NON SI PUO’ PIU’ PARLARE DI RESILIENZA LIBANESE

Per anni è stata esaltata la cosiddetta resilienza libanese, ossia la capacità di sopravvivere nonostante le molteplici crisi esterne ed interne. Ora, però, ha dimostrato il suo fallimento.  

Le proteste di Tripoli 

Tripoli è una città da sempre marginalizzata, una tra le zone più povere del Libano e una zona in cui la crisi ha avuto un impatto maggiore. A seguito della decisione del governo di imporre un nuovo lockdown totale, nella città sono scoppiate proteste che durano da giorni, a tratti violente, e che hanno provocato un morto e circa 400 feriti. 
È bene non sottovalutare l’importanza di questi disordini poiché potrebbero presto degenerare o espandersi ad altre aree del Libano. L’intero Paese sta vivendo una crisi economica senza precedenti, a cui si aggiunge la crisi sanitaria del Covid-19 e l’esplosione del porto di Beirut, la più grande esplosione non nucleare della storia, che hanno portato il Libano sull’orlo del collasso. Inadeguata è stata, poi, la risposta del governo che ha imposto misurelockdown per contenere la diffusione del virus ma, al tempo stesso, non ha fornito programmi di aiuti economici alla popolazione. 

Per di più, è diffusa l’opinione tra alcuni attivisti che le misure di contenimento del virus siano finalizzate maggiormente a reprimere le manifestazioni di piazza e non a mitigare la crisi sanitaria e prevenire il collasso del sistema sanitario.  Perché è importante che anche i partner internazionali prestino attenzione alle rivolte? Perché il Libano potrebbe sprofondare nel caos. In numerose occasioni è stata ribadita l’urgenza di rispondere in maniera adeguata alle molteplici crisi che hanno messo in ginocchio il Paese dei Cedri e la sua popolazione, ma, nonostante ciò, la classe politica libanese rimane sorda alle richieste di aiuto. È ormai incolmabile la distanza che separa i cittadini dai governanti, questi ultimi impegnati nei soliti giochi di potere che hanno impedito di rispondere in modo serio e tempestivo al tracollo economico. La disperazione, però, rischia di degenerare in violenza, come hanno dimostrato le più recenti manifestazioni a Tripoli. 

La pericolosità della resilienza libanese

L’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020 ha esacerbato ulteriormente le molteplici crisi vissute dal Libano: una crisi politica provocata dall’assenza di fiducia nel governo che ha portato alle più grandi dimostrazioni nella storia del Paese nel novembre 2019; una crisi sanitaria che ha impattato su un sistema sanitario debole e in larga parte privatizzato; e, infine, una crisi economica e finanziaria senza precedenti. 

Già le misure di lockdown imposte a marzo per cercare di contenere la diffusione del virus hanno accelerato la recessione economica, tanto che, secondo le stime della Banca Mondiale, i tassi di povertà sono cresciuti del 45%, con circa 1,7 milioni di persone sotto la soglia di povertà, mentre il Pil ha registrato un declino del 19,2%. 

Il Libano, sin dalla fine della guerra civile, ha vissuto numerosi impasse istituzionali, periodi estesi di vuoto presidenziale e ha dovuto fare i conti con l’enorme influsso di profughi siriani (il Libano ospita 1,5 milioni di profughi siriani, il più alto numero di rifugiati al mondo pro capite). Nonostante le tante crisi vissute e gli effetti di spill over del conflitto civile siriano, lo Stato ha “resistito”, con la conseguenza che la comunità internazionale ha lodato la cosiddetta “resilienza libanese”. 

Il primo elemento che ha assicurato la sopravvivenza del Libano, pur circondato da conflitti e disgregazioni statali, è stata la stabilità del settore bancario, sorretto, in particolare, dalla cospicua quantità di rimesse della diaspora libanese che, nel 2018, superavano di tre volte il Pil del Libano. La Banca Centrale ha giocato un ruolo cruciale alla sua resilienza economica, contribuendo alla stabilità del debito sovrano e dell’economia nazionale, in generale.  Tuttavia, negli ultimi anni, il Libano ha registrato un deficit nella bilancia dei pagamenti, esacerbato da deflussi significativi di capitale e una diminuzione dei depositi, soprattutto degli espatriati. La lira libanese ha perso l’81% del suo valore, posizionandosi come la moneta più svalutata a livello globale. A marzo, il governo libanese ha annunciato, per la prima volta nella sua storia, il default e a maggio ha ufficialmente richiesto l’assistenza del Fondo Monetario Internazionale. 


