L’ETNONAZIONALISMO RITORNA AD AGITARE IL MONTENEGRO?

Da mesi il Montenegro è attraversato da proteste e scontri a causa della nuova legge sugli edifici di culto. Un movimento che sta facendo riaffiorare dissidi che si speravano superati con la fine delle guerre di Jugoslavia – primo fra tutti, lo scontro tra le popolazioni serbo-cristiana e musulmana che vivono nel Paese – e che sta rendendo sempre più evidente quanto un’identità montenegrina indipendente sia ben lungi dall’essersi formata. Tale incertezza sta coinvolgendo anche la politica del Paese – diviso tra le simpatie filoserbe e filorusse del partito Za budućnost Crne Gore (in italiano, Per il futuro del Montenegro) e le dichiarazioni di volontà di adesione al progetto dell’Unione Europea del nuovo primo ministro Zdravko Krivokapić -, in un vortice che pone in allerta gli attori occidentali, Bruxelles in primis.

La nuova legge sulla religione, tra controversie e indipendenze identitarie

Come molte testate hanno riportato, Podgorica continua ad essere scossa da proteste a causa della nuova legge religiosa, che – approvata in prima istanza nel 2019 dall’allora governo di Duško Marković – è stata recentemente contestata, modificata e riapprovata dalla nuova amministrazione. Tuttavia, se la prima ondata di manifestazioni aveva visto scendere per le strade la comunità serba, guidata dai sacerdoti della Chiesa ortodossa serba, nelle ultime settimane sono stati gli appartenenti delle altre comunità e delle altre confessioni religiose a opporsi alle modifiche della legge, sostenendo che essa favorisca proprio la Chiesa serba ortodossa e leda il riconoscimento di un’identità montenegrina indipendente.

Infatti, il primo testo di legge, approvato lo scorso anno dall’allora governo socialista, disponeva l’obbligo per le confessioni religiose di dimostrare di possedere la legittima proprietà dei loro beni, luoghi e terreni sin dal 1918 (anno in cui il territorio dell’odierno Montenegro entrò a far parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni), in caso contrario tali possedimenti sarebbero divenuti patrimonio dello Stato. Una norma che – come dichiarato anche dal Presidente della Repubblica Milo Đukanović – non si poneva contro la libertà religiosa, né disponeva divieti di ingresso ai luoghi di culto. Tuttavia, in molti avevano visto in tali misure un desiderio dell’amministrazione Marković di danneggiare la Chiesa ortodossa serba – molto potente nello Stato montenegrino ma diffusasi solo a partire dal 1926 – a favore di una riappropriazione di alcuni edifici storici molto antichi, un tempo appartenuti alla Chiesa ortodossa montenegrina.

Le nuove modifiche di legge, apportate dal neo-insidiato governo di Zdravko Krivokapić – di cui fa parte anche il partito filo-serbo Za budućnost Crne Gore -, tuttavia hanno finito per favorire i culti più praticati nel Paese, tra cui la Chiesa ortodossa serba. Una scelta che ha suscitato il malcontento di coloro che vorrebbero che Podgorica si distaccasse del tutto dalle influenze di Belgrado e Mosca e che riconoscevano nella prima versione della legge religiosa un primo passo in tal senso.

Quale che sarà la conclusione dell’iter di questa controversa legge sui beni religiosi, è indubbio che essa rischia di fornire – e, per certi versi, ha già fornito – una scusante per la ripresa degli antichi sentimenti etno-nazionalisti che hanno dilaniato lo Stato agli inizi degli anni Novanta. 

Montenegro, un’identità all’ombra dell’etno-clericalismo

Seppur lontani dall’idea, suggerita da alcuni, di una ripresa del Cristo-slavismo di Michael Sells – secondo cui i croati-cattolici e i serbi-ortodossi perseguirebbero i bosgnacchi-musulmani in quanto traditori della vera origine slava -, è indubbio che il fattore religioso abbia storicamente giocato e continui a ricoprire un ruolo fondamentale nella delineazione dell’identità etnica all’interno dei territori ex-jugoslavi: in un contesto dove lingua e usi sono molto simili, la fede è l’unico elemento di differenziazione.

D’altro canto, è storicamente riconosciuto che, negli anni Ottanta, all’indomani della morte di Tito, molte Chiese strumentalizzarono l’appartenenza religiosa nella speranza di acquisire maggior potere e assicurarsi così la creazione di uno Stato non più assolutamente laico, come era l’allora Jugoslavia. Un binomio, quello tra etnia e religione, interiorizzato a tal punto da aver giocato un ruolo centrale negli anni a seguire sia durante la guerra, quando i luoghi di culto divennero alcuni dei maggiori bersagli dei bombardamenti (si pensi alla distruzione di chiese e moschee nella città di Mostar, nell’odierna Bosnia Erzegovina), sia alla sua conclusione, quando – ad esempio – la Chiesa ortodossa serba accusò quella croata cattolica di aver contributo alla persecuzione dei serbi e contribuì alla costruzione del mito del martirio serbo.

L’etno-clericalismo non è stato superato nemmeno in seguito al 3 giugno 2006, data in cui il Montenegro si distaccò dalla Serbia e divenne un Paese indipendente riconosciuto dalla comunità internazionale. Basti pensare che nell’ultimo censimento, tenutosi nel 2011, solo il 41% della popolazione si riteneva montenegrina, mentre il resto dei cittadini si pensava ancora in base alle vecchie categorie di origine, quali: serbo (31%), bosgnacco (10%), albanese (5%), musulmano (4%) e croato (1%). D’altra parte, osservando le percentuali inerenti alla lingua madre, solo il 39% della popolazione riteneva di parlare il montenegrino, contro il 45% che sosteneva di parlare la lingua serba[1]. Dati critici, ma che potevano essere in parte spiegati col fattore temporale: il Montenegro era divenuto uno Stato indipendente solo cinque anni prima e grazie a un referendum favorevole ottenuto per appena lo 0,5% dei voti (55,5% dei sì vs. 45,5% no).

