ISRAELE E IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

In Israele è stato approvato il piano generale per l’industria e le infrastrutture energetiche fino al 2050. Il piano regolatore per l’energia ridurrà in modo significativo gli spazi aperti dove sarà possibile costruire centrali solari, ma allo stesso tempo consentirà a linee elettriche ad alta tensione di attraversare molte foreste e corridoi ecologici.

2020: l’anno più caldo di sempre

Gli scienziati della NASA e l’organizzazione di ricerca europea Copernicus hanno evidenziato che, il 2020, come tutti gli anni precedenti, si è classificato come uno degli anni più caldi di sempre. In realtà condivide il titolo di “anno più caldo” con il 2016. Non a caso ondate di calore, siccità, inondazioni e incendi sono state il destino dell’umanità anche nello sfortunato anno del covid-19. A ciò occorre aggiungere che non c’è motivo di pensare che le cose miglioreranno nel prossimo futuro. Semmai è vero il contrario. Se quasi ogni anno è più caldo dell’anno prima, come immaginiamo il clima sulla Terra tra altri 2 o 3 decenni? Come sarà la vita in un mondo del genere?

Affermare che il mondo sta andando a fuoco non è più una semplice metafora. Anzi, questa consapevolezza sta lentamente penetrando tra i ranghi dei decisori mondiali. Basti pensare che tra le prime decisioni del presidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden, c’è stata quella di rientrare nell’Accordo di Parigi e nominare John Kerry, uno dei politici più esperti d’America, come inviato speciale per il clima. Oltre a ciò, è importante sottolineare che il programma di ripresa economica della nuova amministrazione si basa anche su un piano strategico, finalizzato ad adeguare l’economia americana all’era della crisi climatica.

Allo stesso modo, anche l’Europa comprende che la crisi sanitaria ed economica generata dal coronavirus è solo una parte della storia, dove assume un ruolo primario anche la corrente crisi climatica. Molti paesi del mondo si sono impegnati a ridurre drasticamente le proprie emissioni di gas serra durante il prossimo decennio e ad eliminare totalmente tali emissioni entro il 2050, adattandosi a vivere nell’era della crisi climatica. L’Accordo di Parigi sul clima richiede ai paesi che hanno ratificato l’accordo di fissare obiettivi nazionali per la riduzione delle emissioni di gas serra e di effettuare il monitoraggio e il controllo sull’attuazione delle misure per raggiungere gli obiettivi.

I piani di Israele

Israele, in questo caso, è in ritardo. Nel mese di dicembre, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato presso il 2020 Climate Ambition Summit che Israele è impegnato in una transizione completa dai combustibili fossili alle energie rinnovabili entro il 2050. Tuttavia, tale dichiarazione non includeva né un calendario né un chiaro impegno per la quantità di emissioni da ridurre. Ad oggi, sulla base di una risoluzione del gabinetto, Israele prevede di produrre il 30% della sua elettricità attraverso l’energia rinnovabile entro la fine del decennio, una percentuale significativamente inferiore rispetto ad altri paesi. Il ministero della protezione ambientale ha infatti presentato al gabinetto una proposta molto più ampia, per una riduzione dell’85% delle emissioni entro il 2050 e altri impegni da rispettare entro il 2030. Ciò nonostante, la proposta deve ancora essere discussa e alcuni componenti del governo sembrano essere contrari. 

Nello specifico, come parte della risoluzione del governo n. 542, il governo di Israele si è prefissato l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra a 7,7 tonnellate di CO2 pro capite entro il 2030. Inoltre, sono stati fissati obiettivi per un uso efficiente dell’energia, energie rinnovabili e riduzione al minimo l’utilizzo di veicoli privati. A tal fine, il governo ha formulato un piano d’azione nazionale con la Risoluzione 1403; ed è attualmente in fase di definizione un sistema per monitorare e controllare i progressi verso il raggiungimento di questo obiettivo.

Ad oggi, il master plan nazionale per l’industria energetica – noto come Master Plan 41 – è un’iniziativa congiunta del Ministero dell’Energia e dell’Amministrazione per gli anni dal 2030 al 2050. Per la prima volta, presenta un piano generale per le infrastrutture energetiche israeliane, tra cui riservare terreni per la pianificazione futura. Tuttavia, il nuovo master plan ha anche implicazioni ecologiche per quanto riguarda la costruzione e il percorso di nuove linee elettriche ad alta tensione.

In molti casi, il sottocomitato ha accettato le obiezioni dei comitati di pianificazione regionale di tenere tali linee elettriche fuori dai corridoi ecologici e dalle foreste, ma ha approvato la costruzione in altre zone sensibili, come le foreste di Tefen, Yodfat e Atzmon in Galilea. Il sottocomitato ha inoltre stabilito che la pianificazione dettagliata di queste linee avrebbe esaminato le implicazioni ambientali e paesaggistiche della costruzione.

Lo status quo

Il ministero della Salute israeliano ha pubblicato il rapporto 2020 sulla salute e l’ambiente, che esamina le sfide in varie aree ambientali che influenzano la salute: qualità dell’aria, fumo di tabacco, qualità dell’acqua potabile, pesticidi, prodotti chimici alimentari e prodotti chimici di consumo, radiazioni, cambiamenti climatici e morbilità influenzate dall’ambiente.

Il professor Itamar Grotto nell’introduzione al rapporto ha evidenziato che “Sebbene l’attenzione del pubblico e della politica sia concentrata su altre questioni, le questioni sanitarie e ambientali urgenti non sono scomparse e devono essere affrontate”. A ciò, ha aggiunto: “Nel tentativo di ripristinare e ricostruire la salute pubblica dopo il coronavirus, è responsabilità dello Stato di Israele reintegrare l’ambiente e la resilienza sanitaria. Israele deve limitare l’esposizione del pubblico a sostanze tossiche nell’aria, nell’acqua, nei prodotti di consumo, e cibo, e  aumentare l’accessibilità agli spazi verdi”. 

Al momento, Israele è nel mezzo della sua quarta campagna elettorale in due anni e, come in passato, la crisi climatica e il suo impatto sono appena menzionati nella corsa alle urne o nelle piattaforme dei partiti. È ora che i politici israeliani studino la questione e comincino ad agire rapidamente e con determinazione, perché il mondo è davvero in fiamme. 

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