IL “DILEMMA DI MALACCA” – LE VIE ALTERNATIVE ALLO STRETTO SUD-ORIENTALE

Il “Dilemma di Malacca” è una dei principali problemi di sicurezza energetica della Cina. Le attività di pirateria e la presenza statunitense nella regione, hanno spinto Pechino alla ricerca di nuove rotte in grado di aggirare il choke point orientale. Quali dunque, le alternative?

Il “Dilemma di Malacca”

La sicurezza energetica è il “tallone di Achille” della Cina e il dilemma di Malacca è la sua principale preoccupazione.

Lo stretto di Malacca è il braccio d’acqua che collega gli oceani Indiano e Pacifico ed è la rotta marittima più breve tra l’Europa e l’Estremo Oriente. L’80% delle importazioni energetiche cinesi transitano per Malacca e, qualsiasi interruzione del flusso di navigazione attraverso lo stretto, metterebbe in serio pericolo la sicurezza energetica di Pechino. L’espressione Dilemma di Malacca fu coniata nel 2003 dall’ex Segretario del Partito comunista cinese Hu Jintao per descrivere la vulnerabilità cinese dallo stretto che, oltre ad essere soggetto a repentini attacchi di pirateria, è punto di interesse strategico di diversi attori globali.

Gli Stati Uniti, in particolare, godono di accordi logistico-militari con i paesi regionali, accordi che rendono Malacca uno passaggio di fatto controllato dagli USA e dunque sottoponibile a blocchi navali in caso di dispute internazionali con Pechino. La saturazione dello Stretto inoltre, rende quanto più necessaria la ricerca di vie alternative. I due passaggi della Sonda e di Lombok, poco più a meridione di Malacca, sono inadatti a rimpiazzare il choke point perché troppo stretti, poco profondi e, per questo, inadeguati al transito delle moderne petroliere. Nemmeno l’incremento delle importazioni energetiche da Russia e Kazakistan è sufficiente a risolvere il dilemma ed è per questo motivo che la Cina si è impegnata nella ricerca di rotte alternative in grado di aggirare lo stretto.

Le rotte alternative. Vantaggi e problemi 

  • Il Canale di Kra

Il progetto per un canale che colleghi il Mar delle Andamane al Golfo di Thailandia, garantirebbe un taglio delle rotte marittime di 1200 km deviando più della metà dei traffici che passano per Malacca. Tuttavia, Bangkok non ha concesso alla Cina il diritto di ospitare il progetto dato che il canale, non solo dividerebbe il paese, ma amplierebbe la rivolta etnica separatista dei musulmani Manay nel Sud del Paese, rivolta alimentata dalla presenza cinese. La questione ambientale e i tempi di realizzazione del progetto sono ulteriori freni da tenere in considerazione. Le maxi-infrastrutture comporterebbero infatti sconvolgimenti enormi agli ecosistemi locali e la realizzazione del canale richiederebbe almeno dieci anni di lavoro. Persino l’idea di un oleodotto sotterraneo di 150 miglia che attraverserebbe il sud della Thailandia, il “Strategic Energy Land Bridge”, si rivelerebbe inefficace perché ridurrebbe le spese cinesi di appena 0,5 dollari al barile.

  • Il China-Myanmar Economic Corridor (CMEC)

Il “China Myanmar Economic Corridor” (CMEC) comprende un oleodotto e un gasdotto, già ultimati e funzionanti, che attraversano diagonalmente il paese da Kunming verso Kyaukphyu e Yangon. Il progetto riduce il transito per Malacca e permette l’apertura ad una nuova fonte di approvvigionamento di gas naturale lungo la costa dell’Oceano Indiano. Le due condutture attraversano, tuttavia, le aree più turbolente del paese come lo Stato del Rakhine, lo Stato del Shan e Kachin e il sentimento anticinese tra la popolazione rendono il Myanmar timoroso (in chiave elettorale) ad un rapporto troppo stretto con Pechino. Il governo di Naypyidaw, ha recentemente dichiarato di voler ridefinire le quote sul complesso della città portuale di Kyaukpyu per contrastare il rischio di un eccessivo onere di debito e il taglio ha già portato ad una riduzione di circa 7.5 miliardi di dollari dei costi destinati al progetto. Il recente colpo di stato militare ha inoltre gettato il paese in una grave crisi politica perciò le prossime mosse di Pechino saranno determinanti e resta da vedere se Pechino deciderà di schierarsi o meno con i militari. 