Tuttavia, nonostante siano intercorsi dieci anni da quel censimento, la situazione non pare essere mutata[2]: negli anni Podgorica ha dovuto scontrarsi più di una volta con i sentimenti etno-nazionali ed etno-clericali, senza riuscire a delineare un’identità montenegrina altra. Un ostacolo che ha assunto connotazioni sempre più evidente e allarmanti negli ultimi mesi: all’indomani delle elezioni politiche 2020, infatti, si sono registrati diversi episodi di violenza contro la popolazione bosgnacca musulmana, così come estremi atti di mitizzazione della storia e dell’identità serba che hanno – addirittura – portato il Consiglio urbanistico del Comune di Berane ad approvare la proposta di dedicare una strada a Ratko Mladić, il boia di Srebrenica.

Il governo di Krivokapić, tra Belgrado e Bruxelles

L’attuale tensione interna pone dei quesiti in merito ai rapporti che intercorreranno tra Podgorica e gli attori internazionali e se gli equilibri esistenti verranno mantenuti oppure sconvolti.

Sotto il governo del Demokratska Partija Socijalista Crne Gore (in italiano, Partito Democratico dei Socialisti), che ha governato il Paese dalla sua nascita fino allo scorso agosto, il Montenegro ha intessuto un’ottima relazione con i Paesi occidentali, arrivando ad essere il ventinovesimo Paese membro dell’Alleanza Atlantica e a veder riconosciuto il diritto per i suoi cittadini di fare ingresso esente visto nell’area Schengen. D’altra parte, negli anni, tra Podgorica e Bruxelles si è creato un rapporto di aiuti e fiducia, che ha portato all’apertura – nel 2012, dei negoziati di adesione all’Unione Europea.

Tali successi, tuttavia, potrebbero essere vanificati dalla nuova amministrazione guidata da Zdravko Krivokapić, che si basa su una coalizione di forze eterogenee di destra e/o filoserbe. Infatti, sebbene sia il Primo ministro che il ministro per gli Affari Esteri abbiano dimostrato attraverso dichiarazioni e visite ufficiali l’interesse dell’attuale governo verso Bruxelles, è anche vero che le parole di Radulović non hanno escluso contatti con Mosca: infatti, nell’intervista rilasciati al giornale Vijesti, il ministro ha affermato che – sì – il Montenegro manterrà le sanzioni contro la Russia, ma solo perché questo permetterà al Paese di procedere coi propri negoziati di adesione, altrimenti essi potrebbero essere annullati. Una frase che parrebbe suonare come un avvertimento per Bruxelles: o nei prossimi mesi verrano ripresi i lavori sui negoziati, o Podgorica potrebbe rivolgere il proprio sostegno alla Russia o alla Serbia di Vučić, tanto ammirata dal partito Za budućnost Crne Gore, oggi al potere.

La necessaria identità montenegrina

Il Montenegro si trova – oggi più che in altri momenti della sua storia – a un punto di svolta: dalle decisioni che verranno prese nei prossimi mesi, dipenderà probabilmente il suo futuro come Stato. La parabola aurea conseguita alla dichiarazione di indipendenza si è da tempo conclusa e Podgorica sta affrontando diversi problemi – le difficoltà economiche e la crisi conseguente alla pandemia da Covid-19 in testa. In tale contesto, la situazione politica attuale potrebbe fornire nuove cause di disequilibrio: se, infatti, il governo ha – da un lato – dichiarato la propria presenza al fianco d Bruxelles, è anche vero che alcune sue parole risultano ambigue e non è da escludersi uno stravolgimento degli schieramenti nei prossimi mesi, come sarebbe – per altro – fortemente desiderato dalle forze filoserbe al potere. Un cambiamento che, tuttavia, avrebbe pesanti conseguenze a livello di politica interna: già all’indomani della vittoria delle elezioni, diversi rappresentanti dell’ultradestra e dei serbi radicali hanno preso di mira la popolazione bosgnacca musulmana, riproponendo dinamiche etno-nazionaliste che si speravano superate con la fine della guerra, nel 1995. Accanto a ciò, la controversa legge sulla religione sta fornendo da incentivo per degenerare una situazione già precaria.

Il Montenegro dovrebbe invece intraprendere un percorso di auto-critica e cercare di lavorare sulla propria identità nazionale, senza opporsi agli antichi gruppi di origine né – viceversa – fomentandoli, ma creando una strada terza, che permetta a tutte le comunità di sentirsi rappresentate. Solo in questo modo Podgorica potrebbe riuscire a superare le criticità che oggi la stanno sconvolgendo e che rischiano di acuirsi nei prossimi mesi, qualora l’amministrazione compia scelte miopi in base a simpatie o vantaggi momentanei.


[1] Elaborazione dei dati estratti da Census 2011 data – Montenegro dell’Ufficio di Statistica del Montenegro (MONSTAT). Per approfondimenti si faccia riferimento alle tabelle Table CG1. Population by age and ethnicity e Table CG.2 Population by age and mother tongue, reperibili sul sito www.monstat.org

[2] Cfr. Kenneth Morrison, Nationalism, Identity and Statehood in Post-Yugoslav Montenegro, ed. Bloomsbury, Londra, 2018

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