CORTE COSTITUZIONALE POLACCA: UNA SENTENZA CHE VIOLA I DIRITTI RIPRODUTTIVI

La sentenza della Corte Costituzionale polacca consiste in un divieto de facto dell’aborto, in violazione dei diritti riproduttivi e dell’autodeterminazione delle donne.  

Non si sono mai fermate le proteste nelle piazze polacche da quando, lo scorso 22 ottobre, il Tribunale costituzionale ha emesso una sentenza che riduce ulteriormente l’accesso all’aborto legale nel paese che, assieme a Malta, adotta la normativa più restrittiva d’Europa, in materia di interruzione di gravidanza. La Corte Costituzionale, infatti, ha dichiarato incostituzionale la norma, contenuta nella legge sull’aborto del 1993, che consentiva la pratica in caso di “gravi ed irreversibili malformazioni fetali o malattie incurabili, che minacciano la vita del feto”.

Nonostante i mesi di proteste e le critiche delle istituzioni europee, il  governo polacco ha deciso di non arretrare ed il 27 gennaio, al momento del deposito delle motivazioni della sentenza da parte della Corte, ha annunciato la pubblicazione della legge, sulla Gazzetta Ufficiale, e l’immediata entrata in vigore.

La risposta della popolazione non si è, però, fatta attendere, dal momento che la sera stessa le piazze di ben 51 città polacche si sono riempite di manifestanti. La sentenza, così come formulata, lancia un messaggio chiaro: il benessere della donna non è considerato un valido motivo per interrompere una gravidanza, neppure nell’ipotesi di patologie fetali gravi ed incompatibili con la vita. Scelta che, oltretutto, rischia di prestare il fianco a possibili future ulteriori limitazioni del diritto, che potrebbe essere del tutto abolito. 

Ricordiamo, infatti, che la normativa in materia di aborto, in Polonia, è particolarmente restrittiva, essendo concessa solamente in tre ipotesi: in caso di stupro o incesto (accertato da una sentenza), nel caso in cui sia in pericolo la vita della gestante e, fino alla recente sentenza, nel caso di patologie fetali gravi, pur sempre entro la dodicesima settimana. In tal modo, non solo si restringe ulteriormente la discrezionalità della scelta della donna, ma oltretutto si finisce per criminalizzare proprio quel settore delle interruzioni di gravidanza più richiesto, nel Paese.

Circa il 98% degli aborti, in Polonia, viene praticato a causa di gravi malformazioni del feto, che comprometterebbero gravemente la vita del nascituro: nel 2019, 1.074 su 1.100 interruzioni di gravidanza totali.   In base alla nuova normativa, i medici (e chiunque presti assistenza alla pratica abortiva), in tali ipotesi, rischierebbero 3 anni di prigione. Scelta che si inserisce nel solco di un atteggiamento già particolarmente ostativo da parte dell’istituzione sanitaria. 

In base ai dati raccolti da Federation for Women and Family Planning, nel 2018, solo il 10% degli ospedali polacchi ha fornito l’aborto, anche quello previsto dalla legge. Intere regioni sarebbero del tutto sprovviste di ospedali che offrano il servizio e laddove sia consentito, l’obiezione di coscienza, spesso abusata dal personale sanitario, ne impedisce, in concreto, l’attuazione.

Oltre 120 mila sono le donne che, ogni anno, cercano di andare all’estero per aggirare le restrizioni. Tale scelta del governo consiste in un attacco “sistematico e coordinato” dei parlamentari polacchi “ai diritti delle donne”, ha affermato Esther Major, consulente per la ricerca di Amnesty International e non farà altro che incentivare il ricorso ad aborti clandestini e poco sicuri.  

Polonia ed aborto: una questione di lunga data.

In Polonia, la questione dell’aborto è molto controversa, in virtù del forte legame che, nel tempo, si è instaurato tra forze politiche e Chiesa Cattolica.  Nel 1932, il governo polacco aveva depenalizzato l’aborto, anche se esclusivamente per motivi terapeutici o di stupro. A tali cause di giustificazione, nel 1956, si era aggiunta l’ipotesi di “condizioni di vita difficoltose” della madre, nozione che in una sua interpretazione più ampia poteva consentire l’accesso alla pratica abortiva ad un alto numero di casi.

Il crollo del regime comunista ha comportato un netto cambiamento di direzione. La Chiesa Cattolica, che aveva giocato un ruolo notevole nel supporto ai gruppi di opposizione al governo comunista,  cominciò a fare pressioni al Parlamento polacco, per l’adozione di graduali limitazioni al diritto di aborto. Fino ad arrivare alla normativa del 1993, dalla quale fu espunta la scriminante delle difficili condizioni di vita della madre. 

Nel 2016, comincia l’iter del governo per la limitazione dei diritti, culminata con la recente sentenza.  In primis, si impone la prescrizione per la contraccezione d’emergenza, contro le raccomandazioni dell’Agenzia europea del farmaco. Nello stesso anno, organizzazioni ultracattoliche presentano in Parlamento una proposta di legge che avrebbe addirittura mandato in prigione la paziente che avesse usufruito di tale pratica.

Le donne polacche reagiscono immediatamente con una forte protesta che costringe il governo a fare retromarcia. A distanza di due anni, nel 2018, un nuovo tentativo parlamentare di modificare la legge naufraga, sempre a causa delle contestazioni popolari. Da qui, la scelta di delegare la questione al Tribunale Costituzionale, saltando del tutto il passaggio parlamentare e sollevando la questione sulla legittimità costituzionale della norma in oggetto. 