  • Il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC)

Un’ulteriore proposta è trasferire petrolio e gas dal porto pakistano di Gwadar verso Kashgar, nella provincia cinese dello Xinjiang, coinvolgendo il “China-Pakistan Economic Corridor” (CPEC). La vicinanza di Gwadar al Golfo Persico consente a Pechino di avere accesso alle fonti energetiche mediorientali aggirando i principali punti di strozzatura e di abbattere i tempi di trasporto. Tuttavia, il terreno accidentato rende il CPEC una proposta relativamente costosa e il progetto risente dell’opposizione dei movimenti indipendentisti dello Xinjiang, delle tensioni separatiste del Belucistan nonché del dissenso del Gilgit-Baltistan a causa delle ripercussioni ambientali delle infrastrutture. Il supporto delle due regioni pakistane è tuttavia essenziale dato che il Belucistan ospita il porto di Gwadar, scalo per le petroliere dal Medio Oriente, e il Gilgit-Baltistan, al confine tra Cina e Pakistan, permette che i rifornimenti energetici giungano a Kashgar.

  • La Via della Seta Polare

La Via della Seta Polare darebbe accesso alla Cina ai vasti giacimenti di idrocarburi presenti nell’Artico riducendo la sua dipendenza da Malacca. La Repubblica Popolare ha già definito una politica estera per l’Artico per poter acquisire preminenza nella regione e sviluppare il commercio di energia pulita, come quella geotermica. Tuttavia, Pechino necessita dell’autorizzazione russa per solcare le acque a ridosso della sua costa e, nonostante la distensione dei rapporti tra i due attori a seguito della crisi di Crimea, il Cremlino non vede di buon occhio le aspirazioni imperiali di Pechino e potrebbe ostacolarne il transito. I mari artici sono inoltre percorribili solo nei mesi più caldi e, stando alle stime, solo tra il 2040-2045, sarà possibile solcare le acque senza l’utilizzo di navi rompighiaccio. La Via della Seta Polare, alla luce di queste considerazioni, può costituire una soluzione complementare alle rotte “tradizionali” senza potersi in alcun modo sostituirsi ad esse.

Quale soluzione migliore?

Alla luce delle diverse alternative, lo scenario ideale per la Cina, sarebbe quello di sfruttare tutte le rotte per aggirare lo Stretto di Malacca. Il Corridoio Economico Cina-Pakistan rappresenta però, l’alternativa più valida e realisticamente più efficace sul quale Pechino dovrebbe rivolgere maggiormente la sua attenzione.  A differenza del progetto relativo al Canale di Kra e alla Via della Seta Polare, il CPEC è già in fase di costruzione e rappresenta, per questo, un’alternativa più rapida per aggirare Malacca. Il corridoio è anche il più vantaggioso e sicuro.

La posizione di Gwadar garantisce infatti a Pechino l’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico che continuerà a rappresentare una delle principali fonti di approvvigionamento energetico del paese. Il CMEC, al contrario, è in grado di soddisfare solo una piccola parte della domanda energetica cinese; 420.000 barili al giorno contro i 16.5 milioni che attraversano Malacca. Un ulteriore vantaggio del CPEC è la storica amicizia sino-pakistana che ha facilitato lo sviluppo dei lavori e che continua a rappresentare un punto saldo per il progetto. La Cina dovrebbe dunque continuare ad investire nel Corridoio per completarlo nel minor tempo possibile superando anche l’attuale fase di stallo dei lavori dovuta alla crisi da Covid-19. 

Le alternative per aggirare lo Stretto di Malacca e risolvere, almeno in parte, il problema della sicurezza energetica, non mancano. Certo è, tuttavia, che lo Stretto di Malacca rimarrà un choke point imprescindibile per l’approvvigionamento energetico cinese ed è molto importante dunque, che Pechino perfezioni le sue capacità militari marittime per difendere l’accesso alle risorse energetiche. La Strategia del Filo di Perle e la modernizzazione della sua flotta sono passi fondamentali in tal senso.

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