ISIS, SIRIA E USA: L’ESCALATION DI ATTACCHI E LA STRATEGIA A STELLE E STRISCE

L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha stimato che da Marzo 2019 – data ufficiale della sconfitta dello Stato Islamico da parte delle Forze Democratiche Siriane – ad oggi siano morti 1.270 soldati delle forze di Assad  e 703 militanti dello Stato Islamico. Negli ultimi mesi ma soprattutto nelle ultime settimane gli attacchi si sono intensificati e la situazione sembra essere critica in quelle aree in cui l’IS sta ricostruendo delle roccaforti. Nel frattempo gli USA sfidano la Russia e occupano ancora illegalmente il territorio

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un progressivo e costante ritorno di attacchi da parte di militanti dell’IS in Egitto, Afghanistan, Iraq e soprattutto in Siria, dove da dicembre 2020 le forze militanti di Assad hanno anche avviato una serie di interventi parte della campagna di sicurezza voluta dal presidente al fine di ostacolare le attività di diversi gruppi nuovamente attivi in diverse aree del Paese.

Infatti, nonostante gli sforzi delle Syrian Democratic Forces (SDF), sembrerebbe che i “cani sciolti” dello Stato Islamico siano stati in grado di riorganizzarsi e di prendere il controllo di alcune zone nell’area di Badia, a dispetto della dichiarazione ufficiale di sconfitta dell’IS da parte delle suddette milizie nel marzo 2019.

Per quanto il mondo fosse al corrente dell’impossibilità di sconfiggere l’ideologia alla base della propaganda dello Stato Islamico, anche il fatto che l’IS non fosse mai stato totalmente sconfitto e debellato dal territorio è, in realtà, una notizia che non giunge nuova ai più, sebbene per diverso tempo le poche e separate cellule ancora rimaste in vita fossero state per lo più silenti. 

Ma già nel corso del 2020, benchè la comunità internazionale sia stata distratta dalle notizie legate alla pandemia di COVID-19, il gruppo che ha terrorizzato l’Occidente fino a qualche anno fa era tornato a far parlare di sé in diverse zone del Medio Oriente e soprattutto in Siria, dove bombardamenti ed attacchi sono stati più volte perpetrati soprattutto a scapito delle SDF e dei loro alleati. Infatti, oltre alle milizie siriane a fianco di Bashar al-Assad  nel mirino dell’IS sono caduti anche i combattenti filo-iraniani. È del 3 febbraio u.s. infatti l’attacco ad una milizia appartenente ad un gruppo supportato dall’Iran, la Brigata Imam al-Baqir, in un’area di forte interesse strategico per Teheran.

Più in generale le regioni più colpite sono quelle che circondano la zona occidentale dell’Eufrate, le province di Raqqa, Aleppo ed Hama e le regioni desertiche di Homs e Deir al-Zour. Inoltre è doveroso sottolineare come negli anni siano mutate le condizioni dello Stato Islamico che, oltre a non esistere più fisicamente, ha adottato nuovi metodi di combattimento e nuovi criteri di attacco al nemico, rendendo ancora più difficile fronteggiare gruppi di uomini armati stanziati in aree desertiche già di per sé difficoltose da controllare.  

Nella situazione è intervenuta anche Mosca, che ha prestato il proprio aiuto ad Assad tramite l’impiego di aerei messi a disposizione per controllare e colpire l’area di Badia, dove le cellule riaggregate hanno già istituito una roccaforte molto simile ad una piccola città.

Dal 4 febbraio infatti sembrerebbe che i russi abbiano iniziato una campagna di raid aerei contro l’IS, unendosi a Damasco in questa lotta sempre al fianco del presidente in carica. Non sono stati resi noti gli outcome dell’operazione ma sappiamo che, già poco dopo e fino a qualche ora fa, i militanti islamici hanno continuato ad attaccare diverse zone della regione, tra cui il giacimento petrolifero di al-Taim.

Il futuro si prospetta ancora meno roseo se si analizzano gli eventi dell’ultima settimana.  Infatti dopo gli attacchi del 3 febbraio c’è stata un’escalation piuttosto rapida.  Domenica scorsa secondo il SOHR (Syrian Observatory for Human Rights) è degenerata la situazione in cui versava già da tempo il campo profughi di al-Hol, balzato agli oneri delle cronache lo scorso ottobre per la volontà delle autorità curde che lo controllano di rimpatriare 20 mila civili detenuti sospettati di essere affiliati, familiari o conoscenti di combattenti ISIS.

Secondo l’osservatorio il campo rischia di  trasformarsi in un detonatore capace di far esplodere disordini in tutta la regione nord-orientale. Questo perché, oltre ad un cospicuo aumento di crimini interni, al-Hol (dopo che per anni i curdi hanno sollecitato i vari Paesi della comunità internazionale al rimpatrio dei propri combattenti) è ormai alla stregua di un piccolo Stato composto da affiliati all’IS e dai loro cari, per quanto quesit ultimi neghino qualsiasi contatto. Ma è stato l’attacco dell’8 febbraio scorso a rialzare davvero l’interesse intorno alla questione. 

