IL COMPLICATO RAPPORTO TRA STATO E ONG IN TURCHIA

Ankara ha approvato una legge che impone un ulteriore stretta sulle ONG, rendendo ancora più turbolento il rapporto fra queste e lo Stato turco. 

La legge

La Turchia ha cominciato il nuovo anno senza disabituarci alla marcata ostilità nei confronti delle opposizioni, dei media e più in generale della società civile. Dal tentativo di golpe del 2016, il governo di Erdogan ha preso una svolta maggiormente autoritaria e netta verso chi cerca di mettere in discussione il suo operato. Solamente negli ultimi 4 anni e mezzo, sono state chiuse o commissariate ben 170 testate giornalistiche. Uno scenario che descrive una società civile “di Stato”, in cui de facto non esiste una vera possibilità di critica e dibattito con l’attuale governo. Non solo, la Turchia è il paese con il più alto numero di giornalisti in galera: sono oltre 80 e la maggior parte sono stati accusati di terrorismo e sovversione. La censura è istituzionalizzata e le organizzazioni non governative non ne escono indenni, considerando che dal 2016 sono centinaia le associazioni fatte chiudere e gli attivisti indagati. 

È in questo oscuro panorama che va inserita la nuova legge, approvata il 27 dicembre 2020, che permette al Ministero dell’Interno turco di intervenire prepotentemente sulle attività delle ONG. Secondo questa nuova disposizione, le ONG – sia quelle a carattere nazionale che internazionale – saranno ispezionate annualmente dai funzionari governativi. Nel caso che vengano scoperte attività considerate illecite le ONG possono vedersi modificare il proprio apparato interno, magari con l’inserimento di elementi filogovernativi, oppure essere processate in tribunale con il grosso rischio di dover chiudere i battenti.

Inoltre, i governatori locali o il Ministero dell’Interno avranno la possibilità di interrompere le donazioni online, con lo scopo di prevenire il finanziamento al terrorismo e il riciclaggio di denaro. Alle ONG potranno essere imposte multe fino a 200.000 lire turche (circa 22.364 euro), contro le 700 lire (circa 78 euro) che rappresentavano il massimo imponibile prima della nuova legge.

Le reazioni a questa legge da parte dell’opposizione, della società civile nazionale e internazionale non si sono fatte attendere. Faik Öztrak, portavoce del partito di opposizione CHP, ha manifestato le intenzioni del suo gruppo di voler rivolgersi alla Corte Costituzionale a proposito della legge che colpisce le ONG. Le proteste del CHP hanno fatto sì che – almeno in parte – la legge abbia subito delle modifiche nella revisione in Parlamento. In particolare, non sarà possibile per il Ministero dell’Interno rimpiazzare i membri delle ONG che sono accusati di terrorismo, ma solo quelli colpevoli di questo reato dopo un apposito processo.

Tuttavia, sarà difficile impedire al governo turco di tacciare di terrorismo e poi imprigionare chiunque gli si opponga. Un esempio calzante è quello di Osman Kavala, il quale si trova in carcere da più di tre anni in custodia cautelare e senza nessuna sentenza che lo abbia condannato. Kavala, filantropo e attivista per i diritti umani legato alla Open Society di George Soros, si è pure visto recentemente bocciare il ricorso alla Corte Costituzionale di Ankara, che con una maggioranza sottile di 8 giudici contro 7 ha impedito il rilascio dell’attivista. Per di più, Kavala dovrà rispondere a processo alle nuove accuse di spionaggio e attentato all’ordine costituzionale nel suo presunto coinvolgimento al fallito golpe del 2016. 

Amnesty International ha più volte condannato il governo turco e richiesto il rilascio di Kavala, assieme alle centinaia di giornalisti e attivisti che subiscono una sorte simile. Eppure le proteste della società civile non sembrano preoccupare Erdogan, il quale continua ad usare solo il bastone e mai la carota. Il modus operandi di incriminare di terrorismo gli oppositori politici sembra ormai appartenere allo stile del governo turco. Comunque sia, solo undici anni fa le carte in tavola erano diverse ed era una nazione straniera ad accusare la Turchia di usare le ONG a scopo militare-terroristico.