Una mossa controversa e molto contestata, anche per il tempismo della sentenza, che arriva ad ottobre, nel pieno della seconda ondata del Covid-19, mentre l’intera Polonia è zona rossa. Un piano studiato, probabilmente, proprio per evitare le contestazioni di piazza, ma non riuscito, dal momento che la mobilitazione cittadina ha dato avvio ad una protesta orizzontale e molto radicata che nasce dalla contestazione nei confronti di una élite politica che vive in stretta simbiosi con le gerarchie cattoliche. Le rivolte in piazza sarebbero, dunque, lo specchio della velocizzazione del processo di laicizzazione del Paese.

La condanna del Parlamento Europeo. 

L’Unione Europea si è più volte scontrata con la Polonia, per le politiche controverse del governo di Varsavia volte, secondo Bruxelles, a limitare le libertà civili e personali dei cittadini.  Negli ultimi quattro anni, il PiS ha assunto il controllo della Corte Costituzionale, della magistratura e dell’organo incaricato della nomina dei giudici. Già in occasione del precedente mandato, l’esecutivo aveva tentato di assumere il controllo della Corte Suprema, ma era stato ostacolato dalla Corte di Giustizia dell’UE.

Tensioni che si sono ulteriormente inasprite, in occasione dell’incontro tra Věra Jourová, vicepresidente della Commissione Europea per la Trasparenza ed i funzionari polacchi di Parlamento ed autorità giudiziarie, del 28 gennaio 2020. La riunione aveva ad oggetto una discussa riforma giudiziaria, la quale avrebbe garantito il controllo totale dell’esecutivo sul potere giudiziario, prevedendo licenziamenti, trasferimenti o sanzioni per quei giudici che criticavano il governo.  In occasione della contestata sentenza, le istituzioni europee non hanno tardato nello schierarsi a sostegno delle piazze ed a condannare l’operato della Polonia. 

Nella Risoluzione 2020/2876, il Parlamento Europeo ha chiarito che la scelta di rendere illegale l’aborto, nei casi di gravi ed irreversibili malformazioni fetali, non farebbe altro che mettere “a rischio la salute e la vita delle donne”.  Oltretutto, si sottolinea il fatto che la decisione sia stata adottata da “giudici eletti e pienamente dipendenti da esponenti politici della coalizione di governo, guidata dal partito Diritto e Giustizia”.

Anche la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, più volte in passato, ha condannato l’operato della Polonia per violazione dei diritti umani fondamentali delle donne, proprio in materia di impedimento di accesso alla pratica abortiva.   L’accesso tempestivo ed incondizionato ai servizi di salute riproduttiva ed il rispetto dell’autonomia ed indipendenza decisionale delle donne sono fondamentali per garantire i diritti umani e l’uguaglianza di genere.

Secondo il Parlamento Europeo, inoltre, la sentenza sarebbe il frutto di una “appropriazione politica della magistratura, dimostrazione del collasso sistemico dello stato di diritto in Polonia”. Per tale ragione, ha invitato la Commissione a valutare la composizione del Tribunale Costituzionale, ritenendo che costituirebbe motivo di contestazione della validità della sentenza stessa.

“Aborto legale. Nessun compromesso”.

Nonostante le circostanze avverse, l’organizzazione a difesa dei diritti delle donne Women’s Strike, assieme ai parlamentari di sinistra, ha lanciato una campagna per la raccolta firme in favore del progetto di legge sulla legalizzazione dell’aborto. 

“Aborto legale. Nessun compromesso”, questo il nome della proposta. Si tratta di un progetto “minimo”, in linea con gli standard europei che, il 3 febbraio, è stato presentato in conferenza stampa davanti al Parlamento polacco. Il progetto prevede il diritto di “ogni persona incinta” di ricevere assistenza sanitaria, sotto forma di interruzione di gravidanza, fino al termine della dodicesima settimana, senza dover fornire alcuna motivazione alla propria scelta. 

Concedendo, dopo tale termine, l’accesso all’aborto esclusivamente nei casi di anomalie fetali e di gravidanze conseguenti ad atti criminali.  In base a tale proposta, il servizio di interruzione di gravidanza dovrà essere fornito in conformità con lo stato attuale delle conoscenze mediche. Vale a dire, prendendo in considerazione tutte le metodologie consentite, compresa quella farmacologica. 

Il disegno di legge affronta, ulteriormente, il problema dell’obiezione di coscienza. Se un medico rifiuta di fornire tali servizi sanitari, il capo del dipartimento o dell’unità sanitaria è tenuto a designarne un altro, entro 24 ore.   

Dovrà essere sempre consentito alla madre l’accesso a test prenatali, indipendentemente dall’età o dal grado di rischio. Da ultimo, chiaramente, verrebbe depenalizzata la condotta del medico e di chiunque assista la paziente nella pratica abortiva. “È un momento orribile e nonostante ciò stiamo facendo il quinto tentativo di legalizzare l’aborto in Polonia” ha dichiarato Marta Lempart, della Women’s Strike (Strajk Kobiet). 

L’attivista lamenta i numerosi tentativi del governo di screditare l’azione dell’organizzazione ed i suoi membri, ma promette che questo sarà solo l’inizio di una serie di iniziative per riuscire ad arrivare alla legalizzazione dell’aborto.  “In Argentina ci sono voluti 15 anni e 9 tentativi. Andremo fino in fondo, useremo la loro esperienza, formeremo coalizioni, useremo ogni strada per arrivarci. La verità prevarrà, avremo regole legali e normali sull’aborto”.  

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