I NODI IRRISOLTI DEL CAMERUN: ALL’ORIGINE DELLA CRISI ANGLOFONA

Istituita nel 2017 con l’obiettivo di individuare una soluzione alla crisi sociopolitica che scuote il Camerun, la Commissione per la promozione del bilinguismo e del multiculturalismo (CNPBM), sta lottando per riunire un Paese profondamente diviso.

In questo contesto, lo stesso ex primo ministro Peter Mafany Musongue ha partecipato ad una riunione della sessione biennale insieme agli altri 14 membri della CNPBM, consapevole delle richieste del popolo camerunese soprattutto in relazione alla questione anglofona e al fatto che, solo per il 2021, il bilancio della Commissione ammonta a circa 3 miliardi di franchi CFA (4,5 milioni di euro), un bilancio consistente in un contesto di crisi in cui le risorse sono scarse. Ad ogni modo, l’adozione di questo pacchetto è stato il punto principale all’ordine del giorno: “Questo bilancio ci permetterà di realizzare i nostri tre programmi principali: il programma sul bilinguismo, che deve essere esteso e attuato in tutto il Paese, il programma sul multiculturalismo e la convivenza e, infine, quello sulla governance e il sostegno istituzionale”, ha detto Musongue in una breve dichiarazione ai media alla fine della sessione.

Un piano d’azione che dovrebbe dare un impulso alle attività sul campo e mettere a tacere le critiche che sono emerse in questi giorni; infatti, l’opinione pubblica ha denunciato l’approccio attendista dell’organizzazione, dato che il clima sociale si sta inesorabilmente deteriorando. D’altronde, le problematiche che sono emerse dall’inizio della crisi anglofona nel 2016 si sono riversate anche durante le elezioni presidenziali del 2018 e continuano a martoriare il Camerun anche oggi. 

Ma per comprendere i motivi degli scontri in Camerun è importante sottolineare che il conflitto è il risultato dell’incompiuta questione del colonialismo e del nazionalismo; durante l’ondata dei movimenti di indipendenza nel 1960, gli anglofoni presenti nel Camerun meridionale britannico sono stati invitati a scegliere a quale Paese volevano appartenere tra la Nigeria e il Camerun francofono. La scelta è ricaduta sul Camerun poiché si pensava che si sarebbe costituito un accordo sulla formazione di un governo federale che avrebbe dato loro sufficiente autonomia politica e culturale. Invece, la centralizzazione crescente e l’assimilazione culturale sono diventati la norma: infatti, tale processo ha generato un fenomeno di francesizzazione degli apparati pubblici e statali, seguita da una forte diminuzione del numero dei rappresentanti politici anglofoni all’interno degli organi decisionali e ciò ha alimentato la rivendicazione del diritto di secessione con lo scopo di creare lo Stato indipendente di Ambazonia da parte di gruppi armati che si scontrano ancora oggi contro l’esercito ufficiale. 

In realtà, i primi scontri si sono verificati quando nel 1972 la Costituzione è stata modificata e il Paese è stato dichiarato uno Stato unitario centralizzato chiamato Repubblica Unita del Camerun e nel 1984, sotto la guida del Presidente Biya, è diventata la Repubblica del Camerun, la denominazione all’indipendenza del Camerun francofono, minando le speranze di un progetto federalista. 

In ogni caso, per cercare di risolvere la situazione, il governo del Camerun ha preso provvedimenti trasferendo insegnanti francofoni e magistrati dalle zone anglofone alle istituzioni francofone e creando la CNPBM. Quest’ultima è stata costituita per garantire il rispetto del bilinguismo come sancito dalla Costituzione del Camerun, affrontare le questioni relative alla discriminazione basata sulla lingua e sulla cultura, nonché per incoraggiare i camerunesi a vivere insieme come una nazione, unita e indivisibile. Alfine di dimostrare la volontà di mantenere lo status quo del Camerun, nel dicembre 2018 il governo ha, inoltre, rilasciato 289 separatisti anglofoni e, ulteriormente, il presidente Biya ha ordinato il rilascio di Maurice Kamto e altri leader del Mouvement pour la Renaissance du Cameroun (MRC) che sono stati arrestati nel gennaio 2019 poiché stavano protestando contro i risultati del sondaggio presidenziale dell’ottobre 2018. Sotto questo profilo, quando la Corte costituzionale ha annunciato Biya come vincitore dell’elezione, Kamto ha accusato la Corte di essere di parte e il neoeletto di frode, sostenendo di essere il reale vincitore. 

