LA TREGUA NEL GOLFO È TUTT’ALTRO CHE DEFINITIVA

L’elezione di Biden e la grave situazione economica hanno indotto Riad a rinunciare all’embargo contro il Qatar, ma guai a parlare di svolta in Medio Oriente.

Novità dal Golfo

Il 2021 mediorientale si è aperto con un importante incontro ad Al-Ula, in Arabia Saudita, nel corso del quale è stato formalizzato un accordo tra Qatar e quei Paesi arabo-sunniti che nel giugno 2017 lo avevano sottoposto a un embargo diplomatico, economico e logistico, con l’accusa di fornire sostegno a organizzazioni ritenute “terroristiche” e di aver sviluppato legami troppo stretti con l’Iran. 

Concreti passi in avanti tra le parti sono stati registrati già a partire dal dicembre 2020, quando Jared Kushner, genero e consigliere per il Medio Oriente dell’ormai ex Presidente Trump, ha incontrato in Qatar l’emiro Tamim bin Hamad Al-Thani, con il quale ha preso l’impegno di lavorare a una riapertura dello spazio aereo e dei confini terrestri tra Qatar e Arabia Saudita. Pochi giorni dopo il ministro degli Esteri del governo saudita ha annunciato il raggiungimento di un accordo volto alla risoluzione della crisi del Golfo, specificando il coinvolgimento di tutti gli Stati coinvolti nella questione. 

Il vertice di Al-Ula

Con queste premesse, il 4 gennaio 2021 il ministro degli Esteri del Kuwait ha annunciato la decisione di Riad di riaprire il suo spazio aereo e le sue frontiere terrestri e marittime al Qatar. Il giorno seguente, Al-Thani ha preso parte al 41° vertice del Gulf Cooperation Council (GCC), tenutosi, per l’appunto, presso la località di Al-Ula. Al-Thani, che dall’introduzione dell’embargo non aveva più potuto presenziare al vertice, è stato accolto con un certo calore in terra saudita, come testimonia il simbolico abbraccio con Mohammed bin Salman (MBS), principe ereditario saudita e vero artefice delle scelte politiche di Riad. Al termine del summit, i sei Paesi partecipanti (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar) hanno firmato un accordo che ha posto ufficialmente fine all’embargo introdotto nel 2017. La notizia è stata data da MBS, che presiedeva l’incontro: il principe ha riconosciuto il fondamentale ruolo mediatore di Kuwait, Oman e Stati Uniti e ha ringraziato i partecipanti per gli sforzi da essi profusi al fine di unire le energie e “far fronte alle sfide che ci circondano”, su tutte le “minacce poste dal regime iraniano”. 

L’intesa raggiunta prevede che, in cambio della rimozione dell’embargo, il Qatar rinunci a chiedere qualsiasi tipo di risarcimento per l’isolamento al quale è stato costretto per più di tre anni. 

La riconciliazione, tuttavia, non va considerata alla stregua di una svolta definitiva negli equilibri del Medio Oriente, poiché le questioni che avevano causato l’introduzione dell’embargo, di fatto, non sono state affrontate al tavolo di Al-Ula. 

L’origine della crisi

La rottura dei rapporti tra il Qatar e il “Quartetto arabo” (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Egitto) risale al giugno 2017, quando a Doha furono mosse accuse legate agli stretti legami sviluppati con Turchia e Iran e al sostegno e finanziamento di gruppi considerati terroristici, come la Fratellanza Musulmana. L’introduzione dell’embargo fu sancita nel mese di luglio, quando il Quartetto stilò un elenco contenente 13 richieste che il Qatar avrebbe dovuto soddisfare per risolvere la crisi. Le principali istanze riguardavano la recisione dei legami con “organizzazioni terroristiche” (Fratellanza Musulmana, Hamas, al-Qaeda, Hezbollah, Stato islamico), la chiusura dell’emittente governativa Al Jazeera, la cessazione dei legami con le opposizioni presenti negli altri Paesi del GCC, la rottura di ogni tipo di rapporto diplomatico con l’Iran, la chiusura di un’importante base militare turca in territorio qatarino e il riallineamento della propria politica estera a quella del GCC. Doha, tuttavia, non ha mai considerato la possibilità di soddisfare le richieste delle altre monarchie del Golfo.

La resistenza del Qatar è stata messa a dura prova dall’isolamento che ha dovuto fronteggiare, considerando soprattutto la chiusura dell’unico confine terrestre (con l’Arabia Saudita) e il blocco aereo-navale che ha impedito all’emirato di ricevere rifornimenti tramite porti e aeroporti dei Paesi fautori del boicottaggio. Nonostante le fisiologiche conseguenze negativesull’economia, l’intervento del Fondo sovrano (il Qatar Investment Authority, che ha iniettato liquidità nelle banche del Paese) e il costante sostegno ricevuto da Turchia e Iran hanno consentito all’emirato di sopravvivere senza doversi piegare all’accettazione delle richieste formulate dal Quartetto nel 2017. 

