LA FORZA CREA IL DIRITTO NEL COMMERCIO DELLE RISORSE: UNA PANORAMICA

Perché il petrolio, oltre ad essere il bene più prezioso al mondo, è anche quello che genera più conflitti? Si vedrà che il possesso ed il commercio delle risorse naturali si basa sui principi di un sistema internazionale ormai datato. 

Le risorse naturali della terra, rilevabili in tutti i prodotti che il nostro mondo globalizzato ci mette a disposizione, sono all’origine di una elaborata, nonché affascinante, catena di approvvigionamento mondiale, eppure contemporaneamente innescano quella ‘‘maledizione delle risorse’’ di cui spesso si dice siano afflitti i principali paesi produttori. In tali paesi, l’abbondanza di risorse sembra essere direttamente proporzionale con l’aumento del rischio di dinamiche di coercizione, corruzione e clientelismo e, quindi, con la riduzione di libertà, pace e giustizia a beneficio dei cittadini. 

La base del ragionamento, secondo il quale le risorse naturali siano un moltiplicatore del rischio di conflitti e soprusi interni, è fornita dalla considerazione che le risorse naturali sono fonti di denaro enormi, segrete ed incondizionate, disponibili anche nel mezzo di un conflitto armato. Costituiscono, così, la fonte di potere preferita da regimi e milizie. Le risorse si rivelano essere devastanti per un paese in cui il popolo non è ancora in grado di esercitare un particolare controllo su coloro i quali governano, ovvero quei popoli che non hanno ancora avviato un“processo schumpeteriano”.

Questo è da intendersi come un procedimento attraverso il quale l’esecutivo concede il potere politico ai rappresentanti dei cittadini in cambio delle tasse di cui ha bisogno per mantenere il suo funzionamento, ovvero il suo ridotto potere politico. Un processo schumpeteriano adatta la politica di un paese alla sua economia. Quanto più denaro dei contribuenti sarà necessario all’esecutivo, tanto più potere quest’ultimo dovrà cedere. Tale dinamica può essere racchiusa dal ben noto slogan “no taxation without representation”.

Quando un popolo è più forte dello “Stato”, può far sì che i profitti delle risorse siano utilizzati a vantaggio di tutta la comunità, come è avvenuto in Norvegia. Qui, il denaro delle risorse può rafforzare il popolo. Al contrario, la situazione più comune delle autocrazie dipendenti dalle risorse, è che il denaro di queste indebolisce un popolo la cui presa sulla classe governante è già debole, se non nulla. In questi Paesi, la classe governante è assuefatta dai soldi provenienti dalla vendita delle risorse.

Ex iniuria ius non oritur 


“Dall’ingiustizia non scaturisce il diritto”. È noto che il possesso fisico sia distinto dai diritti di proprietà, in quanto, a differenza della proprietà, che crea un rapporto giuridico, il possesso è solo un fatto fisico e non implica alcun trasferimento legale di un diritto di proprietà.
Per quanto riguarda le risorse nell’ordine internazionale odierno, tuttavia, il possesso costituisce la proprietà. Chiunque sia in grado, con ogni mezzo, di esercitare il proprio controllo fisico sul territorio di un paese, o su una porzione di esso, conquista il diritto legale di venderne le risorse. In questo modo, si premia la violenza con i diritti. In genere, la forza viola i diritti, ma quando si tratta di risorse naturali la forza, de facto, li conferisce.

La regola secondo la quale la forza crea il diritto, ovvero la regola dell’efficacia, è un frammento di diritto internazionale premoderno, un portato dell’era westfaliana. Nel diritto internazionale moderno, la forza non crea più il diritto neanche in situazioni di guerra, sottoposte alle regolamentazioni delle Convenzioni dell’Aja.

Con l’espressione ‹‹Vae victis›› i romani decretarono che ai vincitori andasse il bottino, e gli imperatori ed i re europei della prima età moderna, con entusiasmo, fecero proprio questo detto.

Nel 1625, Ugo Grozio scrisse il primo testo moderno sul diritto internazionale, citando le autorità romane a supporto della regola per cui le proprietà di un nemico si potevano saccheggiare e distruggere, compresi i suoi luoghi sacri, elaborando una codificazione della regola secondo cui la forza crea il diritto, dando risonanza alla locuzione latina ‹‹Vae victis››.  Questa autorizzazione legale al saccheggio verrà più volte ripresa nel corso della storia, basti pensare alle razzie napoleoniche dei capolavori artistici italiani, o agli stessi furti e saccheggi, che verranno imputati a Norimberga. 

In tempi più moderni, le leggi europee si sono evolute, parallelamente al sentire comune in merito alla questione, passando da una regola al suo opposto.  Con il collasso della cristianità, culminato con la Guerra dei trent’anni, si venne a creare un vuoto di potere riempito da un minimale sistema di regole rinvenibile nella pace di Westfalia del 1648. Il nuovo consenso che ne scaturì poggiava la propria organizzazione sulla regola dell’efficacia: la forza crea il diritto

Secondo Grozio, la forza conferisce il diritto a governare il territorio conquistato e alla proprietà confiscata e tutte le nazioni devono riconoscere questi titoli a proprietà e territorio, che saranno la base di tutte le future rivendicazioni. Nell’ordinamento di Westfalia l’efficacia non era solo la legge favorevole al saccheggio, ma a qualsiasi sopruso. Per quanto questa regola oggi venga, a ragione, ripudiata dalle relazioni internazionali, ai tempi costituì comunque un notevole passo in avanti, un progresso morale, rispetto alla crisi di legittimità precedente e al caos del disaccordo. 

