ESECUTIVO AD INTERIM: COLPO DI SCENA PER LA DEMOCRAZIA IN LIBIA

Suani ben Adem, 25km a sudovest di Tripoli, teatro di violenti scontri nei giorni scorsi, è ora sotto il controllo delle forze governative libiche, 15 aprile 2019. Residue avanguardie di Khalifa Haftar sono accerchiate e intrappolate in alcuni edifici alla periferia sud della città, nodo nevralgico a 6 km dall'aeroporto internazionale. I soldati di Haftar sono stati costretti ad arretrare di diversi chilometri verso Aziziya dopo il contrattacco dei Katiba fedeli al governo Sarraj. ANSA/CLAUDIO ACCOGLI

Se per un intero decennio la Libia ha vissuto nel caos e nell’incertezza della guerra, da qualche giorno la comunità internazionale guarda con entusiasmo a quello che sembra prospettarsi come il primo evento che proietterà il Paese africano verso la democrazia.

A dieci giorni dalla data nella quale ricorre il decimo anniversario dell’inizio delle proteste che condussero alla caduta del regime dittatoriale del Colonnello Mu’ammar Gheddafi, le sorti della Libia sembrano aver subito una deviazione.  Se al tempo della cosiddetta “giornata della collera” del 17 febbraio 2011 il presagio di tutti era quello di una “semplice” – se così si può definire – rivoluzione sulla scorta di quella tunisina ed egiziana, attualmente è invece ben chiaro che quella libica si sarebbe configurata come una vera e propria guerra civile: il risultato è quello di una nazione irrimediabilmente spaccata.

Oggi però sotto l’egida dell’UNSIMIL ecco che in questo funesto panorama spunta uno spiraglio di luce.  Il 5 febbraio, a Ginevra, l’LPDF (Libyan Political Dialogue Forum) ha finalmente raggiunto un accordo sull’elezione ad interim di un’autorità esecutiva unificata incaricata a formare in ventun giorni un governo di transizione inclusivo per guidare il paese verso le prossime elezioni presidenziali e parlamentari che si dovranno tenere entro la data stabilita per il 24 dicembre 2021.

Il risultato è stato acclamato dalla comunità internazionale con grande entusiasmo, al pari di quando un auspicio favorevole veniva vaticinato dal collegio degli Auguri nell’antica Roma. Il Presidente del Consiglio di Sicurezza in carica per il mese di febbraio ha definito l’evento “come una pietra miliare importante nel processo politico libico”; l’ex rappresentante speciale dell’ONU in Libia, Stephanie Williams, lo ha descritto come “un momento storico per il paese”; il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres parla di “un grande successo” e più in generale i Governi di Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Italia e Francia esultano e si congratulano per la riuscita della nomina dell’esecutivo.

Insomma, sembra che tutti vedano in questa manovra la soluzione alle divisioni interne libiche e il primo passo verso una transizione democratica.Per comprendere quale sarà realmente l’impatto di questa elezione sul futuro della Libia bisogna provare a scomporre il quadro attuale.  Nella riunione durata cinque giorni che si è tenuta a Ginevra hanno partecipato, come in una sorta di collegio di grandi elettori, settantacinque rappresentanti delle principali realtà del contesto libico per giungere all’elezione di un esecutivo composto da un Capo del Governo, un Presidente e due Vice-Presidenti per il Consiglio Presidenziale.

Il risultato della consultazione ha stravolto i pronostici che davano per favorita la lista che aveva come candidati a Premier e alla Presidenza del Consiglio Presidenziale rispettivamente Fathi Bashagha – ministro dell’interno del GNA (Governo di Accordo Nazionale) tripolitano di Al-Sarraj – e Aguila Saleh – principale autorità politica dell’area orientale che si trova sotto il controllo del Generale Haftar. Questi sono rimasti in testa fino al primo spoglio di venerdì mattina senza però raggiungere la soglia richiesta del 60%, fermandosi a 34 preferenze. Giunti a questo punto molti dei concorrenti hanno deciso di non riproporre la propria candidatura per evitare il consolidamento dell’asse Bashagha- Saleh e convogliare i voti sulla lista di Dbeibeh-Manfi, che al secondo suffragio per il quale era richiesto il 50% più uno dei voti ha ottenuto la nomina con 39 preferenze su 73 votanti ed un astenuto.

