LE RIAMMISSIONI INFORMALI VIOLANO LE CONVENZIONI SUI DIRITTI UMANI

Nonostante la sentenza, la pratica di riammissione informale si verifica ancora in Europa

Il 18 gennaio 2021 il tribunale di Roma (sezioni diritti della persona e immigrazione) ha dichiarato illegittimi i respingimenti italiani dei migranti in Slovenia. Tali respingimenti, definiti “riammissioni informali”, si verificavano da anni ma sono stati portati alla luce dell’attenzione internazionale tra il 2017 e il 2020. La polizia italiana ha per anni fermato e respinto i migranti provenienti dalla Slovenia. A sua volta la Slovenia effettuava respingimenti a catena verso la Bosnia. La fonte che legittimava queste pratiche era l’accordo bilaterale Italia-Slovenia risalente al 1996, mai ratificato dal Parlamento italiano.

Il tribunale di Roma ha accolto il ricorso di un cittadino pakistano, richiedente asilo, che nell’estate 2020 era stato respinto da Trieste fino a Sarajevo, complici le forze dell’ordine slovene e croate. Il procedimento di respingimenti a catena è consolidato nell’area balcanica e più volte denunciato da associazioni locali, ONG, membri della società civile e gruppi di avvocati. 

Come riporta il sito dell’Associazione di Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), i respingimenti sono illegali sotto diversi punti di vista e quindi la sentenza del tribunale di Roma rappresenta un precedente giuridico importante per condannare tali pratiche. Casi simili a quello in oggetto della sentenza del 18 gennaio, infatti, si verificano non solo sulla cosiddetta Rotta Balcanica ma anche nel Mediterraneo e nell’Egeo. Il tribunale di Roma ha imputato al Viminale la violazione della Costituzione italiana, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Sempre secondo l’ASGI, per il giudice l’accordo bilaterale del 1996 non è mai stato ratificato dal Parlamento italiano e per questo non può modificare o derogare leggi vigenti in Italia. Tra queste ultime si includono anche le norme dell’Unione Europea, le norme di diritto internazionale o quelle derivanti da esso. 

Oltre a questo primo livello, la riammissione è illegale perchè non prevede provvedimenti amministrativi di notifica: le persone vengono respinte senza prima essere informate e senza poter, quindi, nominare un avvocato o fare ricorso. Si va dunque a violare il diritto di difesa tutelato dall’articolo 24 della Costituzione italiana e anche dalla CEDU (art.13) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art.47). Inoltre lo Stato italiano, anche respingendo lo straniero, avrebbe dovuto accertarsi del suo trattamento in Paesi come Croazia e Slovenia. Secondo il tribunale di Roma, il governo era a conoscenza delle violenze perpetrate dalla polizia croata e non poteva considerare luoghi come la Croazia “Paesi sicuri”. Infatti in Croazia i richiedenti asilo erano sottoposti a trattamenti degradanti e inumani 

Perchè i respingimenti sono illegali

L’ASGI fa notare che la possibilità di applicare accordi di riammissione è prevista sia dall’Unione Europea (art. 6 Direttiva 2008/115/CE, detta “Direttiva sui rimpatri”) che dal diritto nazionale (art. 13 c. 14 ter d.lgs. 286/98). Tuttavia,  questa non può avvenire in contrasto con le norme sui diritti umani del diritto internazionale. Secondo l’ASGI: “l’esecuzione della riammissione del cittadino straniero non può mai avvenire in violazione delle norme che compongono il Sistema Comune Europeo di Asilo e il cd. Codice Frontiere Schengen, e in tutti i casi in cui la riammissione comporti una 1 violazione dei diritti umani fondamentali e/o il rischio di respingimenti a catena verso Stati terzi.

Ad essere illegale, quindi, è anche proprio la forma in cui è avvenuto il respingimento. Esistono infatti delle norme che disciplinano il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne (ad esempio nel Codice Frontiere Schengen) e le modalità di effettuazione delle verifiche alla frontiera e dei respingimenti in caso di ripristino dei controlli alla frontiere interne. Queste disposizioni, per quanto problematiche, non prevedono la contravvenzione alle norme internazionali su diritto d’asilo, non respingimento e protezione internazionale. 

Gli Stati hanno l’obbligo di riconoscere, garantire e proteggere i diritti umani delle persone che si trovano sotto la propria giurisdizione nonché il dovere di rispettare i trattati sui diritti umani e di non trasformarli in norme prive di efficacia. Inoltre, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali ha effetti extraterritoriali. Questo significa che uno Stato risponde degli obblighi della convenzione anche quando non impedisce la violazione della stessa a un altro Stato.

Gli stati membri dell’UE hanno il diritto di controllare le proprie frontiere ma anche l’obbligo di rispettare il principio di non refoulement e non possono operare respingimenti collettivi in nessun caso. Inoltre sono tenuti a rispettare il diritto d’asilo (convenzione di Ginevra, 1951). In merito a questo, gli Stati sono obbligati a permettere di richiedere asilo nel proprio territorio, fornendo gli strumenti adeguati tra cui una corretta informazione sulle procedure. le domande di asilo devono poi essere esaminate in maniera individuale e non collettiva e in caso di rifiuto bisogna fornire l’opportunità di ricorso.  

“Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali”. (art 13 CEDU)

La Convenzione di Ginevra: principio di non refoulement

Il principio di non refoulement (non respingimento) compare nella Convenzione di Ginevra del 1951 sui diritti dei rifugiati ed è assunta come norma consuetudinaria nel diritto internazionale, dunque valida anche per gli Stati che non hanno firmato o ratificato la convenzione.  Il principio di non respingimento vieta di respingere colui o colei che faccia richiesta d’asilo se il rischio è di esporre la persona a trattamenti inumani e degradanti. in particolare, nell’art. 33 la Convenzione vieta l’espulsione e il rinvio al confine in questi termini: 

“Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”

Questa disposizione non vale soltanto se il rifugiato è considerato, a fronte di prove consistenti, un pericolo o una minaccia per la sicurezza del Paese.  Il principio di non respingimento è presente anche nella Convenzione sulla tortura (1984), che proibisce il trasferimento in luoghi dove la persona potrebbe essere sottoposta a pene degradanti.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from LAW & RIGHTS