Ad ogni modo, le negoziazioni con il FMI sono in una fase di stallo a causa dell’incapacità di raggiungere un accordo tra le varie parti politiche circa l’attuazione delle misure di austerità richieste dal Fondo. Il dissidio deriva dal fatto che le condizionalità richieste avranno un impatto negativo sulla classe media, la cui sopravvivenza è minacciata dalle varie crisi interconnesse che sono in corso nel Paese dei cedri. 
Pertanto, occuparsi della grande disuguaglianza economica presente in Libano, dove il 10% della popolazione il 70% della ricchezza, è un tema che non può più essere rimandato.  

La tanto osannata resilienza ha contribuito alla disfunzionalità del settore politico ed è servita come scusa per non affrontare le cause profonde della debolezza libanese e non attuare delle riforme concrete.  Inoltre, ha rafforzato il clientelismo e il patronage che sono alla base del rapporto stato-società e che, inevitabilmente, finiscono per indebolire le istituzioni statali. Ora, la resilienza del Libano, supportata, in maniera più o meno celata dalla comunità internazionale, ha dimostrato tutta la sua fragilità.  

Il ruolo dell’Unione Europea

L’Unione Europea e i governi europei sono i principali donatori del Libano. In particolare, la Francia ha ospitato numerose conferenze internazionali sin dal 2001, con la conferenza di Parigi I e II e, grazie alle quali il Libano ha ricevuto miliardi di dollari di aiuti economici finalizzati a risollevare la disastrosa situazione economica libanese post conflitto civile. A differenza delle due conferenze precedenti, in cui si dava supporto finanziario senza particolari condizioni, già nel 2007, con la terza conferenza di Parigi si introducevano dei prestiti condizionati, parte dei quali, poi, cancellati poiché il governo libanese non fu in grado di soddisfare le condizioni richieste. 


Tuttavia, nel corso degli anni, non è stata attuata nessun tipo di riforma strutturale dal governo libanese e, di conseguenza, non sono state affrontate le storture del sistema economico. Alla luce del fallimento dei precedenti tentativi di progetti di riforme, dal 2018 la comunità internazionale ha introdotto delle condizionalità degli aiuti all’attuazione di riforme strutturali per far fronte, in maniera seria, alle problematiche socio-economiche e politiche che il Libano necessita ma che vengono sistematicamente rimandate dai leader politici, i quali hanno anteposto gli interessi privati al bene pubblico. 

Il rischio che il Libano diventi uno Stato fallito è un’eventualità da scongiurare ad ogni costo, data l’alta instabilità della regione. L’Unione Europea ha interesse nella stabilità libanese e nel preservare la sua partnership con uno dei suoi alleati più importanti nel Mediterraneo. Non meno importante è la centralità che il Libano riveste nella gestione della crisi dei rifugiati.  L’Unione Europea, però, si trova in una situazione scomoda poiché da un lato la formazione del nuovo governo, precondizione per ricevere gli aiuti internazionali, è bloccata e dall’altro esiste il rischio reale di fallimento statale, a fronte dell’acuta crisi economica che ha reso il governo incapace di fornire i servizi pubblici essenziali e che accresce il rischio di insicurezza alimentare. 


È importante che l’Unione Europea continui a fornire assistenza umanitaria a favore della popolazione, pur continuando ad esigere dal governo libanese l’implementazione delle riforme necessarie, come la promulgazione di una legge in contrasto alla corruzione, così come assicurare maggiore trasparenza e l’indipendenza del potere giudiziario. 
Le proteste di Tripoli e la violenza con cui sono scoppiate sono un segnale della rabbia del Paese, segnale che non deve e non può essere sottovalutato al fine di garantire la sopravvivenza del Libano. 

Noemi Verducci

Buon sabato a tutti, sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione Medio Oriente. Attualmente studentessa di Relazioni ed Istituzioni dell’Asia e dell’Africa all’Università “L’Orientale” di Napoli.
Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus.
Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico.
Il lavoro di tesi triennale, su Hezbollah e le sue strategie comunicative, mi ha fatto comprendere la necessità di studiare ed analizzare un’area geopolitica di cui si parla spesso in maniera impropria, attraverso una lente “orientalista” che impedisce di interpretare in maniera corretta eventi storici e politici.
Essere parte di IARI è un modo per mettermi in gioco ed approfondire dinamiche politiche che risultano centrali per comprendere ciò che accade nel mondo. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.

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