitario (Usa, Giappone, Australia, India), cornice che rappresenta un quarto della popolazione (1,8 miliardi di persone), del pil e degli Ide mondiali. 

Lo scorso mese, il Canada si è scoperto paese del Pacifico, con l’inedita partecipazione della sua aeronautica all’esercitazione Sea Dragon 2021 sulla guerra anti-sottomarina intorno a Guam, insieme ai membri del Quad. Tokyo, in assoluto il più importante alleato al mondo per Washington, è in pieno riarmo e sta rafforzando i rapporti militari e di intelligence con i Five Eyes. Le relazioni diplomatiche e militari tra Usa e Taiwan, chiave di volta della prima catena insulare dove soffocare la proiezione oceanica della Rpc, hanno conosciuto un ulteriore approfondimento, testimoniato dalle visite ministeriali e dalle massicce vendite di armi a stelle e strisce.

Manila si è riavvicinata a Washington rinnovando il Visiting Force Agreement, intimorita dalle manovre militari e dalle rivendicazioni territoriali del Drago sull’arcipelago delle Scarborough Shoal, nel Mar Cinese Meridionale. Londra sarà il 12° membro del Partenariato Trans-Pacifico a guida nipponica. La Nato punta a darsi postura globale. Per essere pronta alla competizione strategica del secolo, mira a tessere rapporti con le democrazie asiatiche in ogni dominio. Dalle esercitazioni militari congiunte alle operazioni di libertà di navigazione (Fonop), dalla cooperazione spaziale e tecnologica alla sicurezza di infrastrutture e supply chains strategiche. 

L’approccio bilaterale e muscolare a colpi di dazi e sanzioni ha scientemente sacrificato il soft power, il cui recupero costituirà la più ardua sfida posta davanti a Biden, seconda solo alla ricostruzione economica e alla riunificazione socio-identitaria del paese, con cui provare ad attenuare la bufera interna che imperversa nella superpotenza.

Con gli occhi fissi sul malessere della classe media, Biden concederà agli apparati federali un ampio margine nelrispondere tatticamente agli altrui movimenti, affinché possano “svolgere il loro lavoro senza (l’intromissione, ndr)della politica”. Rilancerà la narrazione idealista e l’azione americana sul multilateralismo, convinto che la “capacità dell’America di guidare il mondo dipende non solo dall’esempio del nostro potere, ma dal potere del nostro esempio”. Ma non assisteremmo al ritorno della “cooperazione con altri paesi come un fine in sé”. L’illusione e la hybrisamericana, tipica dell’internazionalismo liberale, di poter americanizzare per via economica la millenaria civiltà cinese, esportandovi democrazia e Stato di diritto è finita.

Biden imposterà una diplomazia meno aggressiva, passando dall’“incontro di boxe senza regole” (Xi Jinping dixit) ad un atteggiamento più sofisticato. Offrirà una posticcia cooperazione sulla crisi epidemica e su quella climatica come strumento tattico per guadagnare vantaggi competitivi, in una logica che rimarrà comunque a somma zero. Porgendo a Xi la mano del dialogo, avanzerà condizioni che questi non potrà accettare: level playing field commerciale, quindi la rinuncia allo status di paese in via di sviluppo e la fine dei trasferimenti forzati di tecnologie, dei furti di proprietà intellettuale, della manipolazione valutaria e degli aiuti di Stato alle imprese. Ovvero, il disfacimento delle leve del dirigismo mercantilista che Pechino usa per sostenere lo sviluppo tecnologico e militare, per controllare l’economia e quindi la società.

Al contempo, conserverà la linea dura sulla roba grossa (tecnologia, faglie interne alla Cina, Taiwan, rivendicazioni territoriali e militarizzazione nei Mari Cinesi). Provando ad arricchire la dote ricevuta dal predecessore. Nel suo primo discorso presidenziale sulla politica estera, Biden ha dichiarato che gli Usa affronteranno “direttamente le sfide poste (allandr) nostra prosperità, sicurezza e valori democratici dal nostro più serio concorrente: la Cina”. Il segretario di Stato Antony Blinken ha affermato che Trump avesse ragione nell’adottare un approccio duro, sbagliando tuttavia nelle modalità di intervento, avendo improntato un playbook unilateralista che ha allarmato ed alienato gli alleati. 

I quali, secondo il nuovo consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan, “avranno un posto d’onore nella gerarchia delle priorità” tattiche. In cambio dell’assunzione di maggiori responsabilità nella difesa dello status quoregionale dal tentativo della Cina di modificarlo con la coercizione economica e militare per riscriverne le regole a propria immagine e somiglianza.