Il caso Mavi Marmara

Il 31 maggio 2010 la marina israeliana si scontrò con la Freedom Flotilla for Gaza, un gruppo di ONG internazionali pro-Palestina che cercò di forzare il blocco di Gaza. La flottiglia – composta da sei imbarcazioni – fu intercettata nelle acque internazionali del Mar Mediterraneo. Già prima del giorno dello scontro i toni usati furono aggressivi, con la portavoce del gruppo di ONG che manifestò la volontà di rompere il blocco israeliano per portare aiuti umanitari ai palestinesi a Gaza. A bordo delle navi delle ONG c’erano 640 attivisti, di 40 diverse nazionalità. Però, fra queste nazionalità quella turca era quella preponderante: più di 300 attivisti dell’ONG turca IHH presero parte alla coalizione di organizzazioni non governative.

Quindi, non si trattava di un’azione a carattere internazionale, piuttosto di una ONG (con sede a Istanbul) usata per scopi puramente nazionali da Ankara. Infatti la nave Mavi Marmara, abbordata dalla marina israeliana, era battente bandiera turca. Mentre l’abbordaggio delle altre navi si risolse senza violenza, nel caso del Mavi Marmara si arrivò ad uno scontro armato in cui persero la vita nove attivisti turchi. 

Per di più, fonti israeliane certificarono che gli aiuti erano composti in gran parte da medicinali scaduti ed equipaggiamenti in un cattivo stato di conservazione. Inoltre, lo Stato israeliano contestava che fra gli aiuti umanitari ci fossero 10mila tonnellate di calcestruzzo, le quali sarebbero state probabilmente fornite ai palestinesi per costruire tunnel e fortificazioni lungo la striscia di Gaza. Il 16 giugno 2010, Israele inserì l’IHH nella propria lista di organizzazioni terroristiche per presunti legami con Hamas e Al-Qaida. L’organizzazione fu accusata di supportare gruppi radicali islamici e di finanziamento al terrorismo. Erdogan difese a spada tratta l’azione dell’ONG turca affermando che fu invece Israele a compiere “un atto di terrorismo di Stato”. 

Conclusioni

Al di là delle conclusioni giuridiche sul diritto di una ONG di forzare il blocco militare di uno Stato, oppure di questo di attaccare una flottiglia di attivisti disarmati, è importante evidenziare come la narrativa sulle ONG cambi in base agli interessi di Erdogan. Da una parte ci sono le ONG (come Amnesty) che fanno opposizione al governo e che sono accusate di terrorismo e messe costantemente alle strette, dall’altra ci sono ONG turche filo-islamiche difese da Erdogan ma malviste a livello internazionale. Infatti, anche Germania e Paesi Bassi dopo l’incidente del Mavi Marmaradecisero di vietare l’attività dell’IHH in quanto sospettata di essere connessa ad Hamas. Per Erdogan ci sono quindi due diverse tipologie di ONG: quelle di opposizione (sia internazionali che nazionali) e quelle vicine al mondo islamico. Sicuramente, la seconda tipologia è quella che Erdogan apprezza. Prima dell’arrivo al potere di Erdogan, l’IHH era guardata con sospetto dai servizi segreti turchi: nel 1998 la sede dell’ONG fu perquisita per cercare armi. 

Con Erdogan invece la situazione si è capovolta e l’IHH è diventata un braccio della politica estera turca, in grado di far propaganda per la comunità islamica mondiale. Non a caso, Hasan Murat Mercan – islamista legato all’IHH – è stato recentemente nominato ambasciatore turco negli USA. Un quadro strategico concordato da Erdogan e dal leader di IHH Bulent Yildirim. L’ONG è così vicina ad Ankara che i media turchi la definiscono come una “GNGO”, ovvero una Governmental-non-Governmental-Organization. Certamente, l’IHH non subirà le vessazioni a cui sono sottoposte le ONG ostili al regime turco. La nuova legge punterà a colpire chi già era in una posizione difficile, mentre chiuderà un occhio sulle ONG – come IHH – che hanno contatti con il mondo terroristico internazionale.

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