COLPO DI STATO IN MYANMAR: LE CONSIDERAZIONI STRATEGICO-ECONOMICHE DI TOKYO

Dieci anni dopo aver ceduto le redini del paese, il Tatmadaw, l’esercito birmano, ha forzosamente ripreso il controllo il 1° febbraio arrestando la leader de facto Aung San Suu Kyi, eletta democraticamente a novembre 2020, insieme ad altri esponenti politici della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD). Seppur in ritardo rispetto ad altri paesi, il Giappone si è unito alla comunità internazionale nel condannare il colpo di stato, esortando al ripristino della democrazia in Myanmar, e al rilascio immediato della leader legittima. Tokyo, però, invita gli alleati ad adottare un approccio cauto per mantenere aperti i canali di comunicazione con il nuovo regime. Dietro tale cautela si celano considerazioni di natura strategica ed economica. 

CONSIDERAZIONI STRATEGICHE: ARGINARE L’INFLUENZA DELLA CINA 

Nell’intervista di martedì con Reuters, il ministro di stato della Difesa del Giappone Yasuhide Nakayama ha affermato che se non adottiamo una strategia comune, la relazione tra i militari birmani e l’esercito cinese potrebbe ulteriormente rafforzarsi, allontanando così il Myanmar dal modello politico democratico delle nazioni libere, quali Stati Uniti, Giappone e Regno Unito. Secondo il ministro, questa eventualità consoliderebbe l’influenza della Cina in Myanmar. La posizione strategica del Myanmar, confinante sia con la Cina che con l’India, è particolarmente apprezzata dal Dragone in quanto punto cardine per l’implementazione della Nuova Via della Seta della Cina.

Infatti, la costruzione del Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC) intende garantire a Pechino uno sbocco sull’Oceano Indiano, migliorando considerevolmente il suo accesso agli approvvigionamenti di petrolio. Un eventuale blocco dei finanziamenti giapponesi al Myanmar avvantaggerebbe quindi Pechino destabilizzando così l’equilibrio regionale. Per questo motivo, secondo Nakayama, l’Occidente dovrebbe mantenere aperti i canali di comunicazione con la giunta militare. Il Sol Levante è il primo a non potersi permettere di sospendere le relazioni con l’esercito birmano, considerando che, dal 2014, il Ministero della Difesa giapponese forma regolarmente gli ufficiali dell’esercito in materia di medicina subacquea, meteorologia aeronautica, soccorso in caso di calamità, e lingua giapponese tramite seminari, scambi di livello accademico, e programmi vari. 

Il Giappone è anche uno dei principali donatori di aiuti pubblici allo sviluppo del Myanmar. Proprio a gennaio sono stati stipulati finanziamenti tra l’Agenzia di Cooperazione Internazionale del Giappone (JIICA) e il governo birmano per quattro progetti che ammontano a un totale di ¥120.915 miliardi a supporto dello sviluppo socio-economico del paese. A novembre 2020, il Giappone aveva inoltre concesso un prestito di basso interesse di circa $414 miliardi da investire nella costruzione del Corridoio Economico Est-Ovest per connettere il Myanmar alla Tailandia tramite il Vietnam e il Laos. Da decine di anni, il Giappone investe nello sviluppo di strade, ponti, porti, ferrovie di tutto il Sudest asiatico, tanto che, secondo un’analisi della Fitch Solutions, sarebbe il Giappone ad essere un passo avanti alla Cina nella competizione geopolitica nel settore delle infrastrutture.

Di fatto, gli investimenti giapponesi nella regione ammonterebbero a $367 miliardi contro i $255 miliardi della Cina. Dal 2016, la competizione tra le due potenze asiatiche si è specialmente intensificata con la strategia per un “Indo-Pacifico Libero e Aperto” lanciata dall’ex-primo ministro Abe per promuovere, tra le altre cose, la costruzione di infrastrutture “di qualità”, un principio al momento oscuro alla Nuova Via della Seta (BRI) di Pechino. Nel fornire un’alternativa economica alla BRI, la strategia di Tokyo intende arginare l’espansione della Cina nel Mar Cinese Meridionale e nell’Oceano Indiano offrendo “sostegno allo sviluppo delle capacità” agli Stati Membri ASEAN. 

CONSIDERAZIONI ECONOMICHE: LE MULTINAZIONALI GIAPPONESI 

La cautela di Tokyo nell’affrontare la situazione politica in Myanmar tiene in considerazione i forti interessi economici delle sue aziende nell’ultima frontiera dell’Asia. Nel 2018, il Japan Times annunciava che gli investimenti giapponesi in Myanmar avevano raggiunto i massimi storici a seguito della transizione democratica del paese. Questo forte incremento vede protagoniste la Fujita Corporation, la Kajima Corporation e la JFE Steel Corporation, che hanno avviato progetti di costruzione e produzione di prodotti siderurgici in congiunzione con i rispettivi partner locali. 