Doha è ancora un problema

La frattura maggiore (per ora accantonata ma certamente non risolta) tra il Qatar e i Paesi del Quartetto ha radici profonde e una natura politico-religiosa. La divisione è tutta interna al mondo sunnita e vede rigidamente contrapposte due fazioni: da una parte il Qatar e la Turchia, in connessione con tutto il complesso mondo dell’Islam politico, di cui la Fratellanza Musulmana costituisce una delle espressioni più note e rappresentative, ma non l’unica; dall’altra Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita, i cui establishment percepiscono i movimenti islamico-politici come un pericolo per la stabilità dei loro regimi autoritari.

Lo hanno dimostrato le Primavere arabe: si pensi al caso dell’Egitto, dove alle elezioni tenutesi nel periodo post-Mubarak il popolo ha votato a favore della Fratellanza Musulmana, che è riuscita a far eleggere il suo leader, Muhammad Mursī, alla Presidenza della Repubblica. Questo ha indotto le leadership di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita  ad avviare una dura repressione interna contro i movimenti dell’Islam politico (Fratellanza Musulmana in primis), che sono considerati alla stregua di vere e proprie “organizzazioni terroristiche”. 

Gli effetti dell’elezione di Biden

L’esito delle elezioni presidenziali americane ha indubbiamente influito sugli sforzi tesi a favorire la risoluzione della crisi del Golfo. Il riavvicinamento tra le parti ha avuto luogo soprattutto per volontà di MBS, intenzionato a migliorare la sua immagine agli occhi di Joe Biden. Il nuovo inquilino della Casa Bianca, infatti, si è più volte espresso in maniera fortemente critica nei confronti dell’operato dei Saud, soprattutto in merito all’uccisione di Khashoggi, alla guerra in Yemen (sul punto Biden ha recentemente dichiarato che gli USA non forniranno più alcun tipo di sostegno all’Arabia Saudita) e alle violazioni dei diritti umani notoriamente subite da oppositori e dissidenti della famiglia reale. 

La questione del nucleare iraniano

L’astio, per la verità, risale al 2015, quando l’amministrazione Obama-Biden firmò il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sul nucleare iraniano, che destò rabbia e timori tanto a Riad quanto a Tel Aviv e divenne carta straccia nel 2018 per volontà di Trump. Biden, tuttavia, sembra intenzionato a riprendere i negoziati sul nucleare iraniano: la mossa dei Saud, dunque, si pone anche l’obiettivo di ricompattare il fronte arabo in vista della ripresa dei colloqui tra Washington e Teheran e di dare ai Paesi del Golfo maggiore voce in capitolo.

La questione iraniana, tuttavia, non può essere considerata come la principale ragione della fine dell’embargo contro il Qatar: l’Iran, infatti, sta affrontando un periodo di difficoltà economica (derivante dalle sanzioni a cui è sottoposto e dalla pandemia da Covid-19) e d’indebolimento politico (complici le uccisioni di Qassem Suleimani, comandante delle brigate al-Qods delle guardie della Rivoluzione islamica e responsabile delle operazioni estere di Teheran, e di Mohsen Fakhrizadeh, figura chiave del programma nucleare iraniano), che per il momento rendono meno pericolosa la minaccia iraniane.

Il peso della crisi economica

Gli effetti economici derivanti dalla pandemia attualmente in corso sembrano aver giocato il ruolo principale nel cambio di rotta del Quartetto nei confronti del Qatar. Quasi tutte le economie del mondo, anche le più avanzate e diversificate, hanno subito ingenti danni economici negli ultimi dodici mesi. Il discorso è particolarmente valido per quei Paesi mediorientali che dipendono in larghissima parte dal mercato petrolifero, in un periodo in cui il prezzo delle materie energetiche ha conosciuto un grave crollo. La crisi in corso ha costretto gli attori del Golfo a riconsiderare alcuni impegni economici difficilmente sostenibili: costituiscono degli esempi tanto il progressivo disimpegno saudita ed emiratino dalla guerra in Yemen, quanto i lenti passi in avanti nella realizzazione del progetto NEOM. Per tentare di ovviare ai problemi sorti dalle scarse rendite energetiche, la cui redistribuzione ha finora garantito pace sociale e consenso politico, i governi delle monarchie del Golfo hanno scelto di stanziare miliardi di dollari a sostegno delle imprese private, in modo da tenere in vita la struttura economica. 

In conclusione, senza voler negare l’importanza dell’elezione di Biden alla Casa Bianca e della volontà di unire i Paesi sunniti contro Teheran, a determinare l’accordo col Qatar sono stati soprattutto fattori di natura economica e sociale. In altri termini, la necessità di limitare gli effetti devastanti della crisi economica, che potrebbero minare la stabilità dei diversi establishment, ha convinto i Paesi del GCC dell’impossibilità di continuare a sostenere l’embargo contro il Qatar, pur restando irrisolte tutte le rilevanti questioni che ne hanno causato la genesi. 

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