Sono stati 26 i militanti siriani che hanno perso la vita in conseguenza ad un’imboscata organizzata dai terroristi islamici sempre nel territorio di Deir al-Zour ed è il secondo bilancio peggiore degli ultimi mesi. Ma soprattutto, a destare preoccupazione, è il fatto che lo scontro sia avvenuto in una zona in cui, storicamente, si dividono i curdi con l’appoggio USA da un lato ed i siriani appoggiati da Mosca dall’altro. 

Per via della tensione storica che caratterizza le relazioni tra americani e russi questi ultimi non hanno, secondo Marco Bertolini (Comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze e della Brigata Folgore in diverse missioni internazionali) avuto la possibilità di inviare i raid aerei nelle zone controllate dagli USA, lasciando quindi piede libero alle cellule stanziate in quella zona. 

Data l’ostilità con cui soprattutto i governi democratici a stelle e strisce hanno trattato con i russi, non ci si aspetta che la situazione possa migliorare a breve ma – anzi – il popolo siriano, già fortemente debilitato da una guerra decennale e dall’espropriazione indebita di giacimenti di petrolio di sua proprietà, non potrà altro che soffrire ulteriormente le battaglie degli altri Paesi coinvolti.

Inoltre, nelle ultime settimane, diversi testimoni dicono di aver assistito ad un trasporto cospicuo di risorse volte all’espletamento di azioni militari ed interessi petroliferi che dalle basi americane irachene si muovevano, illegalmente, verso le basi stanziate nella regione orientale della Siria. Occupando il territorio siriano senza il benestare di Damasco o dell’ONU, il diritto internazionale sancisce infatti l’illegalità della presenza americana sul suolo siriano nonché, conseguentemente e logicamente, delle sue basi militari. 

Un esempio è sicuramente al-Tanf, oltretutto sospettata di essere un trampolino di lancio per gli attacchi terroristici dei militanti dell’IS. Non sarebbe la prima volta che truppe appartenenti ad eserciti stranieri, in questo gli USA, addestrino militanti di organizzazioni terroristiche o comunque sovversive per riuscire ad abbattere il governo nazionale, e soprattutto gli Stati Uniti hanno una lunga cronaca nera di situazioni simili venute alla luce diversi anni dopo la fine degli interventi. 

Basti pensare all’ Operation Cyclone in Afghanistan o all’ Operazione Timber Sycamore intrapresa anni fa sempre in Siria.  Questo perché quando c’è un forte interesse strategico le potenze, che siano regionali o mondiali, sono mosse da interessi personali che niente hanno a che vedere con l’etica delle proprie azioni.  Ed è qui che si scopre l’importanza di controllare l’autostrada che collega Damasco a Baghdad per interferire con i traffici provenienti dall’Iran, casualmente parte del territorio in cui si trova al-Tanf.

Nonostante questo è di poche ore fa la dichiarazione di John Kirby, portavoce del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, secondo cui le truppe americane non sono stanziate sul territorio siriano per proteggere i giacimenti petroliferi ma “il loro dovere è quello di combattere lo Stato Islamico”, aggiungendo che  le 900 unità ancora presenti “sono lì per sostenere la missione contro l’ISIS in Siria”.

Questo potrebbe implicare una cessione dei giacimenti controllati alle forze armate curde, violando quindi ancora una volta la sovranità del popolo arabo siriano, dal momento che negli ultimi tempi gli stessi curdi si sono resi protagonisti di diversi crimini nei confronti della popolazione araba siriana quali rapimenti, assedi, occupazioni ed esecuzioni.

Negli ultimi giorni sembrerebbe comunque che le SDF abbiano intrapreso operazioni volte a ridurre ed eliminare le cellule criminali di lotta interna dell’IS, probabilmente responsabili dell’elevato numero di crimini nel campo profughi, ma soprattutto che le forze curde siano riuscite ad attaccare la rete criminale presente ad al-Hol anche grazie al supporto dell’operazione americana Inherent Resolve e a colpire la rete logisticache sostiene i militanti IS chiudendo le rotte utilizzate da questi ultimi per trasferire provvigioni di armi e uomini.

Di sicuro, l’intensificazione di attacchi a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane denota una scarsa capacità – sul lungo periodo – delle truppe di Assad di far fronte a questa minaccia. Probabilmente complice la morfologia del territorio occupato, quindi la furbizia di cui ancora una volta si fanno padroni i militanti jihadisti, è difficile ad oggi per le SDF debellare la minaccia che sta prendendo sempre più forma, oltretutto essendo strettamente nel mirino delle imboscate.

Di sicuro dal canto suo lo Stato Islamico sa dimostrare la propria capacità di reinventarsi, di rinascere e continuare a colpire nonostante le sconfitte fisiche e territoriali. In un periodo così caotico, hanno saputo sfruttare bene le tensioni presenti tra i diversi leader arabo siriani, curdi, tribali, iraniani e chiunque altro stia interagendo nella complessissima scacchiera della situazione siriana. 

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