Il neo-eletto team è così costituito: il Primo Ministro è Abdul Hamid Dbeibeh, ricco imprenditore che appartiene ad un potente clan della città-stato di Misurata; a Capo del Consiglio Presidenziale il cirenaico originario di Tobruk, Mohamed Younis Al-Manfi, ex ambasciatore in Grecia; Vice-Presidenti del Consiglio Presidenziale sono invece il tripolitano Abdullah Al-Lafi e, in rappresentanza della minoranza tuareg del Fezzan, l’ex Vice Premier del GNA Musa Al-Koni.

Nonostante il tentativo di mitigare tra i due principali protagonisti del conflitto cercando di formare un organo internazionalmente riconosciuto, questa volta in grado di rappresentare in egual misura tanto l’una quanto l’altra parte, risulta abbastanza evidente la sproporzione che fa pendere l’ago della bilancia del nuovo esecutivo a favore di Al-Sarraj. Sebbene le origini del Capo del Consiglio Presidenziale e del Vice-Presidente Al-Koni facciano pensare a figure che concorrono nel sostegno della fazione del Generale Haftar, bisogna sottolineare come il primo sia stato espulso dal suo incarico in Grecia il 6 dicembre 2019 dopo la firma degli accordi sulle zone economiche esclusive del Mediterraneo tra il GNA e la Turchia e il secondo abbia addirittura preso parte al governo tripolitano di Al-Sarraj fino al 2017.

Un altro importante fattore che era stato più volte denunciato e portato all’attenzione dei funzionari ONU è il fenomeno della corruzione che continua a governare la quasi totalità delle dinamiche politiche del paese nordafricano. Ne è un esempio tangibile l’accusa che ha coinvolto il discusso personaggio a cui è stato affidato l’incarico di Primo Ministro la scorsa settimana. Infatti quello di Ginevra non è stato il primo tentativo di dialogo del Forum e durante l’incontro tenutosi a Tunisi lo scorso 9 novembre lo staff di Dbeibeh avrebbe offerto a due membri ingenti somme di denaro in cambio del voto al loro candidato. Altresì bisogna registrare che in quella stessa occasione, oltre all’episodio di corruzione, era emerso in sede di dibattito il veto alla candidatura di Aguila Saleh facendo rischiare l’impasse nelle trattative tra le parti.

Il dubbio sorge spontaneo: come è possibile che in così poco tempo si sia giunti a quello che viene spacciato come il traguardo più importante per la Libia degli ultimi dieci anni? La concomitanza di alcune circostanze particolari verificatesi in Libia negli ultimi cinque mesi ha indubbiamente incalzato i funzionari ONU spingendoli a premere il piede sull’acceleratore. 

Sul finire dell’estate si è innescato il fenomeno che più di tutti ha sollecitato a organizzare un processo di pace. Il popolo libico è ritornato sotto i riflettori da protagonista scendendo a protestare in massa in tutte le città della Libia, da Tripoli fino a Tobruk. Il principale motivo delle contestazioni risiedeva (e continua a risiedere) nel malcontento nei confronti dell’intero establishment politico tacciato di essere distante dalla volontà dei cittadini e inguaribilmente corrotto. 

Il GNA di Al-Sarraj ha perso consensi e appeal sulla popolazione mentre l’LNA (Libyan National Army) di Haftar, costretto ad assistere all’ingresso della Turchia nello scacchiere libico, ha dovuto inevitabilmente registrare anch’esso il proprio indebolimento vedendosi confinato a Sirte nella sua avanzata manu militari.

Il rischio sarebbe stato quello di una nuova rivolta. Una rivoluzione nella rivoluzione che avrebbe gettato ancora più nel caos l’intera Libia senza soluzione di continuità per nessuno degli attori presenti oggi sul campo. Tutto questo potrebbe spiegare la precipitosa corsa ai ripari dell’ONU. 

La realizzazione di due Forum, l’uno fotocopia dell’altro, che a distanza di soli tre mesi miracolosamente trova la soluzione a quello che non si era riuscito a risolvere in dieci anni. Ecco come si spiega il perché questo successo avvenga proprio oggi e in queste vesti.  Dietro la vetrina internazionale c’è però il vero protagonista di tutta la questione: il popolo libico, che se finalmente riuscirà ad esprimere la propria volontà avrà questa volta l’ultima parola.

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