Professandosi difensore di democrazia e diritti universali, Washington continuerà a sanzionarne il mancato rispetto da parte dell’Impero di Mezzo, per ostacolarne le campagne di assimilazione forzata di hongkonghesi, tibetani e uiguri al dominante canone han, soffiando sul fuoco del separatismo. Blinken si è già detto d’accordo con le accuse di “genocidio e crimini contro l’umanità”, mosse a Pechino dal suo predecessore a Foggy Bottom, per il trattamento riservato alle minoranze turciche musulmane del Xinjiang, dove si stima che tra 1 e 2 milioni di persone siano internatiin “campi di rieducazione e lavoro”.

La superpotenza rafforzerà il rapporto, sempre meno ambiguo, con Taipei, definito da Biden “solido come una roccia”. Continuerà a sostenerne l’indipendenza sostanziale, incrementando le visite diplomatiche, addestrandola alla guerriglia, armandone le forze con strumenti di difesa asimmetrica e di negazione d’area (A2/AD), in modo da rafforzarne le capacità di resilienza e deterrenza contro una possibile azione di forza della Mainland. Senza varcare la linea rossa – l’indipendenza formale – per la quale Pechino ha promesso guerra. Partita nella quale gli Usa si giocano la reputazione di sicurezza in Asia. Non difendere militarmente l’isola in caso di invasione cinese, darebbe a Xi la disponibilità di fare dei mari rivieraschi dei laghi sinici, di allontanare sul mare la prima linea di difesa dalle ricche coste, nucleo geopolitico, economico e industriale del paese, proiettando il sea power sinico sugli oceani, spezzando la prima catena di isole estesa dall’arcipelago nipponico all’Indonesia. 

Da rafforzare ulteriormente provando a ricucire i pessimi rapporti politici tra Seoul e Tokyo, figli di retaggi storici ed etnici risalenti al periodo coloniale giapponese. Pericoloso attrito che rischia di aprire una falla nell’arco di respingimento all’altezza del Mar Cinese Orientale, con i sudcoreani tra i più riluttanti ad allinearsi alle iniziative di sicurezza a guida statunitense, temendo le rappresaglie economiche della Cina, suo primo partner commerciale.

Consapevoli dell’impossibilità di un disaccoppiamento economico integrale e unilaterale, essendo la Cina profondamente incistata nelle catene del valore globali, promuoveranno un reshoring multilaterale, gestito e selettivo delle filiere di approvvigionamento industriali e tecnologiche “sensibili”. Sfruttando l’Economic Prosperity Network, lanciato dalla precedente amministrazione per espandere il Quad coinvolgendovi anche Vietnam, Corea del Sud e Nuova Zelanda (Quad Plus). Cooperando con India e Giappone per contrastare gli investimenti infrastrutturali cinesi nel Sud-Est asiatico. Con l’obiettivo di preservare il proprio vantaggio tecnologico nei semiconduttori avanzati e diminuire la dipendenza dalla Cina su materie prime critiche come le terre rare, essenziali per lo sviluppo di hardware militare (missili guidati di precisione, armi ipersoniche, sottomarini).

Il surplus di aggressività unilateralista e ideologica, impersonificata dall’ex segretario di Stato, il neocon Mike Pompeo, ha però prodotto un netto scadimento dell’immagine della superpotenza tra i soci europei ed asiatici, timorosi di essere chiamati a sciogliere il dilemma tra sicurezza ed economia, di finire intrappolati in una guerra, fredda o calda, alimentata dall’atteggiamento bellicoso di un egemone egoista. Non disposti a rinunciare ai ritorni economici derivanti dal vasto e ricco mercato cinese. 

Errore di lettura sulla natura della competizione tra grandi potenze. Questa non è una partita da “winner-take-all”. È un gioco infinito, in cui l’obiettivo è rimanere un player dominante”, mantenendo un vantaggio competitivo sull’avversario. A questo dovrebbe servire la “nuova lega delle democrazie”. con cui mettere in rete i sistemi di alleanze regionali in Europa ed Asia al fine di integrare i teatri di Indo-Pacifico e Atlantico per sfruttarne il moltiplicatore di potenza. Per isolare la Cina, per indurla a trattare da una posizione di debolezza e a mutare atteggiamento nella sua politica commerciale ed estera, a rinunciare alla pretesa di estendere la propria sovranità su Taiwan e sui mari rivieraschi. A non puntare alle stelle del primato mondiale. A mantenere gli occhi fissi sulla terra, quale ricca provincia dell’impero americano. 

Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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