Sulla base dell’efficacia, per esempio, si pose una fine ai conflitti tra eserciti confessionali e, in aggiunta, ci si accordò sul fatto che un territorio fosse legittimamente governato solo da coloro i quali fossero in grado di mantenervi un effettivo controllo coercitivo. Fino a quando un sovrano poteva mantenere questo controllo, era riconosciuto come degno di quel potere al pari degli altri. Nel sistema delineato, la forza, ovvero l’efficacia del proprio controllo coercitivo, creava il diritto in tutte le dimensioni delle relazioni internazionali: non vi era alcuna proibizione contro la guerra ad un altro sovrano, o contro l’acquisizione manu militari del suo territorio o della proprietà dei suoi sudditi. I confini, pertanto, erano disegnati a matita, pronti ad essere alterati tramite l’uso della forza. 

Secondo James Crawford, il diritto delle nazioni era la codificazione della legge della giungla e la pace non era il prodotto di una regola internazionale, quanto piuttosto l’indicatore di un temporaneo equilibrio di potere. Questa regola sarà lo strumento della transizione della gerarchia clientelare della cristianità al sistema di sovranità territoriale dello Stato moderno. Con la regola dell’efficacia, inoltre, i sovrani erano privi di qualsiasi supervisione giuridica o limitazione rispetto all’esercizio interno del potere. Non vi era quasi alcun interesse rispetto a come il sovrano trattasse i suoi sudditi o disponesse delle risorse del proprio territorio, di come conducesse gli affari interni. Un sovrano poteva abusare e trascurare in maniera illimitata il proprio popolo, senza violare alcuna regola di diritto internazionale e senza alcuna, conseguente, reazione dall’esterno. 

Dopo Westfalia, questo principio ebbe enorme diffusione, legittimando per esempio le imprese coloniali europee. In un secondo momento, in Europa iniziarono a svilupparsi regole di contropotere nelle relazioni internazionali. Mutarono, tra tutte, le regole sul modo in cui i sovrani erano autorizzati a trattare il proprio popolo. Si dovrà, tuttavia, attendere la fine del Secondo Conflitto Mondiale per allontanarsi del tutto dall’ordine di Westfalia. 

Il superamento del sistema westfaliano

Le devastazioni immani della guerra, infatti, imposero che ai rapporti tra governanti e governati venisse data una forma giuridica compiuta. La rivoluzione dei diritti umani, che ebbe inizio con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, sradicò la regola secondo la quale il controllo coercitivo su degli esseri umani legittima qualunque azione. Il trattamento dei cittadini è una questione di interesse internazionale. Il fatto che ogni nazione abbia ratificato qualche trattato sui diritti umani indica, di fatto la morte, del sistema legale westfaliano secondo cui la forza crea il diritto.

Nell’epoca contemporanea, tuttavia, la regola dell’efficacia resta valida per le risorse naturali, e questo retaggio westfaliano contrasta fortemente con gli ideali moderni. Se non ha più senso che il controllo coercitivo su degli esseri umani possa costituirne la base legale della loro riduzione in schiavitù, o che il dominio coercitivo conferisca il diritto di maltrattare una popolazione, non ha senso neanche che il dominio coercitivo possa conferire il diritto di vendere le risorse naturali di un paese. 

Questo immobilismo crea una discrepanza a livello giuridico e morale, che contamina la catena di approvvigionamento globale. Le supply chains globali, dominate dal commercio delle risorse, ed in primis dal commercio del petrolio, prendono il via dal reiterarsi di un ingiusto principio secondo il quale chiunque possa impossessarsi delle risorse sia in diritto di venderle. Essendo questo principio ancora valido nel commercio internazionale, il possesso viene trasformato in proprietà, dando il titolo a ricevere il denaro dopo aver venduto le risorse. I frutti della coercizione vengono inviati nei supermercati e nelle stazioni di servizio dei paesi importatori, facendo confluire i nostri soldi nelle mani di chi comprerà più armi per controllare la propria popolazione ed appropriarsi delle risorse del territorio senza poter subire alcuna reazione rilevante. 

Nonostante le dichiarazioni sulla sovranità popolare risuonino nelle carte costituzionali del mondo, la realtà fattuale ha razionalizzato e normalizzato le relazioni di potere interne ed internazionali, facendo sì che la regola internazionale secondo la quale la forza crea il diritto resti ancora in auge nel commercio internazionale, mettendo i consumatori in affari con i regimi più pericolosi e violenti al mondo.

Annachiara Cammarata

Annachiara Cammarata, analista per IARI di Diritto Internazionale e diritti umani. Laureata in Mediazione linguistica e culturale presso l’Università degli studi di Napoli l’Orientale, con una tesi sulla tutela dei diritti umani nel sistema giuridico islamico, sono attualmente laureanda magistrale in Relazioni Internazionali per l’area MENA nello stesso ateneo, redigendo la mia tesi sulla cooperazione strategica dell’Ue con i Paesi terzi per la gestione dei flussi migratori, e sto frequentando un Master di II livello in Politica e Relazioni Internazionali presso la LUMSA di Roma. Durante il mio percorso universitario ho avuto l’opportunità di studiare all’estero in Europa, America Latina e Nord Africa, esperienze preziose che mi hanno aiutata a dare forma ai miei progetti accademici e lavorativi.

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