IN MEDIO ORIENTE, SI PREFERISCE LA CINA AGLI STATI UNITI

La Cina sta oscurando il ruolo di potenza egemone nella regione MENA, tradizionalmente appartenuto agli Stati Uniti.

Con il graduale disimpegno statunitense dalla regione MENA, gli Stati Uniti non detengono più il ruolo di egemone che ha definito l’ordine regionale fin dagli anni Ottanta. Difatti, la riduzione della presenza americana in teatri di guerra come Afghanistan, Iraq e Siria, iniziata già sotto la presidenza Obama, ha raggiunto il suo apice con il presidente Trump, il cui obiettivo principale era quello di porre termine “alle guerre senza fine”.


Questo ha permesso a nuovi attori di emergere e di contenersi l’influenza su una delle regioni più ambite e instabili. Oltre a Russia e Turchia, è la Cina a sfidare il tradizionale dominio statunitense in Medio Oriente e Nord Africa, rafforzando il suo coinvolgimento nella regione grazie alla Belt and Road Initiative

Attualmente, la Cina rappresenta uno dei Paesi che investe di più nella regione, con il 30% degli investimenti esteri diretti, ed è presente una grande interdipendenza energetica, considerando che la Cina importa più della metà del suo petrolio dal Medio Oriente e che i maggiori investimenti cinesi riguardano il settore energetico. 

La pandemia, poi, ha offerto l’occasione a Beijing per rafforzare la sua presenza, con quella che è ormai nota come la “diplomazia delle mascherine”. Ad esempio, di fronte ai primi contagi in Libano, la risposta della Cina è stata pronta ed efficiente, grazie all’assistenza medica fornita al governo. 

Secondo un recente sondaggio di Arab Barometer condotto in sei Paesi (Algeria, Giordania, Tunisia, Libano, Libia e Marocco), si è evinto che i cittadini arabi preferiscono rafforzare le relazioni con la Cina. Il 60% degli algerini preferisce la Cina, seguito dal 52% dei marocchini, dal 50% tunisini e dal 43% dei libanesi, mentre soltanto il 28% dei cittadini marocchini preferisce gli Stati Uniti, percentuale che è ancora più bassa in Libia (solo il 14%). 

La Cina risulta più attrattiva perché punta, almeno in apparenza, alle relazioni economiche, tenendosi fuori dalla sfera politica, a differenza degli Stati Uniti, colpevoli spesso di interferenza negli affari interni degli Stati arabi, basti pensare all’invasione irachena del 2003. 

Il soft power cinese è vincente perché è privo di quella storia imperialista e coloniale, di cui, invece, è portavoce Washington e questo permette di attuare una politica all’insegna della neutralità e non interferenza, enfatizzando, però, la dipendenza economica.  Resta incerto se la politica di non interferenza sarà sostenibile nel lungo termine, dato che la crescente presenza cinese andrà a ledere, in maniera inevitabile, gli storici interessi degli Stati Uniti nella regione. 

Noemi Verducci

Buon sabato a tutti, sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione Medio Oriente. Attualmente studentessa di Relazioni ed Istituzioni dell’Asia e dell’Africa all’Università “L’Orientale” di Napoli.
Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus.
Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico.
Il lavoro di tesi triennale, su Hezbollah e le sue strategie comunicative, mi ha fatto comprendere la necessità di studiare ed analizzare un’area geopolitica di cui si parla spesso in maniera impropria, attraverso una lente “orientalista” che impedisce di interpretare in maniera corretta eventi storici e politici.
Essere parte di IARI è un modo per mettermi in gioco ed approfondire dinamiche politiche che risultano centrali per comprendere ciò che accade nel mondo. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.

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