Nonostante sia stato fatto un passo in avanti verso la costruzione di un dialogo nazionale, esso non è risultato sufficiente alfine di affrontare il problema dell’emarginazione degli anglofoni e della richiesta del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione per l’Ambazonia. 

Finora, tutti i vari tentativi di negoziazione non sembrano esser stati proficui; in questo quadro, oggi Musongue stesso ha riconosciuto il riemergere della “stigmatizzazione intracomunitaria”: “In campo politico, espressioni spaventose come ‘suprematisti’ o ‘etno-fascisti’ sono usate per etichettare certi individui o gruppi; sul fronte economico, la retorica dell’odio si riversa contro certe tribù che sono raffigurate come ladri di terre e invasori. Questo preoccupante fenomeno può portare ad atti di violenza incontrollabili”.

In tale contesto, presentato tre anni fa come la soluzione a queste divisioni, il CNPBM sta lottando per rompere un ciclo che ha gettato il Paese in un clima di ansia e di violenza ma, secondo i media locali, il popolo camerunese non vede gli effetti del lavoro della Commissione sul campo e, da quando i suoi membri sono stati investiti dell’onere di trovare un appianamento della crisi, il discorso di odio tra le comunità è aumentato pericolosamente. Inoltre, tali malumori sono stati alimentati dal riemergere della polemica sull’acquisto di auto aziendali che ha coinvolto la CNPBM nell’agosto 2018: le rivelazioni relative a un contratto pubblico di 700 milioni di franchi CFA, destinato di comune accordo all’acquisto di 15 veicoli Toyota Prado V8 per i membri della Commissione, avevano sconvolto l’opinione pubblica.

Tuttavia, secondo diversi osservatori, l’apparente inerzia della CNPBM è dovuta soprattutto alla sua struttura e alle sue prerogative: Franck Essi, consulente per il think tank Strategies Consulting Firm ha dichiarato che “è difficile aspettarsi qualcosa da un tale organo consultivo. Risolvere le crisi sociopolitiche che minano il Paese è una questione di governance, ma questa commissione non ha il potere di attuare riforme”. D’altra parte, i suoi membri hanno partecipato al dialogo nazionale ma non hanno avuto un ruolo decisivo nell’organizzazione e nell’agevolazione delle discussioni. Né la Commissione sembrerebbe avere i mezzi per rintracciare e punire gli abusi che si verificano nella società. In relazione a ciò, i membri della CNPBM hanno respinto tali accuse, evidenziando il loro contributo attraverso l’adozione di leggi che promuovono le lingue ufficiali e la lotta contro l’odio: “Il Comitato non è in ibernazione”, ha detto Musongue. “Stiamo facendo un lavoro concettuale per il capo dello Stato e le sanzioni non sono una priorità per il Comitato ma l’importante è spingere le persone ad adottare buone pratiche”. 

Se da una parte non è certo se tale politica sia sufficiente a contrastare i problemi del Camerun, è chiaro però che, ad oggi, il dialogo non ha raggiunto l’obiettivo di una risoluzione pacifica e inclusiva del conflitto. C’è ancora bisogno di un processo adeguato di mediazione che riunisca tutte le parti e di un accordo negoziato ex-ante, che sia reciprocamente accettabile, su ciò di cui tratteranno i colloqui. Inoltre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana, in quanto organi centrali per la pace e la sicurezza a livello internazionale e regionale, devono intervenire alfine di risolvere la piaga della violenza e salvaguardare il rispetto dei diritti umani fondamentali.

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