Infatti, il Giappone esporta in Myanmar principalmente macchine, camion, e veicoli da costruzione. Secondo le ultime statistiche disponibili, queste esportazioni hanno registrato una crescita annuale del 7,23% negli ultimi 23 anni, al pari delle importazioni di cappotti dal Myanmar, sia da uomo che da donna, che sono aumentate annualmente del 13% nello stesso lasso di tempo. 

Comprensibile, dunque, la predilezione del Giappone per un approccio cauto e mirato al mantenimento dei canali diplomatici con l’esercito birmano, così come la sua scelta di evitare di criticare apertamente le forze armate birmane. L’impatto del coup d’état sull’economia giapponese si è manifestato ben presto con l’annuncio della Suzuki Motor Corporation (il giorno dopo la notizia del colpo di stato) di aver fermato il processo produttivo nella sede di Yangon per tutelare la sicurezza dei suoi dipendenti. Anche la Toyota sembra aver momentaneamente sospeso il piano per la costruzione del suo primo stabilimento produttivo nel paese. 

Altre multinazionali come la Denso, ramo indipendente della Toyota, la catena di supermercati Aeon, e Kirin, hanno comunicato di aver difficoltà a valutare la situazione nelle loro sedi a causa dell’interruzione dei servizi non gestiti dall’esercito, quali internet e telefonia, canali televisivi locali e stranieri, e sospensione dei voli internazionali e domestici. Secondo quanto stimato dall’Organizzazione Giapponese per il Commercio Estero (JETRO), sono circa 400 le aziende giapponesi che operano in Myanmar e ad alto rischio sono soprattutto quelle che intrattengono relazioni con la giunta militare.   

UN APPROCCIO AMBIVALENTE DI CONVENIENZA 

Considerati i notevoli interessi economico-strategici a rischio, la cautela del Governo Suga si rivela perfettamente in linea con l’approccio adottato dai governi precedenti nel trattare con gli esponenti politico-militari del Myanmar. Tokyo ha sempre cercato di mantenere delle buone relazioni con la giunta militare birmana anche quando Suu Kyi fu agli arresti domiciliari per 15 anni, e ha continuato a fornire grandi supporti finanziari. Infatti, nel 2020, durante la sua ultima visita a Naypyitaw, il Ministro degli Affari Esteri giapponese Toshimitsu Motegi non solo ha incontrato la leader ufficiale Suu Kyi, ma anche il comandante supremo dell’esercito Min Aung Hlaing. 

Anche sulla questione del genocidio dei Rohingya, il governo giapponese è stato accusato di avere un approccio ambivalente addirittura definito “a sangue freddo” da Teppei Kasai, funzionario per la ONG Human Rights Watch. Nel suo articolo per il Japan Times, Kasai denuncia l’indifferenza del governo giapponese nei confronti della persecuzione della minoranza etnica di religione islamica. Di fatto, Tokyo evita di utilizzare il termine stesso “Rohingya” prediligendo la denominazione di “Musulmani dello stato Rakhine” in quanto ritenuta più neutrale. 

Tra l’altro, il “rispetto per i diritti fondamentali dell’uomo” era uno dei punti-cardine sui quali si basava la strategia di Tokyo per un “Indo-Pacifico Libero e Aperto” che intendeva (indirettamente) criticare le azioni della Cina contro gli Uiguri e le sue pratiche economiche poco trasparenti. In questo senso, parlare al passato sembra la scelta più adeguata, dato che, tra il 2017 e il 2018, la FOIP si trasforma da “strategia” a “visione” diminuendo l’enfasi sul rispetto dei diritti umani, oltre che a orientare il Giappone verso un atteggiamento più collaborativo nei confronti della Cina. Eppure, se il governo giapponese intende trarre dei benefici economici dai suoi investimenti nel Rakhine –e se si ritiene veramente un paese democratico– non può certo ignorare una tale violazione dei diritti umani. Forti critiche sono state mosse anche alla leader de facto Aung San Suu Kyi per aver negato le atrocità commesse contro i Rohingya dalla giunta militare.

Al momento, al Giappone non resta altro da fare se non scongiurare l’imposizione di eventuali sanzioni economiche contro il Myanmar da parte degli Stati Uniti, Nazioni Unite, e altri paesi democratici, mentre i cittadini birmani residenti a Tokyo da giorni protestano e invocano la liberazione del Myanmar, e di Suu Kyi, spronando il Governo Suga a prendere una posizione più dura, simile a quella adottata dagli Stati Uniti.  

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from ASIA E OCEANIA